La Speranza e la sofferenza secondo don Antonio Miele, prete cerignolano di 29 anni

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La riflessione è un esercizio che, in tempi veloci quali sono quelli attuali, sembra essere caduto nella desuetudine. Le risposte semplicistiche a problemi che meritano valutazioni ben più profonde sono ormai diventate la regola, ed individuare il bene ed il male basandosi su generalizzazioni che non lasciano né tempo né modo di analizzare le sfaccettature proprie di una società è il modo naturale in cui quei problemi vengono non solo trattati, ma sono anche la base di partenza per individuarne le soluzioni.

Naturalmente, non tutti concordano con questa visione. I fatti accaduti in questi ultimi tre anni hanno infatti imposto una riflessione generale che deve necessariamente andare al di là delle contrapposizioni meramente ideologiche. La pandemia, la guerra russo – ucraina, la questione palestinese, la questione ambientale e, non ultimo per importanza, il dibattito sulla violenza di genere hanno esacerbato le contrapposizioni politiche e sociali, ma hanno pure portato ad aprire nuove maniere di valutare le problematiche del nostro mondo proprio attraverso la pratica della riflessione. Su questo versante, un piccolo contributo viene anche da un giovanissimo prete di 29 anni, don Antonio Miele del quale è stato appena pubblicato il libro “Sperare nella tempesta – La forza di ripartire dopo la crisi”.

Don Antonio Miele è Vicario parrocchiale presso la chiesta dello Spirito Santo di Cerignola ed ha maturato le proprie riflessioni sul tema della speranza partendo dalle esperienze personali vissute nel corso di questi ultimi tre anni. Come lo stesso sacerdote racconta a l’Attacco, “sono nato a Foggia nel 1994, ma sono cresciuto ad Orta Nova. Dopo essermi cresimato, mi sono allontanato dall’esperienza della Fede, ma questo ha accresciuto un vuoto interiore che sentivo durante gli anni dell’adolescenza. Grazie ad alcuni amici, ho ripreso a frequentare la messa e quel vuoto si è riempito. Ciò che mi ha portato a riscoprire l’amore di Dio è stato l’assistere a un episodio di bullismo, quando frequentavo la scuola alberghiera a Foggia. Il vedere quel ragazzo continuamente vessato mi ha segnato, perché avrei potuto fare qualcosa e invece mi limitavo ad assistere”.

Lì è iniziato il percorso di Fede del giovane Antonio che è giunto infine all’ordinazione a sacerdote, avvenuta a Cerignola il 24 giugno 2020: “La vocazione è arrivata quando frequentavo il terzo anno delle scuole superiori. Sono entrato nel Seminario minore di Foggia che ha la finalità non di preparare al sacerdozio, ma di fornire un’esperienza di vita cristiana. Dopo essermi diplomato, ho frequentato il Seminario regionale Pio XI di Molfetta”, ricorda il giovane prete. Un’ordinazione tenutasi dunque in pieno periodo pandemico che ha segnato la genesi del suo libro: “Nel 2021, ero studente presso l’Accademia Alfonsiana a Roma e ricevetti una chiamata dall’allora Vescovo Luigi Renna con la quale mi domandava di rientrare perché un parroco di Stornarella aveva contratto il covid. Sono rimasto lì per 37 giorni e, durante quel periodo, ho dovuto impartire 42 benedizioni per morte da covid. Quel dolore non mi ha lasciato indifferente e, essendo io molto giovane, mi sono sentito schiacciato dalle esperienze della malattia e della morte. Mi sono sentito coinvolto da quanto quella realtà stava vivendo e mi sono immedesimato in quel dolore. Poi mi sono ammalato io stesso. Ero a Roma, solo e lontano dalla mia famiglia e, in quei giorni, nel mio letto, mi sono chiesto se la sofferenza avesse un valore per noi. Questo mi ha fatto pensare che tutti noi siamo quotidianamente impastati nella Speranza, e questo impasto è composta dalla fragilità umana e dalla speranza umana stessa”.

Ecco allora il ragionamento sul concetto di Speranza: “Non sono partito dalla Speranza cristiana ma da quella umana. Tutti i giorni, noi speriamo di riuscire a realizzare i nostri progetti, però spesso queste speranze incontrano i limiti della sofferenza e della malattia. Mi sono chiesto se questa speranza umana potesse andare oltre la morte e mi sono detto che l’uomo di Fede si apre alla morte di Gesù. La Sua Risurrezione è la nostra metà e in Essa si inserisce la virtù della Speranza cristiana”.

La riflessione sulla sofferenza si collega necessariamente al riconoscimento del suo valore e, di conseguenza, al concetta di Speranza: “Esopo diceva che i patimenti sono insegnamenti – dice don Miele – L’uomo è un essere senziente e la sofferenza è qualcosa che a lui si attacca. Per questo motivo, essa non è mai inutile perché da essa si può vedere l’uomo nella sua essenza più autentica, che è l’amore”.

Se però la sofferenza ha questo valore pedagogico, la vicenda di Giulia Cecchettin e di Filippo Turetta porta a domandarsi se la vera essenza di quest’ultimo non sia dunque la bestialità che ha scatenato il suo orrendo delitto: “Mi sono chiesto il motivo del malessere che spinge alcuni a rispondere con questa bestialità e mi sono detto che devo sospendere qualsiasi tipo di giudizio, il che non vuol dire giustificare quelle azioni. La giustizia viene ora intesa come vendetta. Dovremmo invece imparare da ogni esperienza di sofferenza e porci quelle domande profonde che ormai la banalità imperante ha cancellato dalle nostre esistenze”.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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