Morire di Covid senza un perché. Dopo rinvio a giudizio del personale Ual tarda a cominciare il processo

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Il Covid non è un lontano ricordo ormai del passato, le pesanti conseguenze sono ben visibili ancora oggi e soprattutto ci sono ancora tanti morti, tanti lutti, tante famiglie private dei loro cari che aspettano giustizia. Che non sia finita lo dimostra anche l’inchiesta della Procura di Bergamo che a tre anni di distanza dallo scoppio della pandemia che, tra febbraio e aprile 2020, ha straziato la Bergamasca con oltre 6 mila morti in più rispetto alla media dell'anno precedente, è stata chiusa con 19 indagati tra cui l'ex premier Giuseppe Conte e l'ex ministro della Salute Roberto Speranza. I reati contestati a vario titolo sono di epidemia colposa aggravata, omicidio colposo plurimo, rifiuto di atti di ufficio e anche falso. In poche parole i giudici stanno cercando di capire se si sarebbero potute evitare tutte quelle morti. Nel suo piccolo è la battaglia che sta combattendo Antonio Lolli, il padre di Fabio, il 43enne deceduto a causa di insufficienza cardiorespiratoria acuta in presenza del virus, dopo essersi ammalato all’interno della struttura nella quale era ospite, da fragile: l’Ual di Foggia. Era il 19 settembre del 2020, vale a dire all’inizio della seconda ondata.

Sin da subito l’uomo ha preteso che si facesse chiarezza sulla morte del figlio, giovane e in salute, come ha sempre tenuto a precisare. Dopo una denuncia in Procura, come raccontato su queste colonne, si è aperta l’indagine che nelle scorse settimane ha portato al rinvio a giudizio degli indagati: Marisa Cavaliere, presidente della residenza, Filomena Minenna, coordinatrice sanitaria, Maria Rosaria Sansano quale medico competente e Graziella Massenzio, responsabile della Rssa.

Si sono celebrate già le prime udienze, con altrettanti rinvii, la prossima è stata fissata per metà aprile e dovrebbe essere quella in cui verranno rese le deposizioni dei testimoni e avviata la fase istruttoria del processo. Ma Antonio Lolli non nasconde le sue preoccupazioni per l’allungarsi dei tempi della giustizia.

“Non smetterò di lottare ma la stanchezza si fa sentire dopo quasi tre anni – il mesto commento dell’uomo a l’Attacco -, parlo al giornale perché credo nella forza della stampa, se svolge correttamente il suo compito. L’opinione pubblica deve sapere cosa sta succedendo, è una questione di civiltà, se il cambiamento non parte da noi cittadini, Foggia non potrà mai cambiare. Il potere è nelle nostre mani ma lo perdiamo se non facciamo sentire la nostra voce. Tuttavia i cittadini hanno bisogno anche di essere tutelati. Io mi sono rivolto alla giustizia e ora aspetto che faccia il suo corso. Se un giorno si saprà la verità è perché Fabio aveva i genitori, a differenza di tanti altri ospiti della struttura”.

Il riferimento è al fatto che l’Ual, Rssa Unione Amici di Lourdes, ente ecclesiastico, ospita anziani e persone con disabilità che spesso non hanno più famiglia, un certo numero di utenti proprio a settembre del 2020, è stato contagiato, compreso il povero Fabio che però non ce l’ha fatta.

Sono tanti gli interrogativi che da allora Antonio Lolli (assistito dall’avvocato Giuseppe Biello, del foro di Campobasso, ndr) si pone e che aspettano una risposta.

Ma non c’è solo il dolore straziante di un padre che a distanza di due anni e mezzo non può fare a meno di versare lacrime per la morte del figlio, anche la Procura, nella persona del Pm Roberto Galli, Sost. Procuratore della Repubblica, ha ipotizzato che le indagate a vario titolo e rispetto alle specifiche competenze, in violazione delle disposizioni della Regione Puglia e del ministero della salute per contrastare il contagio avrebbero omesso “di demandare ad un professionista ovvero ad un gruppo di professionisti la redazione di un Piano di prevenzione ed intervento (cosiddetto protocollo Covid); successivamente, in concorso le indagate, predisponevano un piano [ma] carente ed inadeguato, omettendo di disciplinare, ovvero disciplinando in maniera approssimativa ed aspecifica - tra le altre cose - le modalità di accesso alla struttura, i requisiti della segnalazione di ospiti sospetti Covid, le modalità di intervento in caso di ospite sospetto o confermato Covid, le modalità di isolamento, la predisposizione di appositi percorsi sporco/pulito di entrata e di uscita del personale e di ogni materiale dalla struttura e, in particolare dalle aree dedicate all'isolamento dei casi sospetti e/o acclarati Covid-19, nonché la registrazione degli accessi alla struttura”, si legge nelle carte.

Sarebbe stato omesso anche di “predisporre un servizio di pre-triage di tutti coloro che quotidianamente facevano accesso alla struttura”. Non sarebbe stato istituito neppure il divieto di accesso alla struttura dei familiari degli ospiti residenti.

Non sarebbero stati comunicati, o comunque non in modo tempestivo, all'autorità sanitaria i casi sospetti Covid, quindi anche le richieste di tamponi per i soggetti che avevano avuto rapporti ravvicinati con i casi sospetti. Dubbi anche sui tempi nei quali si è provveduto ad isolare nella struttura gli ospiti e i dipendenti che presentavano sintomi, almeno in 9 casi, rilevano gli inquirenti.

In tutto questo fa un rumore assordante il silenzio del vescovo e dei vertici dell’Ual che non avrebbero mai provato a mettersi in contatto con Lolli, neppure per una parola di conforto.

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