E’ iniziata la campagna elettorale. Già un paio di mesi fa pronosticammo (pronostico facile) che in quella sorta di “battaglia di Stalingrado” che sarebbe stata per l’intera Puglia la presa dell’amministrazione comunale di Foggia da parte dell’uno o dell’altro schieramento politico si sarebbe parlato poco dei reali problemi della città e molto di mafia, perché dopo ben 29 mesi di commissariamento, con tutte le polemiche del caso, l’argomento mafia avrebbe fatalmente fatto da convitato di pietra in ogni possibile discussione elettoralistica e avrebbe fatto volare gli stracci, anche a sproposito.
In ordine di tempo, ha cominciato a dar fuoco alle polveri il direttore de l’Attacco Piero Paciello in un intervento telematico rivolto agli studenti dell’Università di Foggia, nel quale in sostanza egli ha sostenuto che non esiste a Foggia un fenomeno definibile “mafia” nel senso assai slargato che molti ormai assegnano al termine come “mafia degli affari” - cioè una occupazione illecita di spazi imprenditoriali tramite prestanomi e infiltrazioni negli uffici pubblici colludendo con dipendenti comunali e statali - ma solo una mafia stracciona e violenta “vecchia maniera” che si limita (perdonate l’espressione brutale) a cose più tradizionali come ammazzare, estorcere, usurare, spacciare droga, etc.
A sostegno di tale tesi il giornalista ha considerato che a Foggia non risulta neppure una indagine giudiziaria che abbia a oggetto una reale sovrapposizione della delinquenza mafiosa al sistema delle imprese locali attraverso il riciclaggio di denaro sporco e prestanomismo in varie forme, ovvero una indagine su una collusione fra pubblici funzionari e delinquenti mafiosi locali nell’aver ottenuto un qualche provvedimento di favore, ma solo alcuni provvedimenti prefettizi di prevenzione che però, secondo lui, sono tutt’altra cosa in termini dimostrativi perché non necessitano di vere e proprie prove in senso giudiziariamente rilevante ma semplicemente di sospetti.
A fronte di questa tesi - accettabile o controvertibile che fosse, sia chiaro - si è sollevata un’autentica bordata di critiche nei circuiti informativi locali, che tuttavia in nessuno degli interventi ha toccato (e contestato) il nucleo effettivo di quel ragionamento, e cioè che a Foggia non v’è alcuna evidenza giudiziaria che gruppi mafiosi abbiano occupato imprese ovvero abbiano creato collegamenti con funzionari pubblici, e purtuttavia molti ne parlano come se invece ciò fosse un dato acquisito e incontestabile.
Nel panorama degli interventi critici sono significativi, per ragioni diverse, quelli di due figure pubbliche.
Per primo è insorto il Procuratore della Repubblica Ludovico Vaccaro che ha sostenuto che con quella sua tesi, definita “negazionismo”, il giornalista aveva recato un insulto alle vittime della mafia, e in sostanza aveva offeso quelli che sono stati ammazzati e i loro familiari.
Ma poiché il giornalista, con il suo ragionamento sulla “mafia stracciona” (nel senso che si è detto prima), non si era sognato affatto di sostenere l’inesistenza di alcuna forma di mafia in Foggia e men che mai proprio di quella criminalità violenta che ammazza le persone, l’unica contestazione a tale tesi che il Procuratore se mai avrebbe potuto fare, in termini di pertinenza, sarebbe stata che quella tesi fosse errata in punto di fatto: e cioè dichiarare che, contrariamente a ciò che costui aveva sostenuto, a Foggia invece vi erano state indagini giudiziarie che avevano disvelato appunto casi di impossessamenti dissimulati di imprese da parte di mafiosi e/o collusioni fra mafiosi e pubblici dipendenti, ma questa, che sarebbe stata l’unica contestazione pertinente, egli non poteva farla appunto perché indagini del genere non ne sono state fatte.
Invece, redarguire il giornalista ricorrendo all’argomento dei morti ammazzati significava buttare la palla in tribuna, cioè impiegare quell’artificio retorico conosciuto come “mozione degli affetti” (evocare una immagine cruda, ma che non c’entra con il tema) per creare un cortocircuito suggestivo tra due concetti diversi obiettivamente in modo da confutare la tesi avversa con un falso paralogismo. Ha rinforzato la polemica anche una professoressa della locale Università (la direttrice di Giurisprudenza Donatella Curtotti) che, incappando nel medesimo fraintendimento della tesi del giornalista nello stesso senso “negazionista”, dal canto suo ha impresso alla protesta una virata nel senso della bega accademica, poiché ha rivolto la propria indignazione anche verso l’altra professoressa della medesima Università (Francesca Cangelli) che aveva ospitato quell’intervento del giornalista.
Il suo punto di vista è che il solo fatto di consentire a qualcuno di esporre a studenti della “sua” (testuale) Università la tesi che non vi sono evidenze giudiziarie di effettive infiltrazioni mafiose negli uffici e nelle imprese locali era di per sé una grave offesa per l’intera Università di Foggia (ah sì? e perché mai?).
In pratica si tratta della rilettura degli articoli 21 e 33 della Costituzione sulla libertà di pensiero e di insegnamento nel senso che sarebbe consentita l’altrui libera manifestazione del pensiero “purché non contrasti con il mio”.
Inoltre questa reprimenda è stata espressa da costei nella convinzione che vietare l’esposizione di tesi divergenti dalle sue sarebbe un modo per “proteggere gli studenti” (altra espressione testuale impiegata nella sua nota agli organi di informazione), insomma che il divieto servirebbe a prevenire il rischio di guastare le teste dei giovanotti con idee “sbagliate”.
Ma tale concetto di didattica “protettiva” non appartiene alla circolazione delle idee nelle Università italiane, quanto piuttosto alle madrasse musulmane dove, tra le altre cose, si insegna la procedura penale maomettana che non prevede il contraddittorio e quindi il confronto dialettico fra tesi diverse.
Alla fine parrebbe che la controversia fra le due professoresse di diritto italo-musulmano verrà risolta forse dal Rettore Lorenzo Lo Muzio o forse da un ayatollah, per decidere quale delle due scomunicare come scismatica: inshallah!
Prepariamoci, perché siamo solo all’inizio della campagna elettorale e questo scontro in tema di mafia sui mezzi di informazione ne è solo l’anteprima.
Tra non molto seguiranno i dossier (magari anonimi) sui vari candidati, cioè le carognate.
Perciò o in molti si danno una calmata, oppure man mano che il clima si imbastardirà lungo i prossimi cinque mesi, alle elezioni ci arriveremo sulle stampelle.
Salvatore Russetti, ex giudice di Corte d’Appello
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