ESCLUSIVO/ “Ho scelto UniPegaso. In 18 anni la città ha fatto passi indietro”

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L’addio del Magnifico di Unifg Pierpaolo Limone era un’indiscrezione nell’aria da qualche tempo ma ora diventa realtà. Il 47enne docente ordinario salentino, esperto di tecnologie didattiche, lascerà il 9 gennaio l’incarico di rettore di Unifg, assunto l’1 novembre 2019. Andrà a guidare UniPegaso, il più grande Ateneo telematico italiano. l’Attacco lo ha intervistato.

Perché questa scelta? Perché ora?

E’ una scelta dolorosa, dopo 3 anni trascorsi come Rettore e 18 complessivamente come docente dell’Università di Foggia allontanarmi mi crea sofferenza. Lascio in questo Ateneo un pezzo del mio cuore. Però devo dire che è anche un passo entusiasmante, perché si apre una nuova sfida per me. Studio da sempre i processi di apprendimento, nello specifico le tecnologie dell’istruzione ovvero come il digitale e il virtuale possano migliorare i processi di apprendimento in termini qualitativi ma anche quantitativi. Vuol dire raggiungere una popolazione più ampia. Siamo il Paese OCSE col più basso numero di laureati. In tutti i Paesi avanzati del mondo ci sono buone Università telematiche, che fanno un dignitosissimo lavoro cercando di offrire formazione di alto livello a fasce di popolazione che sono lavoratori, persone per varie difficoltà non accedono ai percorsi tradizionali, etc. Il modello ottocentesco di Università, che siamo abituati a conoscere, basato sulla presenza dello studente e sul campus, è un modello necessariamente elitario. Si riferisce a un numero limitato di studenti, che possono dedicare dai 3 ai 6 anni della loro vita esclusivamente allo studio universitario. Il mondo è cambiato dall’Ottocento ad oggi. In molti casi non è quella la realtà: in molti casi gli studenti hanno lavori o famiglie, impegni che li costringono a muoversi da un contesto a un altro. Quindi la formazione online per me è sempre stata affascinante dal punto di vista delle ricadute sociali e didattiche ma anche dal punto di vista della ricerca per rendere questo tipo di formazione efficace sfruttando tutte le possibilità date dal medium. Noi siamo ancora in una fase in cui utilizziamo le tecnologie in modo simile alla didattica tradizionale, frontale, nelle aule. Quello che si può invece fare sulle tecnologie è molto diverso. I linguaggi digitali possono offrire una serie di applicazioni che possono permettere allo studente di essere molto più attivo rispetto alla presenza in aula, più coinvolto e partecipe alla lezione. Nei principali centri di ricerca internazionali, che si occupano di questo, si lavora rispetto al futuro dell’e-learning.

Con la pandemia qualcosa è però cambiato.

Dopo la pandemia tutti gli Atenei, anche in Italia, hanno cominciato a occuparsi di e-learning. Ma è cosa diversa poter studiare da vicino questi meccanismi e poter contribuire, guidando un Ateneo telematico, in un contesto in cui ci sono più di 100mila iscritti online.

Come mai UniPegaso?

Sono stato contattato dall’Università telematica Pegaso. Il processo di selezione in quel caso avviene su liste brevi composte attraverso un processo di ricerca di talenti. Erano coinvolti nella selezione altri rettori di Atenei italiane e altre personalità. Non ho chiesto di partecipare, sono stati loro a invitarmi al colloquio. Al termine del processo di selezione mi è arrivata, a distanza di mesi, la comunicazione che ero stato individuato.

Quanti, come lei, si occupano di ricerca sull’e-learning in Italia?

Siamo in pochi. Come professori ordinari credo una decina di persone. E’ una ricerca molto sviluppata a Napoli e al Politecnico di Milano, sono le Università principali tra le Statali per numero di studenti online. Da un lato ci sono i teorici della formazione a distanza e delle tecnologie, dall’altro ci sono coloro i quali hanno l’opportunità di avere grossi laboratori dove sperimentano con gli studenti. Oltre a Milano e Napoli ci sono poi le Università telematiche, che hanno numeri maggiori di studenti online perché il loro lavoro è esclusivamente online. Quando hai centinaia di migliaia di studenti più complessa e ricca è l’analisi che puoi fare. Puoi capire se esistono strategie di anticipazione che si possono mettere in atto rispetto a determinate problematiche, strategie predittive che consentono di intervenire al meglio. Quei contesti sono grandi opportunità di servizio ma anche grandi laboratori di ricerca.

Le è mancata in questi anni la ricerca a Foggia?

Io ho cercato comunque di condurla in Unifg ma è chiaro che è un discorso di scala: il nostro laboratorio a Foggia è buono, discreto, ma con una dimensione regionale e nazionale. Il vantaggio dell’Ateneo telematico è che lì si lavora in una dimensione globale, perché quei numeri ti permettono di dialogare coi principali centri di ricerca del mondo, dagli Stati Uniti al Regno Unito. Nel mondo ci sono oltre 50 Open University. Tutto nacque alla fine degli anni ’60 in Inghilterra con la prima Open University, pubblica al 100%, volta a intercettare quegli studenti che non si sarebbero iscritti all’Università. Una risposta all’Università di massa diversa da quella adottata in Italia. La nostra soluzione fu moltiplicare gli Atenei e dare accesso libero alla gran parte dei corsi di studio. Nel Regno Unito, invece, fu trovata come soluzione la diversificazione degli accessi alla formazione. Non sono Atenei di serie B, anzi nei ranking britannici sono a metà classifica, dunque dignitosissimi. Si rivolgono a un pubblico specifico di persone che non possono frequentare lezioni in presenza. Il modello europeo delle Open Università è prevalentemente pubblico. In Italia non è mai partita la tradizione delle Open University.

Perché? Quanto hanno pesato taluni indirizzi ideologici? 

Hanno pesato. Il decreto Stanca-Moratti diede nel 2003 la possibilità alle Università telematiche di esercitare la formazione online. Ne sono nate molte, anche questa una peculiarità tutta italiana: in genere i Paesi ne hanno una o due, noi ne abbiamo undici. Ci sono una serie di distorsioni di questo sistema che hanno orientato le Università telematiche più a un risultato commerciale che a un risultato di responsabilità sociale come avvenuto in altri contesti nazionali. Questo scenario oggi sta molto cambiando. Si sta creando una concentrazione nelle mani di poche Università telematiche, tra cui c’è il gruppo Multiversity la cui capofila è Pegaso, che mi ha chiesto di assumermi come rettore per guidare questo processo. Oggi è in Italia il più grande laboratorio italiano di didattica a distanza, dal mio punto è una opportunità di lavorare con quei dati e numeri e anche di raggiungere un pubblico molto ampio. Sono convinto, poi, che la formazione diventi sempre più qualcosa che si possa comprare e cui si possa accedere in diversi contesti. Il punto è nella qualità e affidabilità, i cui confini vanno tutti ristabiliti. Non sono date dall’edificio prestigioso o dalla lezione frontale in aula, bensì dal docente, dagli strumenti, dall’interazione che si riesce a stabilire tra docente e studente.

Nei suoi 18 anni a Foggia che città ha incrociato e come l’ha vista cambiare?

Mi sento abbastanza foggiano, ho conosciuto mia moglie qui. E’ a Foggia che i miei figli vanno a scuola. Dal mio punto di vista in 18 anni la città ha fatto passi indietro significativi, soprattutto non è andata avanti come città vicine sono riuscite a fare. Penso al Barese e al Leccese. Foggia è rimasta cristallizzata se non è arretrata, questo si percepisce nella qualità della vita. Unifg ha dato un contributo per fermare il declino ed è oggi la principale leva di riscatto.

E’ una percezione che manca ancora? E dove? Nei settori istituzionali?

Sì, è una consapevolezza che manca ancora ma soprattutto nei cittadini, dopo 23 anni di Ateneo. Non percepiscono Foggia come una città universitaria. Urbino è una città che ha costruito servizi e accoglienza intorno alla sua Università e che, pur nella sua complessità orografica, ha il 5% di studenti stranieri e la metà degli iscritti che vengono da fuori regione. Questa consapevolezza non la riscontro nemmeno nel Leccese, forse solo a Bari. Unifg è un Ateneo giovane e ci vogliono purtroppo molti, molti anni per realizzare questo cambiamento di rappresentazione. Noi abbiamo avuto interlocuzioni molto efficaci con la Regione, che ha una visione strategica sul ruolo dell’Università, e molto fragili invece con la Provincia e col Comune.

Per esempio?

Da anni chiediamo di rafforzare e aumentare le linee urbane di trasporto, una cosa banalissima. Gli studenti ce lo chiedono, sono insufficienti e non degne di una città universitaria. Così come la questione degli alloggi. Abbiamo alloggi davvero molto limitati. Non siamo riusciti ad avere da Comune e Provincia altri spazi. Ci siamo riusciti con la Regione, che è intervenuto per la Caserma Miale e il Conventino.

Lei sarà ricordato soprattutto per queste operazioni immobiliari.

Sono molto orgoglioso di aver portato a casa questi risultati ma i disagi per gli studenti sono notevoli. Abbiamo dovuto affittare l’intera Città del cinema e non ci bastano. Gli studenti sono un indotto incredibile, non puoi considerarli un problema all’interno della città.

Che idea si è fatto su Foggia dopo lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose?

Non credo che la città sia mafiosa. In psicologia si parla di impotenza appresa: quando le cose vanno male per tante volte, una dopo l’altra, ci si abitua e rassegna all’idea che la situazione non possa cambiare. Credo che Foggia sia oggi una città rassegnata alla situazione di disagio che si vive. Quindi è davvero un problema culturale. Non ho conoscenza delle questioni giudiziarie e di ciò che compete a Procura e forze di polizia. Posso offrire uno sguardo di scienze sociali. Quello che percepisco, anche dagli studenti, è una maggiore rassegnazione rispetto ad altri contesti. C’è quindi molto lavoro da fare, perché bisogna aiutare gli studenti a progettare un futuro in un contesto nel quale non vedono un futuro. Ci sono molte possibilità che possono essere offerte loro in una città come Foggia. Perciò abbiamo puntato molto sulla Terza missione. Non è possibile cambiare lo stato delle cose se non si vede il cambiamento. Il nostro sforzo è stato mostrare possibilità. Se non lo si vede un futuro la partita è finita. Sono gli studenti la chiave: ne abbiamo in Unifg 13mila, che diventeranno buoni amministratori, professionisti, etc. E’ questa, progressivamente, la scommessa. Serve tempo ma se Unifg viene aiutata dal decisore politico è possibile accelerare questo percorso di riscatto.

Una scommessa che, però, incrocia il dato drammatico del declino demografico del Mezzogiorno e della Capitanata.

Anche quello è un segnale di come ci sia rassegnazione. Le persone vanno via o non fanno figli perché sono preoccupate per il futuro. Se si prova a costruire una rappresentazione del cambiamento e si è conseguenti, cioè non si danno false promesse, questo fenomeno si può arrestare. Credo che la politica abbia una grande responsabilità.

Cosa avrebbe fatto nella seconda parte del mandato da rettore di Unifg?

Avrei lavorato a consolidare quello che abbiamo costruito. La parte di maggiore innovazione l’abbiamo portata a termine, motivo per il quale sono sereno adesso andando via. I risultati principali - su numero iscritti e corsi di studio, ricerca, etc. – sono stati ben avviati e portati avanti. I tre anni successivi avevano nella mia idea e nel Piano strategico l’obiettivo di lavorare al consolidamento di tali risultati. Oggi ci ritroviamo ad avere quasi 5mila immatricolati l’anno rispetto ai 3mila circa da cui eravamo partiti, una crescita impressionante. Per noi è un risultato eccezionale.

Proverà a “battezzare” il nuovo Rettore?

No, non sarebbe corretto. E’ molto probabile che la candidatura del nuovo rettore venga fuori dall’attuale governance: i due prorettori, i sette direttori di dipartimento. Da questo gruppo, che ha lavorato quotidianamente per gestire i problemi e che conosce molto bene la macchina amministrativa, è probabile che vengano fuori una o più candidature. Sono colleghi l’uno meglio dell’altro, siamo sicuri che Unifg sarà in ottime mani. Non ci sarà alcun trauma nella transizione.

Come immagina la sua vita dopo il 9 gennaio?

Molto simile a oggi per certi versi ma la responsabilità non sarà amministrativa. Gli Atenei privati distinguono fortemente il governo delle questioni accademiche e di ricerca dalla gestione propriamente amministrativa. C’è un presidente del cda, la responsabilità legale dell’Università non sarà la mia. Mi potrò dedicare esclusivamente alla didattica e alla ricerca, che sono i miei interessi.

(a cura di Lucia Piemontese)

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