Il “no”, come specifica la lingua italiana, è una parola olofrastica, cioè da sola esprime una frase intera (tanto vale per il “si”). Ma oggi, in tante famiglie, il “no” viene pronunciato sempre di meno. I ragazzi, quindi, crescono nell’alveo comunicativo e comportamentale di ciò che gli psicologi definiscono “linguaggio dei pari” o “pressione dei pari”, spiegando che: “Si tratta di un meccanismo che influenza e costringe le persone a comportarsi, non in base a ciò che sentono o che non vogliono, ma si adattano alle aspettative dei compagni ritenuti significativi nel gruppo di amici”. Nella mente del ragazzo/a, che subisce la pressione dei pari si genera un conflitto: fare ciò che ritengo giusto o comportarmi come gli altri? Ciò accade a scuola dove equilibri precari hanno portato alla ribalta della cronaca: violenza sui presidi; insegnanti presi in giro; delegittimazione dei ruoli, e si parla di “emergenza educativa”. Per gli addetti ai lavori, oggi, la scuola è chiamata a “fare supplenza” alla famiglia.
Ma a questo punto, è importante per un docente saper pronunciare quel monosillabo scomodo ma utile: “È essenziale per un insegnante saper dire ‘no’ agli studenti quando necessario, ritenendola un’estensione del ruolo educativo, primario, dei genitori – ha dichiarato a l’Attacco, il giovane professore e scrittore di libri fantasy, Luca Mastropasqua, docente di filosofia e storia all’I.I.S.S. Fiani-Leccisotti di Torremaggiore -. Dire ‘no’ può essere uno strumento potente per guidare i ragazzi verso comportamenti responsabili e per aiutarli a comprendere che ogni azione ha delle conseguenze. Imparare a gestire un rifiuto è parte integrante del personale sviluppo, preparandoli a sfide e situazioni reali che incontreranno fuori dalla classe”.
Ma c’è altro: “Quando un insegnante si mostra coerente e fermo nelle proprie decisioni, rafforza la propria autorità e guadagna il rispetto dei discenti – ha ripreso Mastropasqua -. Ciò aiuta a creare un ambiente d’apprendimento più strutturato e sicuro, dove gli studenti si sentono guidati e protetti. Imparare a dire no, quindi, non è solo una questione d’imporre limiti, ma anche d’insegnare il rispetto per le regole e l'importanza della struttura. Anche il noto psichiatra Paolo Crepet insiste sull'idea che educare significa anche saper rifiutare, correggere e talvolta contraddire: azioni che rafforzano la struttura morale ed etica del giovane”.
“In un'epoca in cui spesso i genitori tendono a essere permissivi, il ruolo dell'insegnante diventa ancora più cruciale per fornire quel quadro di limiti e regole che è vitale per la crescita sana di un adolescente. Quindi, dire no, se fatto nel modo giusto e per le giuste ragioni, è un atto di cura che prepara gli studenti a diventare adulti consapevoli e rispettosi delle norme comunitarie. È fondamentale, tuttavia, che gli insegnanti bilancino questo approccio con il supporto e la comprensione, mostrando agli studenti che ogni ‘no’ è motivato da ragioni valide e mira al loro benessere. Questo approccio equilibrato può incoraggiare gli studenti a sviluppare la resilienza e l'autodisciplina, elementi chiave per il successo, nell'ambito scolastico e nella vita – ha concluso il professore -. Li aiuta inoltre ad acquisire maggior fiducia nelle figure educative di riferimento, perché con il tempo gli studenti imparano che i no di un docente, anche se inizialmente possono sembrare immotivati, sono sempre finalizzati ad assicurare quella trasformazione del sé che è la crescita. Ciò accade, soprattutto, se non sono abituati a ricevere dei no dai genitori”.
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