Più Supreme, il workshop finale per l’inserimento dei migranti. Manfreda: “Eccone la profilatura”

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“L'inserimento lavorativo dei migranti tra diritti, economia e inclusione” è il workshop finale che l’associazione Ghetto Out ha tenuto ieri a Casa Sankara quale ulteriore azione del progetto Più Supreme, finanziato dalla Regione Puglia, per l'integrazione lavorativa e socio-culturale dei migranti. Relatori dell’iniziativa: Papa Latyr Faye (presidente Ghetto Out); Simona Auciello (communication officer Princes Industrie Alimentari) e Bruno Zangardi (presidente Gargano Ok) per la parte che ha riguardato il ruolo delle imprese nell’inserimento dei migranti; Ada Manfreda, ricercatrice dell’Università Roma Tre, che ha raccontato il case management sviluppato a Casa Sankara in chiave di approccio integrato per l’inclusione sociale (azione ancora una volta condotta in Più Supreme).

“Oltre due anni fa – ha raccontato quest’ultima a l’Attacco – abbiamo attivato a Casa Sankara uno sportello di ascolto, orientamento e accompagnamento per migranti. Grazie a quest’attività è stato possibile innanzitutto censire tutti gli ospiti, che al 31 ottobre 2023 risultano essere 411. Lo sportello ci ha permesso, quindi, non solo di fornire servizi di supporto sanitario e legale per la regolarizzazione sul territorio degli utenti di Casa Sankara, ma ci ha anche consentito di sviluppare colloqui di orientamento per una prima profilatura degli ospiti, al fine di provare a capire chi siano, da dove provengano, quali siano le loro pregresse esperienze formative e lavorative, sia nei loro Paesi d’origine sia in Italia. Ciò anche per comprendere quanto e come si possa ragionare di inclusione a partire dal loro percorso biografico, quindi in funzione di un’ottimizzazione delle risorse umane presenti sul territorio, immaginando queste persone come risorse che annoverano competenze pregresse da mettere a valore in percorsi d’inserimento socio-occupazionale. Questa profilatura, dunque – ha proseguito la ricercatrice -, rappresenta una base dati su cui poggiare progettualità future, tanto per i progetti che Ghetto Out può mettere in campo qui a Casa Sankara quanto per i percorsi inclusivi disposti dalle istituzioni territoriali, che, così, dispongono di una base su cui poter ragionare al fine di non inquadrare queste persone all’interno di un troppo generico profilo di ‘migrante’ ma quali soggetti, invece, che hanno nome e cognome, una specifica lingua parlata, un Paese d’origine, esperienze lavorative pregresse e competenze più o meno complesse maturate a seconda del percorso di studi sviluppato. La nostra azione di profilatura, allora, è importante per ragionare in modo più mirato, e non più per macrocategorie stereotipe che non consentono di effettuare azioni più calibrate, cioè su misura di ogni singolo migrante. Una profilatura che potrà essere approfondita effettuando analisi sempre più specifiche in merito ad una mappatura dei bisogni qui presenti. Abbiamo profilato 376 ragazzi e così abbiamo capito, ad esempio, quale sia la lingua madre più parlata a Casa Sankara: questo è utile anche soltanto immaginando circostanze in cui sia necessario effettuare una comunicazione, divulgare un volantino, ovvero azioni in cui utilizzare la lingua maggiormente parlata in questa comunità significa poter arrivare meglio ai suoi componenti, ottimizzando un lavoro di inclusione che spesso incontra tanti ostacoli”.

Quali ostacoli, più nello specifico? “E’ un lavoro complicato – replica Manfreda –. Da un lato esistono le azioni d’inserimento e supporto per i migranti; dall’altro, però, bisogna fare i conti con i loro progetti di migrazione e di vita. Va premesso che i migranti che approdano sul nostro territorio spesso non hanno orizzonti specifici, oppure abbracciano progetti che non prevedono una valorizzazione personale: si sentono, in sostanza, solo una sorta di strumento per raccogliere un po’ di soldi e inviarli alle loro famiglie in Africa, e dunque accettano qualunque tipo di lavoro purché riescano a guadagnare qualcosa. Ciò non li fa entrare in una migliore visione di se stessi, quella, cioè, secondo la quale possano sentirsi in grado di investire sulle proprie risorse, magari partecipando alle attività formative organizzate da Ghetto Out in sinergia con la Regione per acquisire nuove competenze socio-professionali o potenziare quelle già in essere. E’ stato a tratti molto difficile raccogliere le adesioni dei migranti alle nostre attività formative, così come convincerli a rendersi disponibili per effettuare il colloquio di orientamento utile alla profilatura: abbiamo spiegato loro che si trattava di un’opportunità per migliorarne l’inserimento sul territorio, ma la fatica è stata non poca affinché potessero comprenderlo. Questo perché – continua ad analizzare Manfreda – tra i migranti insiste spesso un’autorappresentazione del sé che limita l’aspirazione ad investire su competenze specifiche: molti di essi, infatti, non pensano di dover autoformarsi dedicando tempo a percorsi di crescita individuale e professionale, mentre tutto il tempo che hanno lo dedicano invece al lavoro, qualunque esso sia. Però coloro che sono riusciti ad abbracciare percorsi formativi con, in alcuni casi, borse di tirocinio aziendale hanno potuto praticare esperienze occupazionali diverse dal bracciantato agricolo, e hanno infine compreso il senso della nostra azione avendo trovato la possibilità non solo di migliorare la propria condizione ma anche di autocostruirsi ulteriori competenze a proprio vantaggio, diventando così, in ottica lavorativa, maggiormente ‘spendibili’ sul territorio italiano”.

A ricapitolare a l’Attacco l’importanza del progetto Più Supreme è stato il presidente di Ghetto Out: “Le azioni progettuali sono state molteplici e sono servite a realizzare un percorso di integrazione. Le più importanti sono rivolte alla lotta al caporalato e al miglioramento delle condizioni di vita degli ospiti di Casa Sankara. Si son tenuti diversi tirocini formativi; e grazie ai finanziamenti della Regione Puglia abbiamo pure potuto acquistare 2 van 9 posti utili al trasporto sui luoghi di lavoro. Trasporto che rappresenta la vera arma dei caporali, ai quali, in tal modo, grazie al progetto regionale, abbiamo potuto sottrarre vittime che ora possono recarsi al lavoro liberi dal ricatto. Questi due pullmini sono arrivati nel momento giusto, ovvero quando si è creata una sinergia tra noi e l’azienda Princes, che ha infine assunto 32 persone di Casa Sankara. Più Supreme ci ha inoltre consentito – chiosa Faye – di realizzare una cucina industriale che attiveremo nelle prossime settimane e che permetterà di avviare la mensa a Casa Sankara, migliorando le condizioni residenziali per gli utenti della nostra struttura”.

Dalla profilazione effettuata in Più Supreme, almeno l’80% degli ospiti di Casa Sankara sono soggetti regolari sul territorio italiano, la restante parte è composta da gente in fase di richiesta o rinnovo del permesso di soggiorno. Il progetto, come detto, ha quindi fornito anche un efficace supporto al percorso di regolarizzazione degli ospiti.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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