Foggia, nostalgia canaglia

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Dopo essere risaliti alle ragioni che hanno determinato negli ultimi 28 anni lo scadimento della cultura calcistica a Foggia, che si è portata dietro solo macerie e fallimenti, abbiamo chiesto a Pino Vaccariello, tecnico e titolare della Foggia Football Club (società capofila sul territorio a livello giovanile), e con trascorsi significativi anche con il club rossonero negli anni d’oro della gestione-Casillo, di analizzare il fenomeno Foggia in questo delicato frangente, e di dare una lettura del momento dal suo personale osservatorio.

Domani torna la sfida con il Pescara, è partita vera...

Sì, ma non ha più il fascino di un po’ di anni fa, quando metteva in palio la promozione in A, oppure si giocava sul palcoscenico della massima serie.

Nostalgia?

No, ma è chiaro che questo attuale è un altro calcio, che fa i conti con le tante anomalie del momento che vive anche la città.

Eppure c’è stato un frangente in cui cose andavano decisamente meglio da queste parti.

Vero, ricordo quando nel ‘91 il cittì della nazionale Arrigo Sacchi, alla vigilia di una partita degli azzurri che si giocò proprio allo Zaccheria, disse: “Andiamo a giocare nell’Università del calcio”. In quella frase c’è tutto l’orgoglio di ciò che il pallone ha rappresentato qui nel tempo. Da sempre Foggia si è distinta per la sua forte cultura calcistica, generata dalle numerose scuole che si sono alternate nella nostra città a partire fin dagli albori, dagli anni ’20. Siamo passati dal calcio danubiano a quello sudamericano, per arrivare al calcio all’Italiana di Pugliese e Toneatto, per finire a quello più spregiudicato di Maestrelli e Zeman. Si sono succedute grandi squadre che sono state costruite con sapienza e particolare competenza, e che hanno portato alla valorizzazione di tanti giovani che hanno spesso contribuito a salvare i bilanci della società.

Spesso si dice che a Foggia non basta vincere, devi esprimere anche un gioco piacevole e pieno di contenuti.

E’ un assioma che dalle nostre parti ha quasi sempre trovato terreno fertile, ma purtroppo da oltre 20 anni Foggia è andata via via perdendo la sua identità ed il suo palato fine, che ha reso questa piazza unica nel suo genere.

Come è stato possibile?

I motivi sono molteplici, da troppo tempo al timone del club si avvicendano proprietà che al massimo durano un paio di anni, in più molti dirigenti si sono rivelati  avventurieri, oltre che improvvisati e privi di qualsiasi conoscenza della materia. Abbiamo assistito così a spese faraoniche per calciatori mediocri, fallimenti tecnici ed economici, allenatori che non lavorano mai sui progetti a lungo termine ma sempre nell’immediato.

Ma c’è anche dell’altro, purtroppo.

Condivido, questa è una città dove c’è un livello di invadenza a tutto tondo nelle vicende societarie che credo non abbia precedenti altrove, l’ambiente mai come in questo frangente è diviso su due sponde, spesso e volentieri si sono coperti i disastri del presidente di turno, senza mai fare una vera analisi critica e costruttiva.

Con l’aggravante che chi si è alternato al comando ha sempre dimenticati di costruire dalla base.

Appunto. I settori giovanili ormai da troppo tempo sono zeppi di ragazzi raccomandati, giovani calciatori senza qualità, anche perché affidati ad allenatori e dirigenti senza competenza alcuna. I più però su questi argomenti delicati colpevolmente tacciono. Non capisco sinceramente il perché.

Foggia ormai ha perso qualsiasi riferimento culturale, calcisticamente parlando.

Un tempo c’erano presidenti come Rosa Rosa, Fesce e Casillo, allenatori come Vincenzo Marsico, Tommaso Maestrelli o Lauro Toneatto che erano innanzitutto uomini. E poi c’erano grandi intenditori come Peppino Pavone, Vittorio Eronia e Vittorio Nocera. In passato il calcio rossonero era ricerca e studio, passione e competenza, amore per la maglia, tutte qualità che hanno portato la piccola Foggia, già negli anni ’60, a confrontarsi con gli squadroni di serie A.

Valori che purtroppo si sono persi nel tempo.

Da anni ormai manca un vero progetto di calcio, del tutto assenti sono strutture sportive e gente capace, non ricordo più da quanto non si valorizza un calciatore locale, da tempo non si struttura una vera società, il calcio è diventato strumento della politica come è l’oppio per il popolo ed il tifoso. Al quale basta solo andare alla partita è gridare Zafò! Si tratta di un calcio che è sprofondato nel dilettantismo puro, che di professionismo non ha più nulla: se si vince tarantelle sotto le curve e negli spogliatoi del settore giovanile come avviene nelle migliori società di parrocchia. Siamo messi davvero male.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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