Foggia: quando calciatori, dirigenti e tecnici ne facevano un’isola felice e “incontaminata”

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Foggia è sempre stata una piazza ambita da un punto di vista calcistico e lo è ancora oggi che galleggia in serie C. Perché? E perché ancora oggi un calciatore che viene accostato al Foggia si sente importante?

Una delle risposte a questa domanda è che Foggia, a partire dalla metà degli anni Sessanta, ha sviluppato una grande cultura calcistica che fonda la sua ragion d’essere sulla qualità tecnica assoluta dei calciatori e degli allenatori che hanno indossato la casacca rossonera. E che, con la loro cultura calcistica, hanno favorito la crescita e la competenza degli spettatori, dei tifosi e anche degli addetti ai lavori che nel tempo si sono occupati delle sorti sportive della squadra della città.

A partire dalla prima, storica, promozione in serie A, Foggia ha sempre ospitato nel catino dello Zaccheria qualità calcistica eccelsa.

Pensiamo ad alcuni dei numeri dieci che hanno vestito la maglia dei satanelli. Giorgio Maioli, Gigi Delneri, Giorgio Rognoni, Giovanni Stroppa.

Pensiamo agli attaccanti: Vittorio Cosimo Nocera, Peppino Pavone, Nello Saltutti, Albertino Bigon, Giuseppe Signori, Ciccio Baiano, Igor Kolyvanov.

I centrocampisti: Dante Micheli, Giovanni Lodetti, Nevio Scala, Franco Bergamaschi, Luciano Re Cecconi, Gigi Di Biagio, Igor Shalimov.

I difensori: Matteo Rinaldi, Gianni Pirazzini, Mauro Colla, Renato Sali, Dan Petrescu, José Chamot, Pasquale Padalino, Maurizio Codispoti.

I portieri: Giuseppe Moschioni, Raffaele Trentini, Maurizio Memo, Franco Mancini.

Gli allenatori: Oronzo Pugliese, Lauro Toneatto, Héctor Puricelli, Tommaso Maestrelli, Cesare Maldini, Zdeněk Zeman, Pasquale Marino, Roberto De Zerbi, Giovanni Stroppa.

I presidenti: Domenico Rosa Rosa, Antonio Fesce, Pasquale Casillo.

Una lista ristretta, utile per dare senso compiuto e rappresentanza alla qualità a cui faccio riferimento.

Tutti insieme, presidenti, allenatori e calciatori, hanno creato una cultura calcistica che non esisteva prima di loro. Una cultura calcistica che non si fondava sul modulo di gioco o sulle vittorie, ma sulla qualità intrinseca rappresentata da loro stessi e dai valori che veicolavano, indipendentemente dal ruolo che recitavano. Grazie a questi atleti e a questi dirigenti, il pubblico e i tifosi del Foggia hanno avuto il privilegio, nel corso di tutti questi anni, di affinare il proprio gusto calcistico e saper separare il grano dal loglio.

Foggia è una piazza calcistica che appartiene ad una fascia di squadre di alto lignaggio nelle quali è difficile far passare il concetto che l’unica cosa che conta è vincere. In queste piazze, Foggia inclusa, per essere in sintonia con l’ambiente, tifosi, pubblico e stampa, bisogna giocare un buon calcio e avere buoni calciatori.

Non è così per tutte le squadre e per tutte le tifoserie. Basti pensare alla seconda Liga spagnola vinta da Fabio Capello alla guida del Real Madrid. L’allenatore friulano fu contestato al Santiago Bernabeu, lo stadio delle merengues, con una pañolada (sventolio di fazzoletti bianchi in segno di protesta, ndr) pur avendo vinto il campionato perché il pubblico e anche la società non apprezzarono la qualità del gioco espresso dalla sua squadra. Un caso limite, ma indicativo che dimostra plasticamente cosa significa avere una cultura calcistica evoluta.

Il Foggia non è il Real Madrid, ma l’ambiente calcistico dauno ha avuto per lungo tempo la stessa sensibilità e attenzione per la qualità del gioco espresso dalla propria squadra. Qualche anno prima della vittoria di Capello con il Real Madrid, nel 1989, la squadra rossonera guidata da Pino Caramanno conquistò la promozione in serie B a Trapani contro il Palermo, ma nonostante la promozione conquistata sul campo, l’allenatore di Piana degli Albanesi non fu confermato alla guida dei rossoneri e al suo posto fu chiamato Zdeněk Zeman.

Una cultura calcistica che affonda le sue radici nella metà degli anni Sessanta e che dunque ha interessato diverse generazioni di tifosi. Una cultura calcistica che si è alimentata di pochi ed essenziali elementi: qualità tecnica dei calciatori, sviluppo di un gioco piacevole e in grado di assicurare successi sportivi alla squadra, società solide da un punto di vista finanziario, sintonia totale tra calciatori, allenatori, presidenti, pubblico, tifosi e stampa. Questo circolo virtuoso non esiste più.

La squadra di calcio e le diverse proprietà che si sono avvicendate alla guida della società in questi ultimi anni non sono più in grado di esprimere quella qualità. È un circolo vizioso: la società non ha le risorse economiche necessarie per acquistare calciatori di qualità, il gioco sviluppato dalla squadra non è di buona fattura, i risultati sportivi non arrivano. Bellezza chiama bellezza, qualità chiama qualità. La squadra di calcio ha seguito, e per certi versi anticipato, il declino della città. Un declino sociale, culturale ed economico che sembra non avere fine e che ha raggiunto il suo punto più basso con il commissariamento di Palazzo di Città. Una realtà amara e difficile da sopportare per chiunque.

Non ci sono ricette magiche per risalire la china, né si può attendere l’arrivo di un salvatore della patria. C’è bisogno che tutti insieme si decida di ripartire con umiltà e modestia.

Il calcio, la squadra del Foggia, a metà degli anni Sessanta segnò l’inizio di un periodo bello e florido per il capoluogo di Capitanata. La rinascita potrebbe ripartire da lì, dallo Zaccheria, da undici ragazzi che corrono su un prato verde indossando maglie rossonere. Per farlo c’è bisogno di progetti a medio e lungo termine con solide basi economiche e di persone capaci di interpretare la voglia di riscatto che alberga nei cuori di molti. C’è bisogno di persone eticamente irreprensibili che siano modelli da imitare per le nuove generazioni di foggiani che si affacciano alla vita.

E chissà che un giorno non si riesca ad essere protagonisti positivi così come lo siamo stati in passato, e che ci capiti, ancora una volta, di leggere sui quotidiani sportivi nazionali: Juve o Milan? Meglio il Foggia.

Oscar Buonamano

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