Dalle motivazioni della sentenza del processo Decimabis emergono i no dei commercianti costretti a pagare il pizzo agli inquirenti, anche di fronte all’evidenza delle intercettazioni.
Il responso è stato emesso il 7 novembre 2022 dai tre giudici della terza sezione della Corte d’Appello di Bari: una assoluzione e 24 condanne a 217 anni, 10 mesi e 20 giorni. Il blitz contro la mafia del pizzo del 30 novembre 2018 portò a 30 arresti; il processo a 29 imputati si sdoppiò al termine dell’udienza preliminare: in 25 optarono per il rito abbreviato dal Gup di Bari e per loro c’è stato anche il verdetto di secondo grado.
In appello sono state inflitte pene da 20 mesi a 20 anni: alla sbarra sono finiti 24 foggiani e un garganico accusati a vario titolo di mafia quali affiliati a due clan della “Società” (Sinesi/Francavilla e Moretti/Pellegrino/Lanza).
“Questo processo - si legge nelle 89 pagine di motivazione - prende in esame uno specifico periodo di vita della Società Foggiana, caratterizzato da una sanguinosa guerra di mafia tra Sinesi/Francavilla e Moretti/Pellegrino/Lanza”. Il riferimento è alla 7° guerra tra clan della quarantennale storia della mafia cittadina: tra settembre 2015 e ottobre 2016 si registrarono 10 agguati con tre morti e 11 feriti/scampati, tra cui un bambino di 4 anni. “Tra gli elementi che caratterizzano questo periodo c’è il controllo capillare delle attività economiche, mediante un’attività estorsiva a tappeto”.
Nell’esaminare le singole imputazioni di estorsione i giudici si sono trovati quasi sempre a dover registrare il silenzio degli estorti. “Significative del contesto (mafioso) sono le reazioni delle vittime alle convocazioni davanti alle forze dell’ordine nelle quali hanno negato di aver pagato il pizzo. Una parte offesa si è addirittura lamentata con un imputato del fatto che i carabinieri fossero a conoscenza delle precise modalità dell’estorsione cui era sottoposta, tanto da chiedergli: ‘Come fanno a sapere che pago 4mila euro a Pasqua e 4mila a Natale’”.
Un’altra vittima, titolare di una discoteca costretta a versare 500 euro a settimana per la protezione finalizzata al regolare svolgimento delle serate danzanti, si lamentò perché non più tollerabile che amici dell’estorsore continuassero a litigare nel locale creando problemi. E trovò la comprensione dei mafiosi: “Giustamente se quello crea problemi, il titolare si vede costretto a denunciare. Ha detto: ‘Se voi non mi risolvete questo problema, non vedete più una lira’”.
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