Istituzioni da una parte e studenti dall’altra, attenzione dei giovani per testimonianze di Accardo e Villani

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Quando ci si rivolge ai ragazzi, anche se questi sono prossimi al compimento della maggiore età, occorre utilizzare linguaggi a loro vicini. Se, poi, il preciso (e meritorio) intento è quello di trasmettere valori, risulta fondamentale fare in modo che il messaggio venga recepito nella sua interezza. Questa è la lezione che gli studenti degli istituti superiori di Manfredonia hanno trasmesso a chi avrebbe invece voluto insegnare loro qualcosa. I giovani che hanno comunque gremito tutti i posti a disposizione non hanno mostrato interesse per gli interventi che si sono seguiti sul palco del teatro comunale Lucio Dalla. L’occasione è stata quella organizzata dalla Prefettura di Foggia, con il titolo ‘E il modo ancor m’offende’ ripreso dal Canto V dell’Inferno di Dante Alighieri, dove c’è Francesca da Polenta, vittima della violenza del marito Gianciotto Malatesta che la portò alla morte.

È apparsa molto evidente questa mancanza di connessione, dal momento che la stragrande maggioranza delle teste dei ragazzi erano chine sui propri cellulari. Non è sfuggita nemmeno a chi calcava quel palco. Tanto è vero che il costante brusio di sottofondo ha dapprima costretto ad intervenire la professoressa Rossella Palmieri, che ha condotto l’evento, poi anche il questore di Foggia Ferdinando Rossi, ha dovuto riprendere pubblicamente la giovane platea.

Laddove non erano riusciti gli autorevoli interventi del Prefetto di Foggia Maurizio Valiante, della commissaria straordinaria del Comune di Manfredonia Rachele Grandolfo, e del comandante provinciale dei Carabinieri Michele Miulli, sono invece arrivate le due testimonianze rese nel corso della mattinata.

Le protagoniste sono state due donne, che vengono da contesti diversi – non solo geograficamente -, ma che purtroppo sono unite dalle violenze che hanno dovuto subìre.

Quando è stato il loro turno di parlare, non ci è voluto nulla per far calare il silenzio. La prima a raccontare di sé è stata Alessandra Accardo, poliziotta della questura di Napoli che è stata aggredita da un uomo che è stato poi assicurato alla giustizia.

Accardo ha esordito chiedendo l’attenzione fino a quel momento minima, visto che “siete voi ragazzi – ha detto rivolgendosi agli studenti – che avete le chiavi del futuro”. Ha fatto breccia, ma ancora di più è stata la sua esperienza personale ad ammutolire tutti.

Oggi, Alessandra si sta riprendendo in mano la sua vita e, nel frattempo, è diventata parte della sua vita portare la propria testimonianza soprattutto nelle scuole, di condividere la sua esperienza perché “dal dolore, si rinasce”.

E di dolore ne ha provato tanto, come ogni vittima di violenza. Nel suo caso, ancora oggi ha cicatrici e ferite che le ricordano quella infausta sera. Non ha paura, però. Non ce l’ha nemmeno quando racconta, ancora una volta, di quella sera d’ottobre in cui aveva finito il suo turno di lavoro e, raggiunta la sua auto che l’avrebbe riaccompagnata a casa, “stavo pensando a che musica avrei messo per il viaggio”, un uomo la colse di sorpresa e l’aggredì.

Accardo non l’ha detto al Dalla, comunque si trattava di un 23enne originario del Bangladesh che, a marzo scorso, è stato condannato a 14 anni di carcere – con rito abbreviato – per violenza sessuale e tentato omicidio.

Di forte impatto emotivo è stata anche la successiva (e più lunga) testimonianza, quella resa da Ilaria Villani. A differenza di Accardo, Villani è originaria della Capitanata, visto che è nativa di San Marco in Lamis. La sua disavventura inizia quando era adolescente e si legò, poi anche in matrimonio, con un uomo che aveva inibito ogni sua velleità sin dall’inizio.

Oggi, Ilaria ha 30 anni e una figlia 15enne – che era tra il pubblico del teatro Dalla -, e fu proprio il suo istinto materno a farle scoccare la scintilla.

“Ero a terra, inerme, lui continuava a darmi calci e io non avevo la forza di reagire in nessun modo. Anzi, mi dicevo che se non ci fosse riuscito lui ad uccidermi, lo avrei fatto io stessa – ha raccontato con gli sguardi di tutti su di lei -. Mia figlia aveva 7 anni e fece capolino mentre lui mi stava aggredendo”. La bambina provò ad intervenire, avvicinandosi alla madre che era riversa a terra, “ma quel mostro l’allontanò con violenza facendola cadere a terra e poi si rivolse verso di lei”. Fu in quel momento che “sentii un pugnale che mi trafiggeva il cuore e mi diceva che dovevo svegliarmi, altrimenti avrei lasciato mia figlia nelle grinfie di quello lì. Mi dissi che dovevo reagire, perché non era normale quello che stava accadendo da troppo tempo ormai. Una vittima di violenza non è consapevole della sua condizione, non sa di essere una vittima perché il suo carnefice l’ha convinta che sia tutto normale. Sono andata via e l’ho denunciato, anche perché ero io l’unica che lavorava e portava soldi a casa, perciò sapevo che in un modo o nell’altro me la sarei cavata”.

Una differenza sostanziale, rispetto a quella che è molto più spesso la condizione delle donne “che sono invece costrette a restare con un uomo che le maltratta perché hanno paura del domani. Perché vivono nella condizione che io stessa ho vissuto in prima persona, quando ci viene detto che non valiamo nulla da sole. E ci lasciano convincere che sia vero, fino a quando recuperiamo la libertà e la fiducia in noi stesse”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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