A Manfredonia politici, candidati in pectore e comunità più in generale vanno avanti con un orecchio teso verso le ultime notizie sul fronte dell’inchiesta giudiziaria “Giù le mani” e l’altro che cerca di captare novità rispetto alla possibile nuova commissione di accesso in Comune e al rischio che slittino le elezioni comunali dell’8 e 9 giugno. Rispetto a quest’ultimo interrogativo, stando alle indiscrezioni che trapelano dalla Prefettura di Foggia e da Roma, ci sarà il secondo iter di accesso agli atti per verificare il rischio di infiltrazioni mafiose dopo quello che nel 2019 condusse allo scioglimento del consiglio comunale. Ma i beninformati ritengono che il voto non sia in discussione e che dunque partiti e liste civiche debbano proseguire il percorso di avvicinamento alle urne. Sono domande che assillano, in queste giornate roventi, anche Bari, dove però la commissione di accesso è già arrivata, voluta direttamente dal ministro dell’interno Matteo Piantedosi, che ha scavalcato il prefetto rispetto alla prassi ordinaria prevista dall’articolo 143 del Tuel. Ebbene, a meno che la commissione non termini il proprio lavoro prima dei tre mesi previsti, e dunque relazioni prima delle elezioni comunali, il voto non salterà. Lo stesso avverrebbe nel Golfo, ma come per il capoluogo di regione il rischio di scioglimento graverebbe poi sulla neonata amministrazione comunale, appena insediatasi. Una ipotesi davvero troppo punitiva, criticata anche negli ambienti prefettizi, che scoraggerebbe molti a partecipare alla competizione elettorale. Chi vorrebbe, infatti, farsi eleggere se poi rischia uno scioglimento per mafia?
Nella città sipontina arriva anche un’indiscrezione ulteriore: così come a Bari l’attenzione è stata rivolta dapprima alla municipalizzata Amtab, che è stata subito sottoposta ad amministrazione giudiziaria a seguito dell’inchiesta della Procura, c’è chi ritiene che anche a Manfredonia l’iter possa colpire la società in house del servizio di igiene urbana, ASE spa, e poi in seconda istanza spostarsi sul Comune.
“La volontà sarebbe quella di applicare il modello Bari”, dice un beninformato a l’Attacco. “Gli inquirenti si concentreranno prima sulla municipalizzata e poi sull’ente”. Che il pericolo ci sia pare confermato dai comunicati stampa inviati nei giorni scorsi dall’amministratore delegato di ASE spa, Massimo Leone, volti a escludere che l’impresa pubblica sia condizionata in qualche maniera e a garantire la massima vigilanza per tutelare legalità e integrità aziendale.
L’altra questione che tiene incollati i manfredoniani è legata alle indagini di “Giù le mani”. Come evidenziato su queste colonne, le intercettazioni mostrano il piano difensivo di Michele Romito e del sodale ex assessore Angelo Salvemini: rappresentare lo smantellamento del ristorante “Guarda che luna” come una mera operazione di facciata, ascrivibile ad un “accanimento” di Prefettura e Comune contro la famiglia Romito. Il verbale dell’interrogatorio reso ai pm da Michele Romito, in mano agli avvocati difensori dell’uomo e pubblicato sulla testata online L’Immediato, ha confermato che la strategia è quella.
E sempre alla linea difensiva appare funzionale il tentativo di spacciare come “inchiesta franata” le decisioni, prevedibilissime in realtà, assunte dal giudice del riesame, che ha convertito il carcere in domiciliari per il fratello degli assassinati boss Mario Luciano e Franco Romito. L’intento di insinuare dubbi sulla consistenza dell’impianto accusatorio è stato prontamente stigmatizzato e fermato dalla Procura guidata da Ludovico Vaccaro.
“Nelle ultime ore organi di stampa locale hanno dato notizie circa gli esiti delle procedure dinanzi al Tribunale del Riesame con riferimento all’indagine di cui al procedimento penale che riguarda vicende commesse a Manfredonia e che vedono interessata anche la gestione della pubblica amministrazione comunale”, ha fatto sapere ieri la Procura tramite il procuratore aggiunto Silvio Guarriello.
“Le notizie fornite hanno enfatizzato in maniera fuorviante tali decisioni proponendole come una smentita all’impianto accusatorio. Vi è pertanto uno specifico interesse pubblico alla corretta conoscenza delle vicende procedimentali relative ad una complessa e rilevante indagine che ha avuto ampio risalto negli organi di informazione. Lo scorso 27 marzo il Tribunale del Riesame ha così deciso: per Michele Romito ha confermato la sussistenza della gravità indiziaria e delle esigenze cautelari, limitandosi a sostituire la misura cautelare del carcere con altra misura cautelare sempre di tipo detentivo (arresti domiciliari); per Grazia Romito e Luigi Rotolo ha operato la riqualificazione giuridica del fatto loro contestato – da ritenersi, quindi, confermato nella gravità indiziaria – da falsità ideologica commessa in atto pubblico a falsità ideologica commessa in autorizzazione amministrativa, ordinando la rimessione in libertà degli indagati in quanto il titolo di reato, così come riqualificato, non consente l’applicazione della misura cautelare di tipo coercitivo; per Raffaele Fatone l’istanza di riesame proposta avverso la gravità indiziaria e le esigenze cautelari è stata rigettata, permanendo quindi l’applicazione degli arresti domiciliari; per Michele Fatone è stata confermata la misura cautelare della custodia in carcere, anche se vi è stato il parziale accoglimento dell’istanza di riesame limitatamente a soli due dei dieci capi di incolpazione a lui contestati, rimanendo ferma la gravità indiziaria per gli altri otto. Non ha proposto riesame l’indagato Angelo Salvemini”.
Infine la conclusione della Procura: “Le motivazioni del Tribunale del Riesame saranno depositate entro 45 giorni e l’Ufficio di Procura si riserva di valutare l’eventuale ricorso in Cassazione, in attesa di leggere le motivazioni della decisione, l’impianto accusatorio può ritenersi ampiamente confermato. Occorre evidenziare che le persone sottoposte alle indagini non possono considerarsi responsabili di alcun reato fino alla pronuncia nei loro confronti di una sentenza di condanna definitiva”.
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