“Interdittive antimafia, spaventano discrezionalità e talvolta leggerezza nell’adottarle”: il dibattito

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Va avanti il dibattito nazionale sui limiti degli strumenti di tutela preventiva dell’attuale legislazione antimafia, tra interdittive nei confronti delle imprese e scioglimenti dei consigli comunali per rischio di infiltrazioni e condizionamenti da parte della criminalità organizzata. A Benevento venerdì pomeriggio, dalle ore 17,30, si terrà un incontro dal titolo provocatorio, “Interdittiva antimafia: forma di tutela o ergastolo di impresa?”, patrocinato dall’associazione Nessuno tocchi Caino, dall’Ordine degli avvocati di Benevento, della locale Camera civile e dell’associazione Primavera Meridionale. L’evento sarà aperto dai saluti del sindaco ed ex parlamentare Clemente Mastella, della presidente dell’Ordine degli avvocati Stefania Pavone, del presidente della Camera civile Antonio Lonardo e della presidente della Camera penale Simona Barbone. Di grande interesse il corpo degli interventi, affidati agli avvocati Vincenzo Maiello (ordinario di diritto penale dell’Università Federico II di Napoli), Vito Pacca, Fabio Russo (consigliere dell’Ordine degli avvocati di Benevento), come pure al sostituto procuratore Federico Moleti, al direttore de l’Attacco Piero Paciello e al segretario nazionale di Nessuno tocchi Caino ed ex parlamentare Sergio D’Elia. A moderare l’incontro sarà il politico e saggista Sabino Morano, fondatore dell’associazione Primavera Meridionale, che l’Attacco ha intervistato.

Come è nata l’idea di organizzate tale evento?
Sono il fondatore e il presidente di un'associazione meta-politica che si occupa di molti aspetti legati alla nostra società, tra cui quelli connessi alla giustizia e alle misure di prevenzione, e lo fa in un'ottica di ricostruzione della minata società meridionale. Provengo dalla politica, ho un'estrazione di centrodestra.

Le interdittive sono troppo spesso causa del fallimento delle imprese?
Penso proprio di sì. Al problema di natura tecnica se ne aggiunge un altro di carattere ambientale, per cui gli effetti dell'interdittiva vanno ben oltre il periodo connesso al provvedimento. Si crea, cioè, una situazione di difficoltà ambientale e di pregiudizi - ad esempio rispetto all’accesso al mondo del credito e ai rapporti coi fornitori - che impediscono il prosieguo delle attività sul mercato così come era prima dell'interdittiva. E’ un danno che va oltre i rapporti con le pubbliche amministrazioni, si innesca un meccanismo che travalica il provvedimento prefettizio che risulta quasi una condanna a morte. E la cosa che più fa paura è data dalla discrezionalità, talvolta anche dalla leggerezza con cui viene adottato.

Che situazione si vive nel suo territorio?
Io sono avellinese, faremo incontri analoghi anche ad Avellino e in altri territori. L'idea è di portare in giro sui territori questa discussione. Le nostre province non sono tra quelle più colpite in Campania dai provvedimenti di scioglimento dei consigli comunali e dalle interdittive antimafia, storicamente sono le province meno interessate dal fenomeno mafioso. In provincia di Avellino negli ultimi anni ci sono stati tre casi di consigli comunali sciolti per infiltrazioni mafiose e un numero crescente di interdittive a fronte di una situazione che appare molto meno grave rispetto a vent'anni fa. Tuttora l’Avellinese e il Beneventano restano le province meno interessate dalle infiltrazioni malavitose nel tessuto economico e negli organi di governo. Ma va detto che la stessa provincia di Caserta oggi vive una situazione che non giustifica una tale veemenza nell'adozione di questi provvedimenti di tutela preventiva, che per me andrebbero adottati solo in via emergenziale visto che manca l'accertamento della prova in senso stretto e sono basate invece sulla logica probabilistica.

C’è il sospetto che le misure di tutela preventiva rappresentino per lo Stato una scorciatoia per l’azione di contrasto alle mafie, quando non è possibile l’azione penale?
Se fosse così sarebbe sicuramente sbagliato. Ho il sospetto che, piuttosto, si tratti di meccanismi burocratici da cui è difficile venir fuori. Ho visto casi di interdittive adottate per imprese che avevano assunto un solo dipendente con problemi passati di appartenenza o vicinanza ad ambienti malavitosi, quando l'impresa non c'entrava assolutamente nulla con quel tipo di rapporto passato del proprio dipendente. Sembra un modo di procedere che rischia di danneggiare il tessuto economico di un territorio, andando ben oltre lo scopo che è il contrasto alle infiltrazioni nell'economia legale.

Il parterre di relatori di venerdì spazia dal pm al docente universitario, dall’avvocato al giornalista. E’ il segnale di un tema che oggi, rispetto ad anni fa, non interessa solo garantisti e avvocati?
Personalmente non provengo da una tradizione garantista né sono un avvocato. Con la nostra associazione abbiamo inteso sempre affrontare i problemi senza pregiudizi e barricate e ciò ci viene riconosciuto anche da persone di estrazione diversa, capaci di discuterne senza posizioni precostituite. E’ evidente che si tratta di un problema che viene riconosciuto come tale, chi parteciperà venerdì non è sicuramente uno strenuo difensore delle interdittive. E’ chiaro, poi, che nell'affrontare il problema ciascuno lo declinerà secondo le proprie idee e il proprio punto di vista. Aggiungo che parteciperanno all’incontro anche alcuni imprenditori colpiti da interdittive antimafia che vogliono portare la propria testimonianza, assistiti dai rispettivi legali. Anche chi riesce a vincere davanti al giudice amministrativo e a far annullare l’interdittiva subisce un pregiudizio enorme. E comunque non è facile far annullare l’interdittiva perché un provvedimento che non ha bisogno di prove ma si basa su un approccio probabilistico.

Avverte che il dibattito sta prendendo sempre più piede in Italia?
Inizia a farsi strada una consapevolezza diversa, anche perché in molti casi c'è stato un abuso dell'uso dell'interdittiva. Il fenomeno ha assunto una rilevanza che oggi fa porre più di una domanda a parecchie persone di vario genere. E’ sempre meno, insomma, un fenomeno che interessa solo gli addetti ai lavori. Il nostro obiettivo è alzare il livello del dibattito pubblico, non facciamo crociate contro nessuno. Riteniamo invece doveroso alimentare una discussione di qualità presso l'opinione pubblica.

Esiste ancora il pregiudizio verso chi affronta tali tematiche, che può spingersi fino alle accuse di negazionismo della mafia?
Il pregiudizio c'è perché esiste una componente ideologica dell'antimafia composta da quei professionisti di sciasciana memoria che scagliano veti contro chiunque possa porre domande di ogni tipo. Ma penso che ogni persona di buona fede guardi con serenità e senza riserve mentali a un simile dibattito. Ci tengo a precisare che non vuol dire essere contro lo Stato, che piuttosto è danneggiato secondo me da quelle burocrazie che innescano meccanismi perversi. Parlarne in maniera seria ed autorevole, anche con accademici e magistrati, è anzi porsi a favore dello Stato.

Nel mondo politico, di ogni orientamento, c’è la volontà di affrontare il tema della possibile riforma di tali strumenti?
E’ difficile affrontare alcune questioni per la politica. Siamo il paese dell'uccisione collettiva per citare Canetti, del talk show di piazza. C'è un approccio che tende sempre alla semplificazione e alle furie ideologiche, su questo tema c'è tutto un portato emozionale. In Italia è difficile per la politica affrontare determinati argomenti. Io penso che l'approccio sia però molto cambiato, bisogna utilizzare questo momento di crollo di alcune certezze errate e iniziare a ragionare seriamente. Se ciascuno di noi facesse la propria parte penso che la politica troverebbe il coraggio per affrontare la discussione con una serenità diversa, non agendo più cioè sull'onda dell’emozione della pubblica opinione che ci portiamo avanti dal periodo delle stragi mafiose e da Tangentopoli. In questo senso il tema è fortemente politico.

 

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