Per gli investigatori non era una semplice banda di rapinatori. Era una macchina criminale perfettamente organizzata, con una base logistica a Cerignola, una disciplina interna quasi militare e la capacità di colpire ovunque in Italia, spostando uomini, mezzi, armi da guerra ed esplosivi con una precisione tale da trasformare ogni assalto in un’operazione paramilitare. È questa la fotografia contenuta nelle 461 pagine dell’ordinanza del Gip di Bari che ha portato all’arresto di sette persone, ritenute gravemente indiziate, a vario titolo, di associazione per delinquere aggravata, rapina aggravata dal metodo mafioso e numerosi altri reati contro il patrimonio. L’inchiesta nasce dall’assalto al portavalori Battistolli del 6 novembre 2024 sulla statale 96, nei pressi di Toritto. Un commando composto, secondo gli investigatori, da decine di uomini, armato con fucili d’assalto AK-47, blocca la carreggiata incendiando veicoli rubati, spara oltre cinquanta colpi contro il blindato e fa esplodere il vano portavalori con potenti cariche esplosive. Il furgone trasportava circa un milione di euro, parte del quale venne distrutto dalla deflagrazione. Ma, leggendo le carte, quel colpo rappresenta soltanto uno dei tasselli di un progetto criminale molto più ampio, destinato - secondo l’ipotesi accusatoria - a svilupparsi ben oltre i confini della Puglia. Un provvedimento che, per la prima volta, riconosce il metodo mafioso negli assalti ai portavalori attribuiti alla criminalità organizzata cerignolana. La decisione segna un punto di svolta investigativo e giudiziario. Secondo la DDA di Bari dietro quei colpi esisteva una regia unitaria, una struttura stabile e un metodo riconoscibile, tanto da costituire un vero e proprio “brand criminale” associato a Cerignola e ormai noto sull’intero territorio nazionale. È la stessa ordinanza a descrivere una metodologia fondata su ferocia, capacità intimidatoria, pianificazione preventiva, impiego massiccio di uomini e mezzi, uso sistematico di kalashnikov ed esplosivi, elementi che il Gip ritiene idonei, in questa fase cautelare, a configurare il metodo mafioso contestato dalla Procura. Ma c’è un altro capitolo destinato a far discutere. Quello ambientato all’interno dell’ospedale “Giuseppe Tatarella” di Cerignola, dove viene ricoverato uno dei presunti componenti del gruppo dopo essere rimasto ferito durante l’assalto di Toritto. È proprio tra i corridoi del nosocomio che gli investigatori ritengono di avere individuato un presunto sistema di protezione fatto di visite riservate, colloqui appartati e comunicazioni che, secondo l’accusa, avrebbero avuto lo scopo di ostacolare le indagini. Da qui la decisione, inconsueta, di installare telecamere e microspie non solo nella stanza di degenza, ma anche nei corridoi e nelle sale d’attesa, convinti che le conversazioni più delicate si sarebbero svolte lontano dagli occhi del personale sanitario e dei visitatori.