Prima Repubblica, il legame speciale di Aldo Moro con Foggia (quando la città contava ed era addirittura laboratorio politico)

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A 44 anni di distanza dal suo rapimento e dall’uccisione degli agenti della scorta, sono stati in tanti a ricordare la figura di Aldo Moro, statista d’altri tempi e pugliese attento alla sua regione oltre che al paese Italia. Il leader della Democrazia Cristiana, a partire già dagli anni 50, trascorse molto del suo tempo nella nostra città.

Tra i legami che si ricordano con maggior chiarezza quello con Carlo Forcella, che volle sindaco di Foggia, Donato De Leonardis, onorevole e figura di spicco della Dc e Biagio Di Muzio, ai tempi delegato regionale giovanile della Dc e membro di diritto della giunta e della direzione regionale.

L’Attacco ha cercato di ricordare Aldo Moro attraverso una lunga ed emozionante intervista con una delle testimoni, Caterina Forcella, figlia di Carlo, oltre che attraverso le parole di coloro che lo conobbero in prima persone.

Ne emerge il ritratto di uno statista molto amato in Capitanata, terra in cui tenne solidi e profondi rapporti di amicizia.

Sul piano nazionale la Lamorgese ha detto: “Il 16 marzo del 1978 è una data che deve rimanere impressa nella coscienza del popolo italiano e a tutti noi spetta il compito di rinnovare nelle giovani generazioni il ricordo di questa pagina drammatica della storia repubblicana.

Sono trascorsi 44 anni dal feroce assassinio a Roma, ad opera dei terroristi delle Brigate rosse dei 5 componenti della scorta del Presidente Aldo Moro che pagarono con la loro vita il tentativo di proteggere lo statista democristiano, rapito e successivamente barbaramente ucciso il 9 maggio dello stesso anno”.

La memoria storica delle visite foggiane del presidente Aldo Moro, riposa nelle pareti domestiche della famiglia Forcella. Carlo, sindaco del primo governo di centro sinistra in Italia, fu un grande amico dell’allora presidente della Democrazia Cristiana. Un’amicizia che cominciò nelle sedi della Fuci, quando erano poco più che ragazzi, e continuò fino alla fine. Fino a quella telefonata che le due mogli, Noretta Chiavarelli in Moro e Maria Teresa Trifiletti in Forcella, si scambiarono il giorno prima del rapimento.

L’Attacco ha incontrato Caterina Forcella, quinta dei 6 figli, che ci ha confidato sentimenti, ricordi e l’immagine preziosa di uno statista che il paese ancora rimpiange.

Caterina, la tua infanzia è stata speciale, con due genitori dalla statura intellettuale, politica e morale di alto livello. Raccontaci dell’amicizia tra tuo padre ed Aldo Moro.

Il loro è stato un rapporto speciale. Conservo una splendida fotografia in cui passeggiano a Bari come due ragazzi spensierati. Per papà, Moro era un importantissimo punto di riferimento. Pensa che io abito in quella che era la casa paterna, e papà, ogni volta che veniva a trovarmi, si fermava nei pressi di una scala all’interno del mio appartamento, e sospirando ricordava di quella volta in cui Moro aveva citofonato esclamando: “Carlo scendi, muoviti! C’è un camion che ci da un passaggio a Roma!”.

I miei si sono sposati nel 1950 e queste cose accadevano prima del matrimonio. Pensa quanto lunga è stata la loro amicizia.

Si trattò di un affetto esteso anche alle mogli. Sappiamo che tua madre fece la sua tesi di laurea con Moro.

Si, e fece anche un esame con lui. Ci raccontava che Moro le fece una domanda sull’ultimo capitolo e lei non seppe rispondere. Così, imbarazzata, confessò di non averlo letto.  E Moro sorridendo le rispose che capitava sempre così: che l’ultimo capitolo non lo leggeva mai nessuno.

Quale aspetto caratteriale di Moro ti è rimasto impresso nella memoria?

Senz’altro la curiosità. Moro era molto curioso, e condivideva questo aspetto anche con mio padre. In questo si assomigliavano. Non ho mai sentito nessuno dei due dire una di quelle frasi classiche tipo: “Ah ai miei tempi le cose erano diverse”. No, loro non hanno mai mancato di prestare attenzione alle questioni giovanili. Erano in costante ascolto.

Uno dei suoi alunni di Roma, racconta che li portava in visita nel carcere di Volterra trasformando questa occasione in un interessantissimo momento di confronto. Amava la discussione. Quando lo hanno rapito aveva con sé nella borsa le tesi di laurea da correggere.

Com’erano le giornate di Moro nella casa foggiana dei Forcella?

Quando lui e mio padre erano giovani, Moro passava spesso anche da casa di mia nonna. Si trattava di incontri informali, in cui si stava semplicemente insieme. Ma più tardi, quando ebbe importanti incarichi nella DC, arrivava sempre con la scorta. Una scorta a cui io volevo bene.

Una cosa di cui ridiamo ancora in famiglia, è quella volta in cui, alla presenza di Moro, mia sorella grande portò in tavola una crostata venuta male: era durissima. Ricordo che con le forchettine non era possibile mangiarla tanto era dura: i suoi pezzi saltavano dappertutto.

Più degli altri mi è rimasto nel cuore Oreste Leonardi, una delle guardie del corpo che morirono insieme a lui. Al momento dell’attentato, Leonardi si girò, buttando giù Moro. Gli salvò la vita con il suo corpo.

Dei nostri anni insieme alla famiglia Moro, ricordo le vacanze in Trentino. Furono loro ad insegnarci l’amore per la montagna. Andavamo in paesi a poca distanza l’uno dall’altro, e stavamo insieme. Era bellissimo.

E degli anni dal 1962 al 1966 in cui tuo padre era sindaco, che cosa ricordi?

All’epoca vivevamo a Bari: mio padre era dipendente dell’Ente riforma, dove si occupava del settore sociale e cooperativo. Moro gli chiese di prendere le redini della città, così chiudemmo casa e rientrammo a Foggia.

In quegli anni quello che oggi è il Teatro Giordano era un cinema di terza categoria, il cui gestore non pagava i debitori. Scappava attraverso una scala posta all’interno quando era il momento di saldare i conti. Con il risultato che nessuno gli vendeva più le pellicole e che quello spazio degradato doveva essere demolito, così come il Palazzo Vescovile.

Un giorno, sul tavolo di mio padre primo cittadino, arrivarono carte che chiedevano l’autorizzazione per abbattere entrambi i palazzi. Il progetto era di fare della sede Vescovile un’assicurazione Ina di 7 piani. Mentre quello che oggi è il Giordano doveva essere semplicemente distrutto per fare una strada più grande che portasse facilmente a via della Repubblica e a Porta Manfredonia.

A quell’idea, mio padre saltò sulla sedia. Si oppose e infine riuscì a conservare intatti quei luoghi.

Col Palazzo vescovile si risolse con l’acquisto da parte del Comune, che riconsegnò il piano superiore al Vescovo, e il piano inferiore, quello in cui oggi ci sono i negozi, al Comune.

Non dimentico i miei genitori che sceglievano la carta da parati per il teatro.

Aldo Moro fu l’ispiratore di ogni azione di governo della città di Foggia gestita da mio padre. E fui lui, infatti, che inaugurò il Teatro Giordano ed anche il Museo.

Tra le azioni di mio padre, anche l’istituzione dei Servizi sociali. E poi la pressione sui costruttori per edificare strade, palazzi e giardini. Nasce da lui, e ispirato da Moro, anche il Quartiere Cep.

Di che tipo era il rapporto di tua madre con Agnese Moro?

Erano due donne accomunate oltre che dall’amicizia dei mariti, anche dall’esperienza montessoriana. Ricordo che fu mia madre a creare la scuola Montessori a Foggia. Aldo e Noretta erano una coppia di amici intimi e fidati. Il fatto che fossero di qualche anno più grandi li rendeva una guida per i miei. Tra le mogli esiste un carteggio bellissimo che conserviamo con riguardo. Parlavano della cura dei bambini secondo la Montessori. All’epoca mia madre era una giovane sposa che aspettava mio fratello più grande.

Che ricordo conservi di quella giornata di 44 anni fa in cui Moro venne rapito?

Mi viene ancora la pelle d’oca a pensarci. All’epoca vivevo a Bari dove mio padre era Direttore Generale dell’Ente riforma. Quando appresi la notizia ero a scuola e tutti i ragazzi andavano in giro, correvano. Erano anni strani, qualcuno manifestava anche gioia. Io invece scappai dalla classe in lacrime. Mi rifugiai in un bar, dove la televisione era accesa e gli avventori ascoltavano la notizia del rapimento. Tornai a casa, dove trovai mio padre immobile davanti al televisore. Non lo avevo mai visto piangere prima di allora. Guardava il braccio dell’autista della scorta, Domenico Ricci, lo riconosceva dall’orologio e singhiozzava.

In seguito mio padre partì alla volta di Roma e lì trascorse tutti i 55 giorni di prigionia di Moro. Era al fianco a Noretta. Ha fatto di tutto per convincere il governo a trattare. Ma il fronte del No era troppo duro.

Non so se ricordi che in quei giorni si dibatteva sull’autenticità delle lettere di Moro, si temeva che fossero dettate dai terroristi, che non fossero frutto del suo pensiero. Invece mio padre era certo che fossero le sue. “Le ha scritte Aldo”, ripeteva. “Lui vuole che trattiamo”.

Cosa faceva a Roma in quelle giornate convulse?

Cercava di riunire il Consiglio nazionale per convincerli a trattare con le BR. Ma il fronte del no era compatto.

I Forcella sono andati ai funerali?

Si, siamo stati tra i pochissimi ammessi. Moro stesso li chiese in forma privata. Si celebrarono a Torrita Tiberina, piccolo centro alle porte di Roma. Solo a pensarci oggi mi viene da piangere.

Rammento la compostezza di tutta la famiglia Moro e anche dei miei genitori.. La figlia Anna, che era seduta accanto alla bara del padre, era incinta. Io avevo solo 18 anni.

Poi come reagì tuo padre?

Conservò tutti i quotidiani che parlavano. Lui comprava ogni giorno 6 quotidiani. Quelli dei 55 giorni di prigionia non li ha mai buttati. Li custodiamo ancora.

Poi ad un certo punto ci fu il caso del Lago della Duchessa: un depistaggio. Anche quella volta mio padre era lì.

Dammi 3 aggettivi per descrivere Moro.

Carismatico, ieratico, fragile. Pensa che la sua guardia del corpo, Oreste Leonardi, lo abbracciava da dietro quando erano in mezzo alla gente: lo proteggeva e offriva anche le sue mani alle persone che volevano stringergliele. “Così Moro ha 4 mani da dare”, rideva. 

Che idea ti sei fatta di quello che è accaduto?

Credo che le BR siano state aiutate dai servizi segreti. Con gli uomini della scorta ogni giorno cambiavano tragitto: come hanno fatto a sapere da dove sarebbero passati?

Come è cambiata in seguito la vita di tuo padre?

Ogni 16 marzo e 9 maggio di tutta la sua vita è andato a Roma per partecipare ad una piccola commemorazione privata. Moro scriveva splendidamente: le sue lettere sono bellissime. E poi c’è il suo apporto alla nostra Costituzione. È stato un grande uomo, e io se ripenso a quanto accaduto sto ancora male.                     

 

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testatina dillo al direttore WEB

 

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