Si chiama Giovanni Lavoro. E il suo cognome sembra definirlo, sembra racchiudere la caratteristica che meglio racconta questo neo imprenditore, che ha già alle spalle esperienze di lavoro in cui ha saputo fare la differenza. Anche qui, nel suo passato, una costante. Entra come cameriere e diventa manager. Poi se sente che non ha più niente da imparare in quel posto, alza l’asticella e cerca un posto più grande, una impresa più difficile. E non si spaventa a ricominciare dal basso. Torna a prendere ordini dagli altri, ultimo degli ultimi. Straccio in mano e tanta convinzione. E in un paio d’anni, ne esce all’apice, perché passa a gestire.
E’ caratteriale? Non lo sa neanche lui, che le sfide le vive con naturalezza, come quel normale susseguirsi di eventi che fanno crescere e diventare grandi. All’ennesima prova superata nella capitale, con una grande multinazionale, la scelta cambia e la sfida si fa più dura. Mettersi in proprio e questa volta non gestire più per altri, ma fare cameriere e manager in un locale tutto suo. Cosa cambia? Che questa volta delle sue idee e delle sue scelte deve essere proprio convinto. Che questa volta quell’intuito che lo ha sempre premiato quando ha guidato per gli altri, lo deve usare per far crescere il suo locale e per non perdere quel capitale, che è la somma di anni belli e duri, di incertezze professionali e di vita.
Perché sotto i quarant’anni quando scegli se vivere a Roma o a Foggia, se lavorare per altri o per te, stai scegliendo chi essere da grande. Un po’ imprenditore timido, un po’ ragazzo sfrontato, Giovanni sceglie di tornare nella sua città e di assecondare la passione per le birre artigianali e la competenza che ha acquisito nel corso degli anni. A breve aprirà il suo primo locale. Ebbro.
La zona è quella di via Gramsci, dove la presenza di molti professionisti impegnati negli uffici e nelle attività limitrofe, potrebbe farlo riuscire nell’impresa di fare del suo locale quel dopo lavoro, quella zona di decompressione di cui tutti avremmo bisogno prima di tornare a casa. Ebbro. Ebbro come quello stato di leggera euforia che arriva quando bevi senza mangiare, quando i freni inibitori iniziano a mollare e la lingua si scalda. Ebbro, come quella socievolezza che t’arriva all’improvviso e ti fa attaccare bottone con chi sta lì vicino anche se non lo conosci. Un nome che viene da quel modo giovanile di chiamarsi fra amici, eh brother, che a furia di dirlo diventa eh bro... e che Giovanni decide far diventare ebbro.
“Faccio la Ragioneria a Foggia, poi gli studi universitari in Giurisprudenza, ma poi decido di non dare mai la tesi, perché inizio a lavorare al Duncan, uno dei pub storici di Foggia, in cui sono stato cameriere sette anni. Decido che quello sarebbe stato il mio lavoro e ricevo una telefonata da Roma. Uno fra i pub più belli - conosciuto attraverso la mia passione per la birra artigianale coltivata negli anni - mi offre un lavoro. Loro facevano birra artigianale, whisky e carne di maiale proveniente da un allevamento di proprietà. Vado a Roma, mi lancio, inizio da cameriere e dopo un anno lo gestivo. Nel frattempo la passione per la birra artigianale cresce, inizio a girare birrifici per l’Italia e l’Europa e distillerie in Scozia. Per quattro anni è stata quella la mia casa, ma poi ho capito che non potevo più crescere lì, così decido di cambiare. Inizio a lavorare con una grossa multinazionale sempre a Roma. Ricomincio da cameriere, anzi runner. L’ho presa come una sfida, perché sapevo che non avrei potuto perdere, visto che avrei comunque imparato. Non è stato semplice passare da gestire sette otto persone a tornare a prendere ordini. Ma in due anni gestivo io il locale”.
Non potevo perdere, si diceva Giovanni, perché lui imparava e cresceva senza rischiare, se non in tempo ed esperienza. Adesso la responsabilità è cambiata. Il birrificio indipendente che si appresta a gestire lo vedrà rischiare in proprio il suo capitale. “Continuerò a fare quello che penso giusto in maniera naturale, come prima, ma con una attenzione alta. Credo sia il momento giusto per me e che la città abbia bisogno di persone che vogliono investire qui. A casa loro”.
Quando la multinazionale decide di chiudere tutti i locali su Roma, tocca ricominciare da capo: “Lì ho preso la decisione che credo ha dato la svolta alla nostra vita. La mia compagna stava venendo a Roma ma poi ho deciso di tornare io e aprire qui il birrificio. Ci sono affezionato a questa città e penso ci siano margini per far crescere la presenza di birra artigianale. Cibo zozzo, godereccio, ma fatto in maniera curata, con un prodotto territoriale di qualità. Congelatore? Solo per il ghiaccio. E birra artigianale. Anche lo staff è stata una piacevole scoperta. Dovevano seguirmi due colleghi da Roma, ma poi lo staff si è composto qui, con due persone di Foggia che amano e fanno questo lavoro da sempre come me. Ci siamo piaciuti e stiamo scommettendo insieme su questa impresa”. Tutti i presupposti per stare da Ebbro, allora, in serenità. E soprattutto dopo il lavoro.
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