Sono diversi i punti oscuri dell’inchiesta che dopo cinque anni, almeno in parte, ha portato all’interdittiva antimafia a carico de Le Tre Fiammelle di Michele D’Alba, secondo la ricostruzione che nei giorni scorsi è stata riportata da l’Attacco. A raccogliere l’invito di una valutazione complessiva della questione è Claudio Lecci, ex questore e personaggio di spicco del mondo delle forze dell’ordine della Capitanata.
Su queste colonne ho letto più volte arguti pezzi dello stimatissimo antico amico Salvatore Russetti, magistrato in pensione, insieme al quale tenni una conferenza sull’allora appena varato nuovo Diritto di Famiglia presso il Circolo Unione di Lucera. La terza relazione fu tenuta da Rossella Talia, fino a ieri presidente del Tribunale di Forlì, città nella quale vivo da vent’anni. Tutto torna. Mi aspetto quindi di leggere un pezzo tecnico sulla questione che tiene banco in Capitanata, cioè la mafia, e da ultimo, nello specifico, i pesi e le misure adottati per contenerne gli effetti nei casi che di volta in volta affiorano.
Lungi quindi dal propormi come un esperto che la sa lunga più o molto meno di Salvatore, o degli altri magistrati che ne hanno scritto - il dottor Laronga per esempio, tanto per restare in Capitanata - o le competenti Autorità (Procuratore della Repubblica, Direzione Distrettuale Antimafia, Prefetto), vengo sollecitato a qualche riflessione che risveglia antico orgoglio, sopito o controllato ai tempi in cui dirigevo la squadra mobile foggiana o facevo la spola tra i vari commissariati della Daunia - io so perché – e alla fine destinato al saluberrimo riposo romagnolo, prima definitiva questura di Pisa.
Ovviamente, solo chi scrisse certi articoli della Gazzetta di allora ricorda la prima pagina dedicata alle porte che chiudevo alle mie spalle, con poca gentilezza e molto clamore, quando spirava un’aria che non mi consentiva di lavorare con serenità.
E nessuno ha formulato lagnanza quando, alla morte di Pasquale Casillo, raccontai sui social della proposta di sorveglianza speciale avanzata acrobaticamente dal questore Giovanni Rosa, originario di Sannicandro Garganico e già dirigente il Commissariato di Lucera, città nobile e nobilmente rappresentata nei più augusti palazzi romani.
La proposta andava redatta da un funzionario, immeritatamente individuato nella modesta persona del sottoscritto che però, essendosi rifiutato per ragione poi conclamatesi per ovvie, si rifugiò (letteralmente) e durante l’orario di ufficio, nelle segrete stanze di via della Repubblica a Foggia, ospite del preside Pasquale Soccio, già maestro del questore Giovanni Rosa.
“Giovannino, Claudio sta qua, ma a quello non lo pieghi.”
Si piegò un altro funzionario, che per tanto incomodo fu dapprima promosso e poi preso a calci nel sedere, quando il vento girò, mentre il questore Giovanni Rosa fu invece promosso prima questore di Bari, poi prefetto di Gorizia e infine Consigliere di Stato. Sempre a Scalfaro piacendo.
Che c’entra tutto questo con le interdittive antimafia?
Secondo lo sbirro che scrive non c’entra una mazza, ma sta di fatto che la memoria non la freni e l’imprinting ad essa legata galleggia quando meno te l’aspetti; la parola “contiguità”, letta oggi nell’articolo di Cinzia Celeste su l’Attacco, a proposito degli spropositi, è stato un bandolo tirato a dipanare la matassa.
Rosa era stato capo di Gabinetto alla Questura di Torino, Scalfaro regnante, e fu promosso grazie all’apripista Filippo Fiorello, dirigente Digos a Torino, ai tempi delle indagini su “Prima Linea”, poi questore di Cuneo, ove fu superiore e amico del giovane Claudio Lecci, dirigente la polizia di frontiera.
Rosa, a Scalfaro piacente ancora, fu mandato a Novara, (GoogleMaps non esisteva ancora, ma i segnaposto sì) appunto, e da Novara a Foggia, nel tentativo – fallito – di colpire Mongiello, non più gradito a Russo (leggi Scalfaro) e Wikipedia fa capire il perché. Salvo la legittima difesa sulle acquisizioni di una ancora viva proprietà televisiva.
L’onorevole Mongiello è vivo e sta bene, all’onorevole Russo hanno intitolato un triste posteggio. Interrato, anche quello.
L’operazione non fu bissata da Ciccimarra, questore di Foggia per i meriti (leggi Cutolo) del (dis)sequestro Cirillo e che, alla vigilia della promozione a Bari fu inviato prima a Varese e poi a Ravenna e Latina, salvo promozione a Dirigente Generale, grado invece negato a quel gran signore di Sergio Visone, ancorché questore in capoluogo di regione dopo Foggia.
L’argomento sembrerebbe fuorviante e off-topic rispetto al tema, se non fosse per il fatto che a Foggia la commissione antimafia, all’epoca mia, ci venne due volte e la seconda volta non venne certamente per la mafia. Lo dico perché ero capo di gabinetto proprio del questore Visone, che mi fece lavorare due notti a preparare le carte per sventare il vero obiettivo: un collega che si salvò per l’intervento di un alto politico regionale.
Chi era il collega attorno al quale far quadrato, perché destinato ad essere colpito dalla commissione in visita turistica? Chi c’era nella commissione e che rapporti di amicizia/parentela aveva con una delle persone oggetto delle attenzioni investigative del collega salvato dalla scure “tecnico-politica”?
Quale dei sindaci di Foggia è stato arrestato, da quale magistrato è stato liberato e che esito professionale ha sùbito avuto la carriera di un fratello del magistrato liberatore?
A scoprire le carte di allora, un mazzo di napoletane sarebbe meno adatto delle tessere del domino.
Tutto torna, ma torna a livello di sospetti, che sono il frutto delle coincidenze, talvolta delle suggestioni, ma soprattutto delle “omonimie”. O, se si preferisce, della perfetta coincidente identità; quella che oggi, grazie alle telecamere della intelligenza artificiale, fa aprire le porte ad alcuni e a chiuderle ad altri.
Tutti questi fantasmi si agitano tra le ossessioni di chi ha vissuto la stagione dei sospetti, delle collusioni, delle contiguità. Queste ultime, spesso, non sono tanto il demone da avversare quanto, piuttosto, lo strumento che si usava, e probabilmente ancora si usa, per difendersi dalla piovra che avanza.
Tuttavia, come per l’Ucraina – alla quale mandiamo armi di difesa, che però vengono usate anche per attaccare – il ricorso al compare amico che ci difende, che media, che ci rende accettabile il “limite del pizzo” può servire anche per paralizzare chi vuole interferire nel fisiologico saper vivere di queste contrade. Come commentò un sostituto procuratore, chiudendo un fascicolo “al limite”: “dobbiamo campare tutti quanti”, riferendosi all’esiguità della cosa.
Poiché sui giornali si possono scrivere anche i romanzi o le realtà romanzate, benché ci si sforzi di stare ai fatti e salvo ad assumersene le responsabilità, bisogna prendere atto che a Berlusconi sono stati concessi i funerali Stato e ad Andreotti no, anche se di quest’ultimo resta immortale e celeberrima la considerazione che -a pensare male si fa peccato, ma talvolta si azzecca-. Torno al dato oggettivo: la legge e i provvedimenti che ne discendono.
L'interdittiva antimafia è disciplinata dalla Legge 575/1965, conosciuta come "Legge sulla repressione del fenomeno della mafia".
Le interdittive possono essere emesse nei confronti di persone fisiche o giuridiche, e le misure restrittive possono variare in base alle circostanze specifiche del caso. Alcuni degli effetti dell'interdittiva possono includere la chiusura di attività commerciali sospettate di essere controllate o influenzate dalla mafia, il divieto di partecipazione a gare d'appalto pubbliche, il congelamento di conti bancari o il sequestro di beni ritenuti di provenienza illecita.
L'emissione dell'interdittiva avviene dopo un'attenta valutazione delle prove e delle indagini condotte e deve dimostrare l'esistenza di collegamenti tra il soggetto interessato e l'organizzazione mafiosa. L'interessato ha il diritto di difendersi e di presentare controdeduzioni nel corso del procedimento.
Se si ha la percezione che per fatti analoghi o uguali o addirittura per lo stesso fatto, soggetti che si trovano in identica posizione siano destinatari di diverso trattamento, si può stare certi che infatti di “percezione” si tratta perché chi adotta il provvedimento si guarda bene dal motivare in modo inadeguato la sua decisione.
Ma poiché nessuno è depositario della verità e men che meno della giustizia, esistono vivaddio gli strumenti per modificare quanto deciso.
I giornalisti che seguono il caso conoscono bene le distinte posizioni giuridiche, i distinti atteggiamenti e, se si pongono legittimamente delle domande, sanno farlo in modo che esse si atteggino come retoriche, cioè contenenti quanto meno la ipotizzabile risposta.
Il nesso tra le rivissute sensazioni di allora e quelle sollecitate dai fatti di oggi, e sottolineo la parola “sensazioni”, soccombe rispetto a una più urgente e incidente conclusione.
Poco importa al cittadino se esista la mafia, la mafiosità o la criminalità organizzata o comune; quello che brucia è il danno criminale. Da esso ci deve difendere lo Stato. Se esiste il capitolo Panunzio ed è rimasto in sospeso quello Marconi, se sento bussare di notte a casa mia e non trovo chi mi difende subito e adeguatamente – vim vi repellere licet, dicevano i romani – e se la forza è il danaro o l’influenza del compare, ci si deve aspettare quella “contiguità” che abbiamo avversato durante il Covid, anche con il distanziamento sociale.
Il problema consiste nel fatto che a difenderci dalla mafia in modo contiguo e quindi mafioso, ci si abitua e ci si prova gusto e il gusto lo prova anche chi opera anche in quella che i criminologi chiamano “the dark figure of crime”, cioè la criminalità dal o del colletto bianco.
A Cerignola, fino a quando non ci scappò un bambino morto, conveniva pagare cento milioni trovati in un giorno, piuttosto che denunciare il sequestro lampo.
In Capitanata, fino a quando l’infiltrazione mafiosa o mafioseggiante – e anche qui sottolineo l’espressione limitativa “infiltrazione” – fungerà anche da esempio incoraggiante e giustificativo, ci si troverà a fronteggiare una guerra impari tra soggetti diversamente operativi: chi deve proteggere il cittadino rispettando la legge e chi deve aggredirlo, ovviamente calpestando o aggirando la legge.
Se non si può contare su “collaboratori di giustizia” e non si possono infiltrare agenti speciali, si faccia almeno in modo che l’avversario non conti sugli effetti malefici delle infiltrazioni, quelli prodotti dagli infiltrati, appunto, e nemmeno dai compiacenti o dai contigui, per quanto necessitati possano essere.
Claudio Lecci
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