Sistema De Santis, “Dopo l’inchiesta ho perso tutto, anche se per i giudici sono una vittima del potente manager”

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Dire no all’ingegnere significava non lavorare”: è con queste parole o con altre molto simili che diversi imprenditori finiti nel mirino delle indagini del nucleo di polizia economico-finanziaria della Finanza di Bari definirono, interrogati dagli inquirenti, il sistema De Santis, quello cioè messo in piedi dal dirigente finito agli arresti in carcere nel gennaio 2023 (ai domiciliari a marzo e in libertà ad agosto dello stesso anno) accusato di concussione perché avrebbe preteso regalie e lavori gratis a casa in cambio di appalti e forniture; turbativa d’asta e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, nell’inchiesta su diverse presunte gare manipolate del Policlinico Riuniti di Foggia, sfociata per l’ex dipendente dell’ospedale in un patteggiamento a 3 anni e 2 mesi. Il processo è in corso per gli altri protagonisti della vicenda tra cui l’imprenditore Matteo D’Augelli, titolare della Fidati, inizialmente indagato per corruzione e successivamente considerato anche vittima di concussione. L’intervista esclusiva de l’Attacco.

Ha deciso di parlare alla stampa dopo quasi due anni dal polverone mediatico scatenato dall’inchiesta su Massimo De Santis. Perché?
Perché da questa vicenda ne esco distrutto. Sto perdendo la casa dei miei genitori che qualche anno fa mi avevano aiutato ad avviare l’azienda con un prestito, è stata pignorata e sicuramente finirà all’asta. Proprio questa settimana mi è stato notificato anche lo sfratto perché non pago da ormai un anno l’affitto. Sto perdendo tutto.

Da cosa dipende questa situazione?
Dal fatto che la mia azienda è ormai fallita, in liquidazione come si dice ora. Ed è fallita da quando sono stato indagato: rapidamente ho perso tutte le commesse. La Fidati era in crescita, ero arrivato a fatturare quasi un milione di euro nel giro di pochi anni da suo avvio, avevo contratti in tutta Italia, non solo al Policlinico. Da allora però nessuno vuole lavorare con me, eppure in Italia vige la presunzione di innocenza se non sbaglio, siamo tutti innocenti fino a sentenza di condanna definitiva, cosa che io non ho avuto. Eppure sembra che il mio processo sia già stato fatto fuori dalle aule di tribunale, considerato che in tribunale i giudici hanno detto che io ero vittima di De Santis. Ed infatti io sono fiducioso e credo che a fine processo uscirò assolto da ogni accusa. Ma nonostante tutto io sono l’unico degli imputati a trovarmi in questa situazione assurda. Le altre imprese coinvolte continuano tranquillamente (e a questo punto giustamente visto il principio di presunzione di innocenza) a lavorare per il Policlinico. Loro sì e io invece non ho più niente. Con la Guardia di Finanza addosso nessuno vuole lavorare con me. Aggiungo anche che non ci sono altre ragioni che possano aver determinato il fallimento della mia azienda, che era sana, come mi ha confermato anche l’amministratore fallimentare. Avevo 18 dipendenti, tutti rigorosamente in regola, non hanno trovato alcuna violazione, lavoravo in totale trasparenza, una rarità per un tessuto economico e sociale come quello di Foggia. Lavoravo per l’interporto di Bologna, in ospedale ad Ancona, in Toscana, avevo un punto vendita in centro città che era la mia base operativa. Ho perso tutto. Mi hanno fatto fuori con delle scuse assurde e mi sono ritrovato, nel tentativo di salvare la mia azienda e la mia dignità, a fare degli errori dei quali oggi mi pento.

A cosa si riferisce?
Mi sono rivolto agli usurai.

E ora?
Ho denunciato tutto alle forze dell’ordine, in due distinte circostanze, nel 2023 e quest’anno; so che è partita una indagine in proposito. Mi sono rivolto anche ad alcune associazioni antiusura, tra cui Il Buon Samaritano di Foggia, mi hanno accompagnato in Questura per la denuncia. Ho chiesto loro di aiutarmi a non perdere la casa ma mi hanno detto di non poter fare niente se non c’è un riscontro penale. Per fortuna mia moglie ha un lavoro, io do una mano facendo qualcosina e riusciamo a mettere il piatto a tavola per noi e per i nostri due figli. E questo perché nessuno vuole un indagato.

 Come diceva, ci sono ancora le aziende coinvolte nel processo a lavoro in ospedale, come se lo spiega?
Non lo so. In un caso, in particolare nella gara per la gestione degli impianti elettrici dal valore di 4 milioni di euro la Guardia di Finanza ha accertato l’esistenza di un documento con una firma falsa, vidimata da un notaio di Troia e per cui gli interessati sono ad oggi a processo. Come è possibile che addirittura quell’Rti lavori ancora in ospedale in proroga? Io ero presente il giorno in cui si aprirono le buste delle offerte, essendo anche la mia azienda in Rti con un’altra candidata. Ricordo bene che De Santis andò su tutte le furie perché l’operatore che poi si è aggiudicato la gara, in un primo momento venne escluso, in quanto risultò incompleto il sopralluogo obbligatorio, che era stato effettuato da una sola delle imprese del raggruppamento, quando era necessario che tutte provvedessero. Mancando il documento della seconda era prevista l’esclusione dalla gara ma la mattina dopo, colpo di scena, il documento spuntò e il raggruppamento vinse l’appalto. Anche se non era previsto il ricorso istruttorio per quel documento. Magari durante il processo si farà luce anche su questo aspetto. Uno dei miei capi di imputazione riguarda un affidamento da 42 mila euro; peraltro su quella vicenda ho spiegato alla pm Anna Landi come sono andate le cose: il direttore d’area Luigi Borrelli (rinviato a giudizio nello stesso processo, ndr) mi disse che c’era un lavoro da fare in tempi stretti e mi chiese un preventivo, aggiunse che se avessi fatto un buon prezzo quei lavori li avrebbe fatti fare a me, questo è tutto ed è tutto rinvenibile nei documenti, nero su bianco. L’altro capo di imputazione riguarda una gara in cui Fidati era in subappalto al 20%, peraltro nemmeno vinta, quindi in teoria io non ero coinvolto neppure in prima persona. Per il terzo motivo, De Santis, per l'accusa, mi avrebbe costretto ad acquistare beni ed eseguire lavori in suo favore, al di fuori del contesto dell’ospedale, in cambio di affidamenti diretti.

Però lei era dentro il sistema De Santis.
Ho avviato la mia attività nel 2015. Ho iniziato con dei piccoli lavoretti. Poi mi sono trovato al punto giusto, nel momento giusto. Stavo prendendo un caffè al bar, un amico mi informa che in ospedale cercavano un elettricista per fare un lavoro: “Tu hai l'azienda, perché non ti proponi?”. Al che mi sono mostrato interessato, ci siamo mossi, vado a vedere di che si trattasse, ho chiesto un progetto, che inizialmente non c’era e abbiamo fatto noi questi lavori.  Da lì hanno notato che in questo settore sapevo il fatto mio e iniziai a collaborare sempre più di frequente con l’Azienda ospedaliera. Al tempo De Santis ancora non c’era ma di lì a poco mi venne presentato, lo trovai un tipo silenzioso, dal basso profilo ad un primo acchito. Nel frattempo conquistò i suoi spazi, si fece il suo ufficio e così via. La prima volta che andai da lui mi disse: “Devo mettere delle lampade a casa a Troia”. Io ne parlai subito con il dirigente dell’epoca chiedendogli chi le avrebbe pagate queste lampade dal valore di oltre 2 mila euro. Rimase sul vago e alla fine capii che la spesa sarebbe toccata a me, presi queste lampade e le montai nella casa di De Santis. Vabbè, dissi tra me e me, questa volta è andata così. Ma poi furono diverse le richieste. Anche se devo dire che non era esplicito, non era: ti do un lavoro e mi devi fare questo. Doveva sapere che noi eravamo a sua disposizione per le richieste più disparate: “Mia moglie ha visto un orologio, va bene questo, me lo ordini tu?”. E ancora, ricordo una volta, era Pasqua. Mi recai all'area tecnica per consegnare dei documenti. Lo trovai molto nervoso e cortesemente gli chiesi cosa avesse e se fosse un problema che potessi risolvere. “E’ la prima Pasqua che io non ho agnello a casa”, mi rispose. Al che io lo rassicurai, chiamai un amico titolare di una braceria che mi disse di avere solo mezzo agnello. Tanto bastava e insieme all’ingegnere andammo a prendere la carne. Una volta lì, lui si prende le buste e se ne va. Pensavo che almeno il cibo lo pagasse ed invece ci ho dovuto pensare io. Avevo 300 euro in tasca quel giorno, rimasi senza soldi a Pasqua. Alla fine la compagna dopo qualche giorno mi ha disse che l’agnello non era manco un granché. A parte episodi del genere devo dire però che a me non ha mai chiesto soldi, se lo abbia fatto con gli altri questo non lo so e non posso dirlo, saranno i giudici ad accertarlo. So solo che più di una volta mi ha chiesto di occuparmi gratuitamente di lavori in ospedale commissionati ad altri. Mi diceva: “Vai e pensaci tu, vedi perché non funziona questo o quello”, io andavo e mi accorgevo che c’era effettivamente qualcosa che non andava. Questo poi fu uno dei motivi per cui mi allontanai da De Santis, gli dicevo: “Loro prendono i milioni e io mi devo risolvere i problemi?”. Sicuramente tutto doveva passare da lui, non ammetteva che altri potessero occuparsene. Andò su tutte le furie quando seppe che Borrelli mi aveva contattato per eseguire quei lavori. A maggior ragione perché tra i due c’era una certa contrapposizione. La rottura definitiva con lui si è consumata perché tramite un altro tecnico dell’ospedale ho iniziato la collaborazione con un’azienda di Brindisi per la realizzazione dei parcheggi in ospedale. Non voleva assolutamente, in quella occasione se ne uscì con la frase diventata celebre: “nella chiesa c’è sono un parroco”. Ma per me era lavoro e non considerai il suo disappunto.

Ha mai parlato di questo all’allora direttore generale Vitangelo Dattoli?
Io personalmente no ma ho sentito dire che diversi imprenditori lo avrebbero fatto lamentandosene. Sono solo voci e non ne ho la certezza. Ma mi chiedo se lui sapesse cosa accadeva.

Cosa ha detto alla Pm durante l’interrogatorio?
Tutto. Ho parlato per otto ore di seguito, ho risposto a tutte le domande, ho spiegato ogni cosa. A dirla tutta, le frasi di De Santis uscite su tutti i giornali, come quella del parroco, le ho riferite io alla giudice e poi finite agli atti.

Cosa si aspettava da tutta questa vicenda?
Non molto a dire il vero ma almeno di avere il beneficio del dubbio, fino a sentenza. Anche perché non ho mai avuto problemi, anzi durante il Covid mi sono speso in modo particolare perché l’ospedale potesse reggere quell’enorme stress. Ecco, forse in quel frangente molti di noi operatori si sono spinti quasi al limite pur di offrire un servizio ai cittadini. Nel giro di 18 giorni siamo intervenuti su 22 reparti, abbiamo lavorato tantissimo e tutti consapevoli che la vita e la salute dei cittadini dipendevano anche dal nostro lavoro. Devo dire che almeno in questo De Santis e gli altri si sono dati una mossa e le cose che andavano fatte le facevano, devo dargliene atto nonostante tutto quello che di negativo penso di lui. Senza pensarci un attimo sono andato a montare la tv nella camera di una bimba positiva che era sola, senza i genitori, ricoverati in rianimazione. Mi sono bardato e l’ho fatto. Sono stato io a fare le prime donazioni ai reparti e gli altri mi hanno seguito a ruota. Donai i televisori al D’Avanzo e allestii l’impianto antenne. Quando De Santis mi chiamò d'urgenza per realizzare il centro ricreativo per i malati di Covid in attesa di negativizzazione chiesi di poterlo donare tramite la mia azienda. Poi arrivano tutte le altre donazioni. Racconto ora tutto questo non per vantarmene ma per far capire che tipo di persona sono e in quale stato di sofferenza vivo ora. Nonostante questo ciò che chiedo è che tutto quello che va fatto lo si faccia a me. Non voglio perdere la casa di mia madre e mio padre che non c’entrano nulla in questa storia. In tanti, anche tra le forze dell’ordine, mi hanno rassicurato, mi hanno detto di non preoccuparmi ma alla fine il pignoramento è arrivato e per me è una coltellata. E vedere che al mio aguzzino che è agli arresti domiciliari lo Stato trova casa e a me non pensa nessuno mi fa rabbia. Non ho ucciso, non ho rubato, non sono una cattiva persona, non ho mai fatto del male a nessuno se non a me stesso, ho sempre aiutato chi ne aveva bisogno e oggi che sono io ad essere in difficoltà non c’è nessuno che mi supporti. A tutto questo devo aggiungere i miei problemi di salute, oltre ad essere affetto da una malattia rara e degenerativa nei mesi scorsi ho affrontato anche due ischemie, probabilmente causate dal forte stress di questi anni. Assisto nel frattempo al fatto che altri a processo hanno ancora la loro credibilità. Continuano a lavorare. Continuano a fare tutto quello che facevano, come è giusto che sia, in attesa di giudizio.

Un diritto che a lei non è stato riconosciuto?
Assolutamente no, a me è stato detto: “Tu sei il male e devi morire”.  Vorrei che si aprissero gli occhi su quello che succede, forse ancora oggi, in ospedale. Perché De Santis si reca ancora in quegli uffici? Aprire gli occhi su quello che accade a chi come me vuole solo ripartire in attesa che la giustizia faccia il suo corso e ristabilisca la verità.

Pensa che questo cambio di atteggiamento generale nei suoi confronti dipenda dal fatto che la gente si sia lasciata condizionare da quanto si è saputo? 
In parte sì, si è lasciata condizionare dalle notizie, si è detto tanto su di me, tanto, tanto, tanto. Il mio nome è stato oggetto secondo me di una violenza allucinante, per oltre 15 giorni sono stato su tutti i giornali. Ad un certo punto scommettevamo sulla mia presenza o meno sui giornali; da apprezzato imprenditore sono finito oggetto di linciaggio e tutti mi hanno allontanato, non nascondo di aver pensato anche a gesti estremi. Poi i lavoratori erano un po’ scontenti perché alla fine io avevo difficoltà a pagarli e li capisco anche. Ho sempre cercato di creare una famiglia più che un’azienda, per questo forse avrebbero dovuto comprendere che stavo facendo di tutto per salvare il salvabile. Alla fine, si sono fatti travolgere da quel vortice e si sono allontanati definitivamente. 

Oggi cosa chiede?
Ho denunciato, sto perdendo tutto, affronto mille vicissitudini, in attesa di un processo con tutti i tempi che comporta. Chiedo di aiutarmi e darmi respiro, a salvare la casa dei miei, a trovare un lavoro, varrà pur qualcosa il fatto di aver portato un’azienda da zero a un milione di euro di fatturato.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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