Pronto Soccorso Policlinico Riuniti Foggia in tilt. Sì, ma che fine ha fatto l’emergenza urgenza?

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Dolori di varia natura, disturbi cardiaci, sintomatologie ansiose, infarto e ictus, traumi, ostruzione delle vie aere, malattie infettive acute febbrili (come l’influenza) ed esantematiche (ad esempio la varicella): questi i motivi più frequenti per i quali i pazienti si rivolgono al Pronto Soccorso per le cure. Non sempre però la struttura è quella più appropriata, non a caso le raccomandazioni dei sanitari vanno tutte nella direzione di fare in modo di non intasare i reparti di emergenza urgenza, già in affanno per la grave carenza di personale che ne limita pesantemente la piena operatività. Affidandosi a tutti gli altri anelli della filiera del soccorso presenti sul territorio, prima di arrivare in ospedale. Il tema è tornato prepotentemente all’attenzione dell’opinione pubblica a seguito del discusso servizio andato in onda su Rete 4 nella trasmissione Fuori dal coro la scorsa settimana circa la situazione al Policlinico Riuniti di Foggia. Anche su queste colonne numerosi sono stati i casi di lunghe attese in Pronto Soccorso segnalati dai cittadini. 

Il 26 febbraio, giorno dell’incursione della giornalista di Mediaset, ha fatto notare la direttrice del reparto Paola Caporaletti, erano in servizio la stessa e altri tre colleghi medici per turno, 10 infermieri e 5 operatori sociosanitari, nelle 24 ore si sono presentati 170 nuovi utenti, mentre altre forze si occupavano di proseguire i trattamenti di coloro che erano già in itinere. I pazienti arrivati in quelle ore in codice rosso, in condizioni gravissime, sono stati 19; quelli in codice arancione 38; 65 gli azzurri e 48 i verdi. Ma è quasi sempre la stessa la mole di utenza che investe il Policlinico: nel 2023 sono stati 59.507 gli accessi al Pronto Soccorso (tra Foggia e il Lastaria di Lucera), ovvero il 2,3% in meno rispetto all’anno precedente. Al Riuniti sono stati 50.973. Il codice triage più frequente è stato l’azzurro con cui sono catalogate le urgenze differibili, (19.409), subito dopo i codici verdi, pari a 17.344, di urgenza minore. Poco più di 10 mila i casi di codici arancioni e 3.900 i codici rossi. I bianchi infine 138. Gli accessi medi giornalieri lo scorso anno si sono attestati intorno ai 140. 

Per quanto riguarda la centrale operativa 118, al 31 dicembre 2023 sono pervenute 78.879 richieste di intervento, 67.044 sono attribuibili a richieste di soccorso e le rimanenti 11.835 non hanno generato emergenza. Nello specifico delle 67.044 missioni di soccorso il 71,51% ha riguardato eventi in abitazioni private, l’11,90% si riferisce ad eventi verificatisi in strada e il 13,61% è riferibile a soccorsi in uffici pubblici, scuole e altro. Le patologie prevalenti hanno riguardato problemi cardiocircolatori (26,75%), traumatici (16,59%), respiratori (9,69%) e neurologici (7,83%). Le ospedalizzazioni hanno riguardato 32.130 casi di cui 13.982 (22,34%) accessi al Policlinico di Foggia, 5.331 (8,52%) accessi a Casa Sollievo a San Giovanni, 4.018 (6,42%) accessi all’ospedale di San Severo e 3.517 (5,62%) accessi all’ospedale di Cerignola. La restante parte distribuita tra punti di primo intervento ed ospedali fuori provincia.

Questi numeri dicono alcune cose: in primis che oltre la metà delle richieste di soccorso al 118 non hanno portato al ricovero del paziente. Come accennato, esiste una vera e propria filiera del primo soccorso nel sistema sanitario pubblico: si parte dal medico di medicina generale al quale ci si può rivolgere in prima battuta, seguito da quella che un tempo si chiamava guardia medica, passando per i vari punti di primo intervento dislocati sul territorio all’interno dei quali funzionano (o meglio, dovrebbero funzionare) i sistemi di telemedicina e teleconsulto a supporto del personale ivi presente; si passa poi al servizio 118 e infine c’è il Pronto Soccorso. 

Tutti gli anelli della catena che precedono l’ultimo hanno un’importante funzione di filtro che in teoria dovrebbe consentire l’arrivo in Pronto Soccorso solo ai pazienti che hanno davvero bisogno delle cure dispensate in ospedale. Ed invece molto di frequente si va in reparto anche per una banale influenza o un piccolo trauma che richiede qualche punto di sutura, mandandolo in tilt per iper afflusso. E’ facile quindi intuire che i problemi che si esplicano al termine della filiera in realtà riguardano tutto il sistema dell’emergenza urgenza e che forse c’è un malfunzionamento nei servizi che dovrebbero fungere da filtro.

Lo confermano a l’Attacco diversi addetti ai lavori ed esperti della materia: “Una delle criticità che più ha conseguenze sui Pronto Soccorso riguarda il servizio 118. Premesso che molto spesso sono gli stessi medici di base o quelli di guardia medica a suggerire ai loro assistiti di chiamare l’ambulanza, quando questa arriva a casa degli utenti è il più delle volte sprovvista di medico a bordo e ora anche dell’infermiere. In tal caso i soccorritori sono obbligati a trasportare il malato, qualunque sia la patologia, in ospedale anche se di tratta di casi che potrebbero risolversi con un intervento in loco. Il paziente può rifiutarsi di essere trasportato in ambulanza firmando espressa rinuncia. Ciò non toglie che si possa recare in Pronto Soccorso con proprio mezzo. Altre volte si ritiene che l’ambulanza goda di una corsia preferenziale in ospedale e si opta per il trasporto nel mezzo 118 ma è bene chiarire che non è così, si aspetta comunque se viene attribuito un codice minore, con l’aggravante di tenere occupata un’ambulanza che deve attendere fino allo sbarellamento prima di tornare in postazione”.

Non ha sorte migliore quei pochi che provano a utilizzare le strutture del territorio, come i punti di primo intervento nei quali capita che non funzionino i servizi base, come telemedicina e teleconsulto, sempre che si trovi il medico in servizio, in alcuni casi carente. “Nei giorni scorsi ho avuto un episodio di ipertensione – il racconto di una paziente a l’Attacco -, mi reco nel vicino Ppi dove mi visitano, mi fanno l’elettrocardiogramma ma non c’è il collegamento con il reparto di cardiologia del vicino ospedale, così come mancavano i reagenti per individuare gli enzimi dell’infarto nel sangue. Il sanitario non si è nemmeno premurato di fare una telefonata ad uno specialista in servizio in ospedale per il consulto, come, a quanto sembra, dice il protocollo. Morale della favola: dopo qualche ora trascorsa inutilmente al Ppi, sono dovuta andare comunque nel vicino Pronto Soccorso per avere una qualche risposta”.

C’è poi tutto il tema della presa in carico non in urgenza e ambulatoriale. “Un paziente, magari cronico, che può essere visitato con regolarità, invece di aspettare infinite liste d’attesa, di fronte al momento acuto potrebbe già essere informato dal proprio medico su come comportarsi – ha aggiunto uno specialista a l’Attacco -. Ad esempio un malato con problemi di cuore, se dovesse accusare un sintomo, saprebbe di dover prendere un certo farmaco invece di correre impaurito al Pronto Soccorso, senza averne bisogno. Eppure la medicina ambulatoriale è ancora in grave ritardo in provincia di Foggia”.

Ma visto che rebus sic stantibus appare utopico frenare l’arrivo di pazienti in Pronto Soccorso si potrebbe, quanto meno, allargare le esperienze virtuose sul territorio, fanno notare i tecnici. “Gli Scap consentono ai pediatri di libera scelta convenzionati di fare dei turni di sabato e domenica nei presidi della Asl Foggia proprio per le emergenze dei bambini. Perché non estendere l’idea anche agli adulti e agli altri medici convenzionati?”, la proposta di alcuni di loro. Fino ad allora o quanto meno fino all’applicazione di soluzioni definitive e non tampone, le file nei Pronto Soccorso sembrano destinate a rimanere.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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