“Interdittive, individuare un punto di equilibrio tra lotta alla mafia e diritti costituzionalmente garantiti”

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“Il tema vero – a quanto pare attualmente anche all’esame del legislatore – è individuare un punto di equilibrio tra la sacrosanta esigenza di combattere la mafia e quella di garantire almeno in una certa misura diritti costituzionalmente garantiti, quali il diritto di difesa e la libertà di impresa”. A parlare a l’Attacco è la professoressa Francesca Cangelli, docente ordinaria di Diritto amministrativo dell’Università di Foggia, presso il dipartimento Demet. Cangelli sabato scorso è intervenuta sull’argomento partecipando come relatrice all’evento organizzato a Foggia dai Lions, che ha visto un autorevole parterre. Ma da tempo sta aiutando a far comprendere quale riforma ci sia stata già in materia di interdittive antimafia.

“Il tema del mio intervento di sabato ha riguardato gli aspetti procedimentali delle misure antimafia, con un approccio fruibile per gli utenti di un evento di carattere divulgativo, come quello organizzato dal Lions Club, che ringrazio per l’invito e per la sensibilità rispetto ad un tema così rilevante per il nostro contesto territoriale. La gratitudine è ancora maggiore per la scelta di organizzare l’evento presso il Demet, la cui denominazione, che comprende la parola “Territorio” non per caso o per moda, ma per una autentica e dichiarata vocazione ad occuparsi dei bisogni della comunità e del territorio su cui insiste. E’ la cosiddetta Terza Missione dell’Università. Non è un caso che sia stato il Demet, lo scorso 30 giugno, ad accogliere le reliquie di Rosario Livatino, martire di giustizia ed esempio di legalità per le nuove generazioni, organizzando un dibattito che coinvolse, tra gli altri, il commissario straordinario del Comune di Foggia Cardellicchio, l’arcivescovo Pelvi, la viceprefetta vicaria Grandolfo, il rettore Lo Muzio, la direttrice del Demet Maddalena, il procuratore capo Vaccaro, il presidente della Prima sezione civile Buccaro. Né è stato un caso che presso il Demet, su mia iniziativa, sia stato introdotto un corso a scelta degli studenti di Diritto amministrativo della criminalità, con confortanti dati di partecipazione, segno di una accentuata sensibilità dei nostri studenti rispetto al tema”, sottolinea Cangelli.

“L’approccio è di tipo generale, riguardando il complesso dei provvedimenti amministrativi che hanno come presupposto l’obiettivo di impedire la propagazione del fenomeno mafioso. Il confine della trattazione è rappresentato dalla esclusione di tutte quelle misure decise in sede giudiziaria. Si va dallo scioglimento dei consigli comunali conseguente a fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso alle misure previste dal cosiddetto Codice antimafia nel capo relativo alla documentazione antimafia e segnatamente comunicazioni e informazioni antimafia. In entrambe le tipologie l’inquadramento generale è quello della finalità di prevenzione, il che significa che l’irrogazione delle misure da parte del prefetto non consegue all’accertamento del reato di cui all’articolo 416 bis del codice penale o di cosiddetti “reati fine” dell’associazione di tipo mafioso, ma semplicemente alla individuazione di elementi di pericolo di infiltrazione mafiosa negli enti pubblici e nelle imprese, alle quali viene impedito di stipulare contratti con la pubblica amministrazione e di essere destinatari di provvedimenti permissivi o ampliativi o di erogazione di contributi da parte delle amministrazioni. In ultima analisi, si vuole impedire che risorse pubbliche finiscano nel circuito dell’economia criminale di tipo mafioso”, continua la docente di Unifg.

“La finalità di prevenzione fa sì che il provvedimento non debba accertare “oltre ogni ragionevole dubbio” che vi sia stata infiltrazione mafiosa, ma semplicemente che sia “più probabile che non” che tale infiltrazione sia avvenuta. E tale assetto è largamente avallato dalla giurisprudenza amministrativa sul punto. Se questo approccio naturalmente si giustifica se si guarda alla gravità e alla pervasività del fenomeno, che va estirpato con forza e con ogni mezzo, esso genera non pochi problemi dal punto di vista dei destinatari delle misure, enti e, soprattutto, imprese, per le quali la misura interdittiva si traduce in un vero e proprio “ergastolo imprenditoriale”. Infatti, la misura interdittiva, concepita come temporanea, non solo viene sovente riconfermata - talora anche all’esito di un controllo giudiziario positivo- ma, ciò che è più grave, esplica effetti definitivi sull’impresa, che il più delle volte finisce per fallire”, evidenzia Cangelli.

“Per gli aspetti procedimentali va salutata con favore la recente apertura a momenti di contraddittorio con i destinatari della misura prima della sua erogazione. Si tratta di una modifica del Codice antimafia, sollecitata da più parti in dottrina, intervenuta nel 2021, che affida il contraddittorio alla discrezionalità dell’Autorità procedente. Non si ignora che si tratta di situazioni in cui pesa l’esigenza dell’effetto sorpresa e il problema degli atti riservati per il segreto investigativo, ma il contraddittorio consentirebbe di fornire preziosi elementi per impedire l’irrogazione della misura. Ripeto: la vera questione oggi è trovare quel punto di equilibrio”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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