Intrigo a Vieste, incendio doloso e connessione con un noto latitante

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C’è una pista inquietante che gli inquirenti seguono a Vieste dopo l’incendio, chiaramente doloso, che ha distrutto mercoledì mattina, all’alba, due auto. Immediatamente in paese si è pensato che si potesse trattare di una ritorsione attinente fatti collegati a Impregico srl, l’impresa tarantina che da fine 2022 sta svolgendo per conto del Comune viestano il servizio di igiene urbana. Questo perché l’auto attinta dalle fiamme per prima appartiene ad una signora di Vieste dipendente dell’impresa e si trovava a pochi metri dalla sede della srl, in zona vicina al cimitero cittadino. La seconda auto si trovava parcheggiata accanto ed è stata colpita anch’essa dall’incendio ma senza esserne l’obiettivo. In realtà l’idea degli investigatori è ben diversa e non riguarda affatto Impregico, il personale impegnato nel servizio di igiene urbana e questioni comunque connesse all’appalto comunale.

Stando ai beninformati, infatti, la signora la cui auto è stata presa di mira è la madre del ventenne viestano che oggi avrebbe la “colpa” di portare avanti una relazione con la moglie del noto latitante Gianluigi Troiano, braccio destro del boss viestano Marco Raduano. I rumors raccontano che già in un caso precedente, a quanto pare risalente all’anno scorso, un’auto di proprietà della famiglia del giovane sarebbe stata distrutta. Adesso il secondo episodio. Una ipotesi investigativa difficile da provare ma su cui paiono esserci pochi dubbi. Né sarebbe la prima volta che sul Gargano e in Capitanata la commissione di eventi criminali è collegata alla volontà di punire le nuove relazioni delle ex partner dei capi clan o di altri esponenti dei gruppi malavitosi.

Il nome di Raduano è ormai famoso a livello internazionale ed è inserito nella lista dei latitanti più pericolosi d’Europa. Per la Squadra Stato rappresenta uno smacco e una sconfitta la sua fuga, il 24 febbraio 2023, dal carcere di massima sicurezza Badu e Carros di Nuoro, quando riuscì a scappare – come nei migliori film - calandosi con delle lenzuola dal muro di cinta. 

“Il profilo criminale di Raduano è particolarmente importante. Egli, infatti, è al vertice dell'omonima organizzazione criminale operante sul Gargano, a Vieste, federata ad altri clan di Manfredonia, con il ruolo di promotore, organizzatore e spietato killer del gruppo, dedito alla perpetrazione di omicidi, traffico di droga e gestione del racket delle estorsioni”, si legge nella sua descrizione. “È notoriamente conosciuto negli ambienti criminali del Gargano e di Foggia come ‘pallone’ o ‘woolrich’”.

E’ ricercato dagli inquirenti, da dicembre 2021, anche il suo sodale Gianluigi Troiano, trentenne, imputato nel processo Trotta in corso davanti alla Corte d’Assise di Foggia, insieme al sanseverese Angelo Bonsanto.

I due sono accusati di aver preso parte all’omicidio del giovane viestano Omar Trotta, assassinato brutalmente il 27 luglio 2017 nella propria bruschetteria, situata nel pieno centro di Vieste. L’omicidio Trotta sarebbe stato deciso da Raduano, che voleva vendicare la morte del parente Gianpiero Vescera e garantirsi il monopolio del narcotraffico ai danni del clan rivale Iannoli-Perna (ex clan Notarangelo). Bonsanto è sospettato di essere stato uno dei due esecutori materiali mentre Troiano avrebbe indicato la vittima ai sicari e sarebbe stato presente nel locale al momento dell’agguato.

A novembre, in udienza, furono ascoltati due collaboratori di giustizia: il foggiano Carlo Verderosa, ex clan Moretti, e il viestano Giovanni Surano, un tempo legato al clan Raduano di cui farebbe parte lo stesso Troiano. Surano disse: “Sapevo solo che Gianluigi Troiano avrebbe chiamato i killer per comunicare loro quando eseguire l’omicidio”. Gli altri due collaboratori di giustizia che hanno raccontato agli investigatori cosa sarebbe avvenuto sono i fratelli mattinatesi Antonio e Andrea Quitadamo, detti “baffino”.

Nel processo Omnia Nostra per l’omicidio Trotta e per altri reati sono stati condannati in abbreviato a Bari Raduano (al quale è stato inflitto l’ergastolo) e i pentiti Danilo Della Malva e Antonio Quitadamo (il primo a 11 anni, il secondo a 12 anni e 4 mesi).

La stessa moglie di Troiano, madre di tre bambini, finì a maggio 2023 agli onori delle cronache: la 23enne Annachiara Notarangelo (a quanto pare familiare dell’ex boss Angelo Notarangelo, detto Cintaridd, ucciso anni fa) fu posta agli arresti domiciliari dopo il rigetto del ricorso per Cassazione, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo, che diresse e coordinò le indagini dei militari dell’Arma. La donna fu ritenuta gravemente indiziata di favoreggiamento aggravato dall’agevolazione dell’associazione mafiosa. I carabinieri, nell’ambito delle ricerche del 30enne, evaso dagli arresti domiciliari con applicazione del braccialetto elettronico circa un anno e mezzo prima da Campomarino, dove era sottoposto a tale misura cautelare dal Gup di Bari per reati di criminalità organizzata di matrice mafiosa, nell’ambito delle investigazioni dirette e coordinate dalla Dda di Bari, ricostruirono la contestata attività di favoreggiamento posta in essere per garantire la latitanza del marito.

In concorso con altri due soggetti già destinatari nel dicembre scorso della misura della custodia cautelare in carcere per la medesima contestazione, la donna avrebbe offerto appoggi logistici, coperture, veicoli per gli spostamenti, ospitalità, schede telefoniche, denaro e beni di ogni genere a favore del coniuge, aiutandolo in questo modo a sottrarsi alle ricerche dell’Autorità Giudiziaria, il tutto, sempre secondo le contestazioni degli inquirenti, con l’aggravante di aver commesso il fatto allo scopo di avvantaggiare l’associazione mafiosa di appartenenza del latitante, riconducibile a Raduano, quale articolazione operativa su Vieste del clan sipontino Lombardi-Ricucci-La Torre, evitandone così l’arresto e consentendo inoltre al gruppo criminale di poter fare affidamento sullo stesso per continuare ad operare sul territorio.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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