Per decenni Zapponeta è rimasta fuori dalle grandi ricostruzioni storiche della Seconda guerra mondiale in Capitanata. Una striscia di costa defilata, viva solo nei racconti tramandati a mezza voce. Questo finché improvvisamente, dai documenti d’archivio, non è riemersa una storia avvincente, che parla di paracadutisti nazisti, di una contraerea tedesca piazzata sul territorio, di un campo di volo mai realmente raccontato e perfino di possibili ambiguità delle milizie fasciste locali dopo l’8 settembre 1943. Il merito di aver ricostruito questo mosaico va a Vincenzo Vania, esperto di grafica e comunicazione e appassionato di storia locale, già autore in passato di altre scoperte sul territorio. Il materiale da lui raccolto apre uno squarcio enorme su quei giorni convulsi seguiti all’armistizio italiano. “C’era un buco temporale che non mi convinceva”, racconta a l’Attacco. “Mi pareva strano che non emergesse nulla su quello che era accaduto realmente in quella zona. Così ho iniziato a incrociare fonti orali, documenti dell’Archivio di Stato di Foggia, fotografie, carte militari e altre fonti archivistiche”.
Ed è a quel punto che, pezzo dopo pezzo, sarebbe riaffiorata una realtà rimasta sostanzialmente ai margini della memoria collettiva locale.
Il primo elemento forte riguarda la presenza tedesca tra Zapponeta e Manfredonia nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre. Seguendo la ricostruzione di Vania, la zona faceva parte della seconda linea difensiva della Wehrmacht sulla costa adriatica: un’area considerata strategica, oltre che per la vicinanza al mare, anche per la presenza di infrastrutture militari e di collegamenti rapidi verso Foggia e il resto della Puglia.

Vieste prova a giocarsi la carta della grande cultura e lo fa con uno dei nomi più pesanti del Novecento italiano. È stata inaugurata ieri sera, negli spazi del Museo civico archeologico “Michele Petrone”, la mostra “Giorgio de Chirico. Ritorno al Mediterraneo”, esposizione che fino al 27 settembre porterà sul Gargano circa cinquanta opere tra dipinti, acquerelli e disegni del maestro della Metafisica.

La candidatura appena annunciata della Chiesa di Santa Chiara ai Luoghi del Cuore FAI per il nuovo censimento nazionale vale innanzitutto come sensibilizzazione, ma poi mira anche a proseguire il percorso di riconquista del proprio passato e dei propri luoghi identitari avviato in questi ultimi periodi. La Chiesa di Santa Chiara è diventata, infatti, il fulcro di una mobilitazione civica che sta correndo in special modo attraverso i social network, perché anche la cura dei luoghi è una forma di cittadinanza attiva per costruire comunità. La città che oggi si mobilita per Santa Chiara è la stessa che - negli ultimi vent’anni - ha già incrociato più volte il percorso del FAI e del censimento dei Luoghi del Cuore, scegliendo di volta in volta luoghi diversi per raccontare sé stessa. La Cattedrale, con la sua storia di distruzioni e ricostruzioni; Palazzo San Domenico – sede del Municipio -, con il suo chiostro e la Cappella della Maddalena; Villa Rosa, che restituiva l’immagine di un rapporto col mare che non era ancora segnato dalle grandi fratture industriali e ambientali del secondo dopoguerra. Ogni volta, la scelta di un luogo ha funzionato come una dichiarazione implicita di cura verso la propria identità collettiva. Se le prime esperienze avevano riguardato luoghi già riconosciuti come simbolici, adesso sembra che Manfredonia voglia compiere un passo ulteriore, scegliendo di prendersi cura di un luogo fragile che evoca devozioni quotidiane e un rapporto con il sacro passava attraverso la continuità dei piccoli gesti. È come se la comunità avesse deciso di difendere ciò che non ha più voce. Con la candidatura della Chiesa di Santa Chiara – consacrata nel 1680 dal cardinale Vincenzo Maria Orsini -, la città si rivolge verso un edificio che per anni era rimasto ai margini, visibile e invisibile allo stesso tempo. È proprio questa condizione che l’aveva lasciato sospeso a rendere maggiormente significativa l’attuale candidatura. Piuttosto che rischiare di farlo scivolare lentamente fuori dalla percezione pubblica, viene riportato al centro dell’attenzione. Le ricostruzioni successive al terremoto del 1627 - seguite dalle trasformazioni urbanistiche del Novecento - hanno lasciato un tessuto urbano stratificato. Nel senso che ci convivono testimonianze medievali, accanto a quelle barocche, settecentesche e anche moderne. La storia urbana di Manfredonia mostra come il centro antico abbia conosciuto - soprattutto a partire dal secondo dopoguerra - una progressiva perdita di centralità, a favore dei quartieri sorti lungo le direttrici moderne. In questo processo, molte chiese minori e conventi hanno perso progressivamente la propria funzione, diventando talvolta anche luoghi chiusi o accessibili solo in rare occasioni. 

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