Ogni città produce il proprio genere letterario. Ci sono città che scrivono romanzi industriali, città che scrivono epopee finanziarie, città che compilano manuali turistici. Foggia, da decenni, coltiva invece una specialità più raffinata: la fantascienza urbanistica. Non è una critica ai progettisti. Anzi. Le tavole urbanistiche sono spesso intelligenti, i principi condivisibili, le visioni persino seducenti. Il problema nasce dopo. Sempre dopo. Prima il disegno. Poi il convegno. Poi il render. Poi il plastico. Poi il comunicato. Poi il cambio di amministrazione. Poi il finanziamento che non arriva. Poi la variante. Poi l'aggiornamento della variante. Poi l'anniversario del progetto mai realizzato. Il nuovo Piano Urbanistico Generale arriva in questo contesto, gravato da una domanda semplice e brutale: perché dovrebbe andare diversamente questa volta? Il PUG parla il linguaggio contemporaneo delle città europee. Non crescita indefinita ma rigenerazione. Non espansione ma recupero. Non periferie da colonizzare ma quartieri da ricucire. Non altro cemento ma qualità urbana. Parole difficili da contestare. Il problema è che la distanza fra l'urbanistica e la realtà non si misura in metri ma in capacità amministrativa. Perché una città non cambia quando viene descritta. Cambia quando viene governata. E qui emerge la contraddizione foggiana.
Da una parte si immagina una città complessa, sostenibile, connessa, capace di integrare mobilità, verde, servizi, cultura e innovazione. Dall'altra il cittadino continua a confrontarsi con marciapiedi sconnessi, spazi pubblici trascurati, aree incompiute e manutenzioni intermittenti. È la differenza tra il futuro raccontato e il presente praticato. Naturalmente sarebbe ingenuo attribuire ogni responsabilità all'amministrazione del momento. Molte delle questioni aperte appartengono a una storia lunga. Foggia è una città che accumula promesse urbanistiche come altre accumulano monumenti. Ogni stagione politica aggiunge il proprio strato di intenzioni a quelli precedenti. Ne risulta una geologia dell'incompiuto. I grandi contenitori urbani ne sono la testimonianza più evidente. Ci sono luoghi che esistono due volte: una nella città reale e una nella città immaginata dai progetti. Talvolta la seconda versione è molto più sviluppata della prima.
Per questo il rischio principale del PUG non è il consumo di suolo, né la burocrazia, né l'opposizione politica. Il rischio vero è più sottile. È la trasformazione del piano in racconto. Quando un progetto viene discusso troppo a lungo, finisce per sostituire la sua stessa realizzazione. La città si convince che parlare di cambiamento equivalga già a cambiare. È una patologia tipicamente italiana: la rappresentazione prende il posto dell'azione. Così l'Urban Center rischia di diventare un teatro permanente della partecipazione, il PUG una grande opera narrativa e la città il pubblico pagante. Sarebbe però ingiusto chiudere con il pessimismo. Per una ragione molto semplice: una città non è mai condannata dalla propria storia. Ne è soltanto appesantita. La vera occasione del nuovo PUG consiste proprio in questo. Non nell'immaginare una Foggia ideale, ma nel sottrarre progressivamente spazio alla Foggia incompiuta. Non servono cento trasformazioni simboliche. Ne basterebbero poche, visibili, irreversibili. Un quartiere ricucito davvero. Una periferia trattata come città. Uno spazio pubblico restituito ai cittadini. Un'area abbandonata finalmente abitata. L'urbanistica, dopotutto, dovrebbe essere misurata non dai documenti prodotti ma dai luoghi trasformati. Fra vent'anni nessuno ricorderà il numero delle tavole del piano, il lessico tecnico delle relazioni o le formule della pianificazione strategica. Ricorderà invece una cosa molto più semplice: se il nuovo PUG è riuscito a trasformare Foggia da città delle promesse a città delle prove. Ed è una sfida che nessun elaborato urbanistico può vincere da solo. Perché, come accade spesso da queste parti, il problema non è immaginare il futuro. È farlo arrivare prima che diventi archeologia.
di Sergio Imperio.
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