Ci sono novità nella vicenda, accuratamente seguita da l’Attacco, che ha come principale elemento di interesse l’autoritratto di Leonardo, di proprietà di Carmelina Romaniello e di suo marito Lello Santoro, coppia foggiana di pensionati che ha manifestato la volontà di donare una parte dei loro averi al Comune di Foggia per renderli patrimonio comune a beneficio della collettività.
Il generoso lascito comprende una parte delle collezioni d’arte (già ampiamente vincolate e riconosciute dal ministero dei beni culturali) che nel corso della loro vita Santoro e sua moglie hanno raccolto, il palazzo vanvitelliano nel cuore di Foggia e, per l’appunto il pezzo più affascinante e prezioso, l’autoritratto di Leonardo da Vinci.
Come lo stesso Santoro ha più volte rimarcato, il suo obiettivo è quello di far sì che i beni vengano custoditi per sempre nell’appartamento, che diverrebbe una vera e propria casa museo. Per fare in modo che le opere non vengano in un futuro trasferite altrove è necessario seguire un percorso giuridico burocratico ben preciso, studiato nei dettagli dal mecenate foggiano e che è stato avviato con il deposito della proposta di donazione in Comune mesi fa.
Per ottenere i risultati voluti è necessario che l’ente acquisisca i beni nel proprio patrimonio, rendendoli automaticamente di proprietà dello Stato e quindi inalienabili, inamovibili, indistruttibili e indivisibili. Tutto ciò è subordinato al presupposto che la soprintendenza dichiari i beni di interesse culturale. Proprio per questo Santoro ha più volte sollecitato l’intervento dei funzionari ministeriali che il 20 gennaio scorso hanno proceduto al sopralluogo. E’ finalmente stato redatto anche il verbale che dà un primo avvio al procedimento.
Le funzionarie che hanno potuto visionare e fotografare il dipinto e la casa sono l’architetta Daniela Fabiano, la storica dell’arte Maria Concetta di Micco e la restauratrice Elena Arlotti. Nel verbale, la soprintendenza ribadisce di non disporre di dotazioni scientifiche e professionali per poter periziare l’opera e ha suggerito di sottoporlo all’analisi dell’Istituto centrale del restauro ma nonostante le sollecitazioni giunte dall’europarlamentare Mario Furore e il deputato Giorgio Lovecchio (entrambi del Movimento 5 Stelle) nessuna risposta è giunta. E’ invece esclusa categoricamente da Lello Santoro l’ipotesi di una expertise di un privato, sebbene caldeggiata dalle funzionarie, perché di fatto non avrebbe nessun valore legale ai fini della valutazione della soprintendenza.
Va ricordato che Lello Santoro è un esperto d’arte, proprietario di una delle più estese e rinomate collezioni del Mezzogiorno, ha frequentato e avuto contatti con i massimi studiosi, con le case d’asta più prestigiose e gli appassionati del settore. Questo lo ha reso un profondo conoscitore della materia e ancora oggi non smette di studiare e di documentarsi; il suo quindi è un occhio allenato ed esperto, tanto da non dare spazio agli indugi circa la veridicità del piccolo tondo.
Ci sono segnali chiari che rivelerebbero l’autenticità del quadro: la craquelure in primis, il fitto reticolo di screpolature che si forma sulla superficie dei dipinti. Essa è spesso utilizzata per determinare l'età di un’opera e scoprire quindi eventuali falsi. La craquelure è infatti impossibile da riprodurre artificialmente; la velatura, di cui Leonardo era maestro, il dipinto non mostra pennellate; il dettaglio del cappello, nero su cui fanno capolino chiazze di blu notte, il colore del fondo; l’originalità, il dipinto è inedito, nascosto probabilmente per secoli e mai riprodotto.
Non solo, recentemente il collezionista si è accorto di un altro dettaglio, analizzando l’opera: è leggermente bombata. “A mio avviso un ulteriore indizio che si tratti di un’opera del Maestro, la bombatura conferisce al volto un effetto tridimensionale. Gli esperti sanno molto bene che Leonardo era alla continua ricerca di tecniche che gli consentissero di rendere graficamente le prospettive e le dimensioni. Questa potrebbe essere una di quelle”, ha sottolineato Santoro. In più, sul retro ha rinvenuto una scritta: “Leonardò de Vinci”, il nome dell’artista con la cadenza francese, non a caso probabilmente, visto che Leonardo ha soggiornato a lungo oltralpe, sul finire della propria vita.
Non pago di queste evidenze, Santoro ha passato ai raggi x l’opera, una delle indagini cardine nella valutazione dei dipinti. Le radiografie (visonate da l’Attacco) rivelano altri preziosissimi dettagli che ne attesterebbero la veridicità: è del tutto assente il disegno soggiacente e non si evidenziano i cosiddetti pentimenti.
Per disegno soggiacente si intende lo schema preparatorio, la bozza che i pittori, soprattutto nel Quattrocento usavano nelle fasi preliminari dell’opera, mentre i pentimenti sono, banalmente, le correzioni: pennellate sovrapposte alle precedenti volte a coprire elementi non più graditi all’autore.
“L’assenza di questi due elementi – ha spiegato Santoro a l’Attacco – dimostra il fatto che si tratti di un’opera realizzata dal Maestro, che non ha avuto bisogno di schemi preparatori o ripensamenti successivi. Sapeva esattamente ciò che voleva dipingere e con mano esperta ha raggiunto l’obiettivo già alla prima stesura. Questo esclude anche che si tratti di un’opera di suoi allievi e imitatori, i quali non avendo le capacità di Leonardo, avrebbero avuto bisogno di disegni soggiacenti e ritocchi successivi”. A riprova di quanto affermato Santoro fa riferimento al volume “I leonardeschi a raggi x”, nel quale sono catalogate proprio le radiografie delle opere degli autori che si sono ispirati al Maestro e che rivelano la presenza costante di disegni soggiacenti e pentimenti (foto in pagina).
La padronanza con cui è stato compiuto il dipinto potrebbe essere rivelatrice anche dell’età che Leonardo aveva al momento della realizzazione. Non certo giovane dunque. Ma c’è di più: “Gli studi hanno dimostrato che il Maestro abbandonò i grandi dipinti incompiuti o addirittura allo stato di progetto (come riporta il periodico Antiquariato di novembre 2002 a pagina 24) dopo il drammatico disfacimento de La Battaglia di Anghiari, una pittura murale di Leonardo, databile al 1503-1504 e commissionata per il Salone dei Cinquecento (allora detto Sala del Gran Consiglio) di Palazzo Vecchio a Firenze. Da allora si dedicò a opere di piccole dimensioni e se si considera che il Maestro è morto nel 1519, ritengo molto plausibile che l’opera in mio possesso possa essere stata realizzata in quel decennio”, ha precisato Santoro.
Insomma, ci sono moltissimi elementi che meriterebbero di essere approfonditi e tutti sono stati sottoposti all’attenzione delle funzionarie. Il punto ora è: fare presto e vincolare le opere affinché non possano finire in mani sbagliate senza tutele. L’avvio della procedura però non basta, lo sa bene lo stesso Santoro che ha già vissuto un’esperienza simile nel lontano 1981 quando partì ufficialmente l’iter per vincolare il palazzo con l’allora soprintendente Riccardo Mola che rimase lettera morta.
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