Quando si parla di turismo “mordi e fuggi”, la definizione stessa porta alla mente, quasi ontologicamente, l’idea di un’offerta povera, inadeguata a generare ricchezza diffusa. Chi arrivava per un giorno o per un weekend, tipicamente spende meno, soggiorna poco e lascia un contributo (anche in termini di “qualità”) limitato rispetto al turista tradizionale. Ma è ancora così? Oppure ad oggi questa concezione è superata? Le interviste agli operatori confermano una tendenza ormai evidente: le permanenze medie si stanno accorciando ovunque. La vacanza di due settimane appartiene sempre più al passato, in quanto famiglie e coppie distribuiscono le ferie nell’arco dell’anno, alternando weekend lunghi e soggiorni di tre o quattro giorni. È un cambiamento che riguarda tutta l’Italia e che il Gargano non può ignorare. Per questo il turismo di prossimità non dovrebbe essere considerato soltanto un fenomeno da subire. Al contrario, può rappresentare una risorsa preziosa, soprattutto nei mesi di spalla. Il visitatore che parte da Bari, Foggia, Napoli o Campobasso per trascorrere due giorni sul Gargano contribuisce a riempire alberghi, ristoranti e stabilimenti in periodi che, diversamente, rischierebbero di rimanere vuoti.

Per avere uno spaccato affidabile del mercato turistico, i numeri non bastano: serve leggere i dati sulla Puglia senza (s)cadere nella retorica dei record. Leggerli come fa Federico Massimo Ceschin, esperto di turismo e valorizzazione dei beni culturali e ambientali, presidente nazionale SIMTUR e ambasciatore del Patto europeo per il clima della Commissione Europea che, incalzato da l’Attacco, li interpreta così: “Non conta quante persone arrivano, ma quanto valore resta a chi abita i luoghi. Servono programmazione comune, investimenti privati e il coraggio di abbandonare un modello ormai vecchio”. Non rileva, cioè, che la Puglia abbia milioni di arrivi estivi se poi non sappiamo che cosa rimane, alla fine della stagione, nei luoghi che quei numeri li hanno prodotti... quanti servizi funzionano meglio, quanti giovani hanno trovato un lavoro dignitoso, quante attività restano aperte in inverno, quanto paesaggio è stato preservato e quanto valore economico è rimasto davvero nelle comunità. È da questo rovesciamento dello sguardo che Ceschin parte per decodificare un Gargano che continua a riempirsi d’estate ma a svuotarsi altrettanto rapidamente una volta chiuso l’ultimo ombrellone. “Le destinazioni più competitive hanno lasciato al Novecento l’economia turistica e sono passate all’economia dei visitatori. Non ci si domanda più soltanto quanto si produce, ma quale sia la capacità di carico di un territorio e quale servizio di qualità possa realmente sostenere senza invadere la vita dei residenti”. Si tratta del passaggio dalla quantità al valore o, meglio ancora, della risemantizzazione del termine “valore”. Una parola che, ricorda Ceschin, non coincide con il prezzo: “Valore viene dal latino valere, stare bene. Dovremmo misurare il successo non soltanto con presenze, posti letto e percentuali di occupazione, ma chiedendoci quanto stia bene la comunità e quale impatto produca il turismo sulle relazioni, sui territori e sulla qualità della vita”. L’esempio più netto è quello della sua Venezia: residenti precipitati da centinaia di migliaia a poco più di quarantamila mentre i visitatori sono diventati milioni.

Ogni estate racconta una storia nuova, complessa, fatta di luci e ombre. Quella del 2026, in Capitanata, ci consegna un territorio che continua a convivere con problemi antichi, ma che non rinuncia a cercare nuove strade per il proprio futuro. È ancora un’estate di incendi che hanno minacciato boschi e aree di straordinario pregio naturalistico, ricordandoci ancora una volta quanto fragile sia il nostro patrimonio ambientale e quanto sia necessario investire nella prevenzione, nella tecnologia e nella tutela del territorio. Sul Gargano gli incendi non sono più un'emergenza occasionale. Sono diventati una tragica consuetudine: tra pinete secolari, macchia mediterranea e biodiversità, il Promontorio indifeso continua a bruciare. Non basta più contare gli ettari perduti: è il momento di chiedersi perché ogni estate si ripeta lo stesso copione. 
È l'estate del caldo record e delle preoccupazioni del mondo agricolo, che continua a rappresentare una delle colonne portanti dell'economia provinciale, pur dovendo affrontare costi crescenti, cambiamenti climatici e mercati sempre più complessi.
È naturalmente l’estate del turismo, con il Gargano ancora una volta protagonista di una stagione che ha confermato la forza attrattiva di un territorio capace di unire mare, natura, storia e tradizioni. Ma il successo turistico porta con sé anche una riflessione sulle sfide da affrontare. Restano aperte alcune criticità storiche: una rete viaria spesso inadeguata, collegamenti non sempre all’altezza delle esigenze di chi arriva e di chi vive questi luoghi, servizi che devono essere potenziati e un’assistenza sanitaria che, soprattutto nei mesi estivi, continua a mostrare fragilità di fronte all’aumento della popolazione temporanea e alla maggiore pressione sulle strutture territoriali. La vera sfida presente e futura sarà approdare ad un modello di sviluppo stabile, superando la logica della sola stagione estiva e accendere un motore permanente di economia, occupazione e nuove opportunità, capace di offrire soprattutto ai giovani una prospettiva diversa e un motivo in più per restare. 

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che i più recenti dati sulla dispersione scolastica richiedano una lettura capace di riconoscere i progressi compiuti senza ridimensionare un fenomeno che continua a rappresentare una criticità strutturale del sistema di istruzione. Il miglioramento è evidente. Nell’Unione europea la quota dei giovani tra i 18 e i 24 anni che abbandonano precocemente l’istruzione e la formazione è scesa dall’11% del 2015 al 9,1% del 2025, ormai prossima all’obiettivo europeo di un valore inferiore al 9% entro il 2030. Nello stesso periodo il tasso è passato dal 12,5% al 10,6% tra i giovani uomini e dal 9,4% al 7,5% tra le giovani donne.



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