"Egregio Dr. Domenico La Marca - Sindaco del Comune di Manfredonia, Egregia Signora Maria Teresa Valente - Assessora al Welfare e alla Cultura del Comune di Manfredonia, Egregio Sig. Francesco Schiavone - Assessore ai Grandi eventi e Turismo, Egregio Ing. Matteo Gentile - Assessore allo sviluppo economico, scrivo questa lettera in qualità di curatore del museo storico sui Pompieri e sulla Croce Rossa Italiana di Manfredonia nonché cittadino profondamente deluso, per esprimere il mio più vivo disappunto riguardo alla gestione politica e culturale del nostro territorio. Risulta ormai evidente e intollerabile la continua e ingiustificata marginalizzazione (se non vero e proprio boicottaggio) riservata al Museo Storico dei Pompieri e della Croce Rossa Italiana di Manfredonia. Questo polo museale è una gemma di inestimabile valore, un unicum a livello nazionale che custodisce la memoria storica dei nostri corpi dediti al soccorso dei bisognosi. Eppure, anziché essere promosso e sostenuto come meriterebbe, sembra subire una costante disattenzione da parte di questa amministrazione e dei cd. Tour Operator. Un'eccellenza che ha fatto parlare di sé i più importanti canali televisivi (RAI1, RAI3, Italia 1, ed altre emittenti da Torino in giù) e lascia quotidianamente stupiti ed entusiasti i visitatori di tutto il mondo che arrivano a Manfredonia, e che invece viene mortificata da una totale assenza di sinergia istituzionale, promozione turistica dedicata e supporto logistico.

“Per anni abbiamo inseguito un obiettivo che considero strategico per il futuro della nostra provincia - fa sapere Anna Maria Fallucchi, Senatrice in forza a Fratelli d’Italia - il riconoscimento della continuità territoriale per l’aeroporto Gino Lisa di Foggia; sul fronte sono stati compiuti passi importanti, è però arrivato il momento di completare definitivamente il percorso. Per questo mi rivolgo all’Assessore regionale ai Trasporti, Raffaele Piemontese, che ricopre questa responsabilità. Confido nella sua determinazione affinché la Regione Puglia porti a termine l’iter necessario e consenta al nostro territorio di ottenere un risultato atteso da anni”.

Una zona di Vieste che ogni giorno d’estate centinaia di turisti attraversano quasi senza accorgersene, pur trovandosi a pochi metri dal centro storico. Un quartiere che non ha il fascino spontaneo dei vicoli medievali né l’impatto scenografico delle mura affacciate sul mare, ma che racconta un altro capitolo della storia della città: quello della sua prima espansione oltre l’area del centro storico, quando l’abitato murato non bastava più a contenere una popolazione in continua crescita. Si tratta del cosiddetto “Borgo Ottocentesco”, o Borgo di Fora la Porta, un pezzo di centro urbano nato tra la fine del Settecento e l’Ottocento con un disegno preciso, una propria identità urbanistica e un linguaggio architettonico riconoscibile e che oggi conserva ancora molte delle sue caratteristiche originarie ma che, nonostante gli interventi degli ultimi anni, fatica ancora a trovare una vera centralità nella vita cittadina. Nell’ultimo periodo, a dire il vero, qualcosa è cambiato. Il Comune ha riqualificato buona parte della pavimentazione, completato l’ammodernamento della pubblica illuminazione, recuperato diverse strade e avviato nuovi interventi di arredo urbano. Sempre più abitazioni sono state trasformate in bed and breakfast, riportando investimenti privati e contribuendo al recupero di numerosi immobili. Malgrado ciò il quartiere continua a vivere una sorta di limbo: abbastanza vicino al centro storico da subirne il confronto, ma ancora troppo distante dall’esserne una naturale prosecuzione, neppure in estate, quando la parte antica (che pure d’inverno subisce lo stesso spopolamento) diventa il cuore vivo del paese. È proprio da questa considerazione che parte la riflessione dell’architetta e docente Marinita Denittis, impegnata nella valorizzazione culturale del paese, a detta della quale il futuro del borgo passa dalla capacità di riscoprirne l’identità originaria: “Ogni intervento di riqualificazione dovrebbe partire dalla lettura attenta di ciò che resta, non da un’idea generica di abbellimento o di animazione”, osserva. “Nuove funzioni possono essere utili: attività culturali, servizi, piccole attività economiche, forme di ospitalità e spazi d’incontro, ma devono inserirsi dentro una visione complessiva. Un quartiere non torna vivo solo perché viene occupato: torna vivo quando viene riconosciuto e difeso”.



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