E’ collegata alla mafia garganica l’ultima interdittiva antimafia adottata, pochi giorni fa, dal prefetto di Foggia Maurizio Valiante. Rimane sempre alta l’attenzione della Prefettura rispetto ai rischi di penetrazioni della criminalità organizzata nell’economia legale del territorio.
Sulla base degli approfonditi accertamenti condotti dalle forze di polizia e dell’attività del Gruppo interforze antimafia, Valiante ha firmato un nuovo provvedimento antimafia nei confronti di un’impresa individuale con sede a Mattinata, operante nel settore delle concessioni in materia zootecnica ed agricola.
Si tratta dell’impresa individuale Notarangelo Bartolomeo Pio, esistente dal 2013 con sede in via Tor di lupo e attiva nell’allevamento di ovini e caprini. A settembre 2022 fu avviato da parte della Camera di commercio il procedimento finalizzato alla cancellazione dell’impresa.
Il 34enne titolare è un nome assai noto alle cronache: difatti Bartolomeo Pio Notarangelo è collegato alla mafia viestana ed è stato più volte nel mirino degli inquirenti. E’ parente (figlio di un cugino) dello scomparso boss di Vieste Angelo Notarangelo, detto Cintaridd, dopo la cui uccisione avvenuta in un agguato nel 2015 il clan omonimo si è trasformato nel gruppo Perna-Iannoli contrapposto, in una guerra sanguinosissima dalle molteplici vittime, al clan dell’ex braccio destro di Cintaridd, ovvero quel Marco Raduano che nei giorni scorsi è clamorosamente riuscito ad evadere dal carcere in Sardegna in cui si trovava e che resta tuttora latitante.
Una criminalità organizzata, quella della città del Pizzomunno, che ha costruito la propria fortuna sui traffici di stupefacenti con le coste dirimpettaie dell’Albania e non solo.
Non tutti sanno che i Notarangelo sono originari di Mattinata.
E’ proprio nella “farfalla bianca del Gargano” che vive e ha sede l’impresa di Bartolomeo Pio, appena interdetta da Valiante. Tra il 2016 e il 2017 l’uomo fu arrestato più volte per detenzione di armi e droga, ma nel 2019 il giudice del Tribunale di Foggia lo scagionò con la formula “il fatto non sussiste”, insieme a Michele Calabrese e Danilo Notarangelo.
In particolare, i due Notarangelo e Calabrese furono arrestati nel 2016 dai carabinieri del Comando provinciale di Foggia e della compagnia di Vico del Gargano durante un’operazione di contrasto agli affari della famiglia Notarangelo, un tempo guidata da Angelo Cintaridd Notarangelo.
I cugini Bartolomeo e Danilo Notarangelo, parenti del capo clan defunto, insieme a Calabrese, secondo l’accusa erano i rivenditori di vari pusher della zona di Vieste. Durante le indagini, i carabinieri intercettarono frasi criptiche utilizzate all’arrivo dei fornitori della droga: “Sta figliando una scrofa” era il gergo utilizzato dagli imputati.
Due settimane prima di quest’ultima interdittiva antimafia il prefetto Valiante aveva adottato altri 4 provvedimenti analoghi, tre dei quali pure connessi alla mafia garganica. Il primo era quello nei confronti dell’impresa agricola sannicandrese Gruppo Camardo, avente come attività prevalente l’allevamento di bovini allo stato brado e comunque attività connesse all’esercizio dell’agricoltura e della zootecnia. I soci amministratori sono 3: il 45enne Claudio Sassano, il 40enne Nazario Di Lella e la 51enne Sara Rubagotti. Quest’ultima sarebbe l’ex moglie del noto pregiudicato Angelo Tarantino a cui sarebbero legati da parentela anche gli altri due soci. Il nome di Tarantino è legato alla mafia garganica e in particolare alla sanguinosissima guerra coi Ciavarrella che vide in 26 anni 17 omicidi e una sfilza di tentati omicidi. Ma anche in anni recenti Tarantino è balzato agli onori delle cronache, per via delle alleanze strette con altri clan garganici e del suo ruolo nella strage di mafia del 9 agosto 2017 a San Marco in Lamis, quando furono uccisi il boss di Manfredonia Mario Luciano Romito, il cognato Matteo De Palma e gli innocenti fratelli agricoltori Aurelio e Luigi Luciani. L’alleanza legame tra i Tarantino e i Li Bergolis di Monte Sant’Angelo (attualmente guidati da Enzo Miucci) è infatti stata svelata dall’indagine sul quadruplo omicidio e appare nella sentenza di condanna del basista sipontino Giovanni Caterino.
Colpite da interdittive antimafia due settimane fa anche due imprese di Monte Sant’Angelo, che sarebbero entrambe a rischio infiltrazioni da parte del clan Li Bergolis-Miucci: quella di Michela Silvestri (figlia di Giuseppe detto l’Apicanese, il pregiudicato del clan Li Bergolis che fu ucciso il 21 marzo 2017) e la P.A. G di Giuseppe Guerra, attiva nel commercio di prodotti alimentari.
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