Rinviati a giudizio i sei indagati dell’inchiesta sul racket delle slot machine. E’ una brutta storia familiare

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Comincerà il 13 dicembre prossimo, davanti a un collegio presieduto dal giudice Armando Dello Iacovo, il processo a carico di sei persone rinviate a giudizio lunedì pomeriggio dal gup Maria Luisa Bencivenga che ha accolto le richieste del pubblico ministero Roberto Galli. Si tratta del primo esito processuale concreto della cosiddetta operazione “Slot Machine”, messa a segno a seguito di una brutta storia di presunte vessazioni economiche sorte in ambito praticamente familiare, iniziata materialmente il 28 ottobre dell’anno scorso, quando la Guardia di finanza di Lucera eseguì quattro arresti per estorsione e lesioni. L’inchiesta ha assunto anche una certa rilevanza nazionale, visto che viene citata esplicitamente nella recente relazione semestrale (la seconda del 2022) della Direzione Investigativa Antimafia, a proposito della descrizione delle condotte della famiglia Cenicola, “orientate – secondo quanto riportato - al controllo del territorio attuato mediante la gestione di attività illecite”.

La presunta vittima è stata individuata in Michele Cenicola (assistito dall’avvocato Andrea Petito) che si è costituito parte civile assieme alla Federazione Anti Racket e Usura di Foggia. L’imprenditore del settore dei giochi elettronici da intrattenimento è in effetti la figura chiave della vicenda ricostruita dal personale della tenenza di Viale Castello che ha indagato per un anno, partendo proprio da una denuncia presentata dall’uomo che ha riferito di pesanti comportamenti subiti dai suoi congiunti. Prima di tutto da parte di Mario e Vincenzo Cenicola, di 49 e 38 anni, difesi rispettivamente da Carlo Mari e Rosario Marino, entrambi dipendenti di un’azienda che gestisce la manutenzione comunale del verde pubblico, accusati di tentata estorsione e lesioni ai danni del cugino che sarebbe stato più volte minacciato e picchiato in una occasione. Entrambi sono rimasti in cella fino al mese scorso, con successiva concessione della detenzione ai domiciliari. Nell’indagine sono finiti anche Antonio Cenicola, operatore sanitario di 39 anni, a sua volta cugino dei due fratelli, ed Emanuele Testa di 35, entrambi assistiti dall’avvocato Giacomo Grasso. Per loro due, entrambi incensurati, era stata disposta la misura cautelare del divieto di dimora a Lucera e quello di rimanere comunque a una distanza di almeno mille metri da colui il quale ha denunciato più comportamenti intimidatori che avrebbe subito sia direttamente che ai danni della famiglia e perfino dei dipendenti della sua ditta individuale. La misura è stata poi revocata dal tribunale del Riesame.

Ma la vera sorpresa emersa al termine delle investigazioni è l’attribuzione degli stessi reati anche a Fedele Cenicola, 49 anni (difensore Carlo Mari), fratello della presunta vittima, ritenuto il sostenitore morale di tutta la serie di pressioni subite da quello che fino al 2019 era pure socio in affari.

L’ultimo imputato è Francesco Antonio Cenicola, 62 anni e padre di Antonio, difesa ancora da Grasso, accusato di estorsione ai danni di Fedele Cenicola e del padre di quest’ultimo, entrambi minacciati fisicamente nel caso in cui non avessero provveduto a sostenere pure le spese legali a carico del figlio,a sua volta accusato di aver fatto da tramite per le richieste in denaro presentate a Cenicola che poi si è messo in proprio. 

I finanzieri ritengono di aver individuato una condotta criminale in un quadro di agguerrita e asfissiante “delinquenza ambientale” attiva sul territorio lucerino da parte degli arrestati. I primi quattro avrebbero fatto ricorso a violenza, minacce e all’utilizzo di armi improprie (in un pestaggio avvenuto l’8 settembre 2021 sarebbero stati usati dei caschi), provocando lesioni personali all'uomo, tentando di costringerlo ad abbandonare la propria società, che deteneva al 50%, senza avanzare alcuna pretesa economica di liquidazione. Michele Cenicola ha dichiarato di aver ottenuto 80 mila euro, ritenuto circa un quinto di quanto gli sarebbe effettivamente spettato, circostanza che i fratelli indagati avrebbero considerato comunque un affronto, poiché auto dichiaratosi soci della compagine iniziale, seppure non figurandovi realmente.

Dopo il suo “distacco” aziendale, Cenicola avrebbe ricevuto una richiesta di 300 euro mensili per poter continuare a detenere i propri apparecchi negli esercizi commerciali della città. “Servono per chi sta in carcere” sarebbe stata la motivazione avanzata nell’occasione da autori, secondo gli inquirenti, di ripetute intimidazioni ambientali derivante dal proprio calibro criminale.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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