Pubblichiamo integralmente la lettera inviata dall’avvocata Benedetta Belmonte alla redazione de l’Attacco in relazione agli articoli dedicati alla vicenda di Toufiq Namouuh, il lavoratore marocchino che ha denunciato di avere versato 8mila euro ad Abderrazak El Gabbas per arrivare in Italia attraverso il sistema dei flussi e che, successivamente, ha presentato un esposto disciplinare e una querela tramite l’avvocato Giovanni Marseglia. La testata ritiene corretto offrire pieno spazio alla posizione dell’avvocata Belmonte, così come ha fatto fin dall’inizio di questa inchiesta. Ogni articolo pubblicato in queste settimane è stato costruito raccogliendo tutte le versioni disponibili e verificando, passo dopo passo, gli elementi emersi. Sono state riportate le dichiarazioni del lavoratore, la replica dell’avvocata Belmonte, la posizione del patronato rappresentato da Paola Gervasoni e quella del datore di lavoro Luigi Buccino per conto della Soluzione Tecnica srls di Poggio Imperiale. L’Attacco ha inoltre cercato un confronto diretto con tutti i soggetti coinvolti. La redazione ha invitato più volte sia Benedetta Belmonte sia Luigi Buccino a partecipare a un’intervista in sede, così da ricostruire in maniera ampia e trasparente la loro versione dei fatti e affrontare pubblicamente ogni punto controverso della vicenda. L’invito, ribadito anche nei giorni successivi, non è stato accolto. Nello stesso tempo, il giornale ha scelto di andare direttamente sui luoghi raccontati dal lavoratore marocchino, raggiungendo Torremaggiore e Poggio Imperiale insieme a Toufiq Namouuh per verificare gli spazi indicati, ascoltare ulteriormente il suo racconto e comprendere il contesto nel quale si è sviluppata questa storia. Raccontare una vicenda complessa significa dare voce a tutte le parti coinvolte, mantenere equilibrio e continuare a porre domande quando restano elementi da chiarire. È ciò che l’Attacco continuerà a fare. La pubblicazione integrale della lettera dell’avvocata Belmonte rientra in questo percorso di correttezza e trasparenza, che non modifica però il lavoro giornalistico svolto finora né l’intenzione della testata di proseguire l’inchiesta sui flussi, sulle reti di intermediazione e sulle responsabilità che emergeranno. L’obiettivo resta quello di accertare i fatti, distinguere le responsabilità individuali dalle ricostruzioni contrapposte e continuare a documentare sviluppi con rigore e attenzione verso tutte le persone coinvolte.

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È da poco terminato in Prefettura a Bari il Comitato interprovinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica presieduto dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, convocato alla luce dei recenti episodi criminali che hanno colpito il territorio pugliese, dai delitti di mafia tra Bari e Bisceglie fino agli omicidi avvenuti nel Foggiano e alle sparatorie registrate nelle ultime settimane nel centro storico del capoluogo. Nel corso dell’incontro, al quale hanno preso parte il procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo Giovanni Melillo, i prefetti, i vertici delle Procure, delle forze di polizia e dei Vigili del Fuoco delle province coinvolte, il ministro ha confermato un rafforzamento degli organici delle forze dell’ordine, soprattutto in vista dell’imminente stagione estiva.

Non è il costo di un regalo a fare rumore. E forse non è nemmeno il numero degli invitati. In politica, certe storie esplodono quando cominciano a raccontare qualcosa di più profondo del fatto in sé. Ed è esattamente ciò che sta accadendo attorno al compleanno dell’assessore regionale Raffaele Piemontese: una vicenda che, partita come cronaca mondana di una festa esclusiva nella masseria Casa Freda, si sta lentamente trasformando in uno specchio scomodo per il centrosinistra pugliese. Perché più passano le ore, più il caso smette di parlare soltanto di Rolex,  gioielli, liste regalo o ricevimenti con trecento invitati
Comincia invece a parlare del rapporto tra potere e rappresentazione del potere. Tra etica pubblica e relazioni private. Tra ciò che formalmente è consentito e ciò che, per chi governa, rischia comunque di apparire inopportuno agli occhi dei cittadini. Da giorni, negli ambienti di partito, il tema viene affrontato con un misto di imbarazzo e prudenza. C’è chi minimizza. Chi liquida tutto come una polemica costruita sul nulla. Chi invece teme che il “caso Piemontese” possa logorare lentamente quella narrazione di sobrietà e rigore etico che il centrosinistra pugliese ha provato a costruire negli ultimi anni attorno alla figura di Antonio Decaro e all’esperienza amministrativa regionale. Perché il vero cortocircuito sta tutto lì: appena pochi mesi fa, la Regione Puglia aveva scelto di aderire ufficialmente alla Carta di Avviso Pubblico, il codice etico antimafia e anticorruzione che richiama amministratori e politici a criteri di trasparenza, prudenza istituzionale e responsabilità verso i cittadini. Una firma presentata non come semplice formalità burocratica, ma come un impegno pubblico e identitario. Ed è proprio per questo che l’Attacco ha deciso di chiedere chiarimenti direttamente ad Avviso Pubblico nazionale, dopo che il coordinamento regionale pugliese - guidato dal sindaco di Monte Sant’Angelo Pierpaolo D’Arienzo - ha scelto di non intervenire pubblicamente sulla vicenda. Una posizione che, inevitabilmente, viene letta anche alla luce del rapporto di amicizia e vicinanza politica che lega D’Arienzo all’assessore Piemontese.  Le parole arrivate da Avviso Pubblico all’Attacco hanno avuto l’effetto di riaccendere ulteriormente il confronto. L’associazione chiarisce di non essere “un tribunale”, ma ricorda che il senso della Carta è proprio quello di stimolare un dibattito pubblico sui comportamenti degli amministratori e sulla loro compatibilità con i principi della buona politica. Ed è esattamente questo il punto che oggi agita il centrosinistra pugliese: fino a dove può spingersi la dimensione privata di un uomo delle istituzioni senza entrare in collisione con l’immagine pubblica che quelle stesse istituzioni chiedono di rappresentare?

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C'è una scena classica della commedia italiana che torna in mente pensando alla vicenda della festa di compleanno dell'assessore regionale pugliese Raffaele Piemontese: il protagonista, sorpreso in flagrante, alza le mani e dice “non sono io, non c'ero, e comunque non l'ho fatto”. La diffida notificata al quotidiano l'Attacco dalla difesa legale dell'assessore ha il pregio della completezza tecnica e il limite dell'evidenza politica. Smonta le cifre. Non smonta la festa. E nel diritto come nell'etica pubblica, come si sa, spesso è la festa il problema, non il conto. Ricapitoliamo i fatti nella loro essenziale semplicità.

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