A un anno dalla nomina dell’avvocato foggiano Raffaele di Mauro - consigliere comunale di Forza Italia a Foggia, ex candidato sindaco del centrodestra ed ex coordinatore provinciale del partito azzurro – a commissario straordinario del Parco nazionale del Gargano, avvenuta il 15 luglio 2025 da parte del ministro dell’ambiente Gilberto Pichetto Fratin, la situazione resta di totale stallo rispetto all’iter per la presidenza. Tutta colpa del pasticcio memorabile commesso in Forza Italia lo scorso anno, quando ci si fece beffare dal furbissimo allora presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, che espresse l’intesa col ministro su un altro nome, quello (dai più ritenuto improbabile e inadatto al ruolo) dell’operatore turistico di Rodi Garganico Vincenzo D’Errico, che dopo il M5S aveva seguito l’amico parlamentare Giorgio Lovecchio in Forza Italia, salvo poi tuonare contro il partito quando gli fu chiesto il passo indietro in favore di di Mauro. Com’è noto, la nomina del presidente di un ente Parco è sottoposta a parere parlamentare. 

Dodici anni dopo l’invio della prima commissione di accesso in un Comune di Capitanata, Monte Sant’Angelo, giovedì scorso la stessa sorte è toccata alla piccola Carapelle, quasi 6.900 abitanti nel cuore del Tavoliere. Nel mezzo ci sono stati i sei casi di consigli comunali sciolti per infiltrazioni mafiose: dapprima la città dell’Arcangelo nel 2015, poi nel 2018 la sua ex frazione Mattinata, nel 2019 sia Manfredonia che Cerignola, nel 2021 addirittura Foggia (secondo caso di capoluogo di provincia in Italia, dopo Reggio Calabria) e per ultima nel 2023 Orta Nova. Confina con quest’ultima Carapelle, situata a circa 15 km a sud-est di Foggia, lungo le rive dell'omonimo torrente, che ha accanto a sé anche il capoluogo, Cerignola e Ordona.  La notizia arrivata dalla Prefettura ha tratto molti di sorpresa: il prefetto Paolo Giovanni Grieco, su delega del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha promosso l’accesso ai sensi dell’art. 143 D.Lgs. 267/2000 (Testo unico degli enti locali) presso il Comune di Carapelle, nominando la commissione d’indagine.  L’organo ispettivo - composto dal viceprefetto Vincenzo Lubrano, dal vicequestore Michele Leonardo Cappetta e dal tenente colonnello dell’Arma dei Carabinieri Nicola Abbasciano - avrà il compito di verificare la sussistenza di eventuali elementi su collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità di tipo mafioso o similare, ovvero su forme di condizionamento degli stessi, tali da alterare l’attività amministrativa. La commissione, insediatasi giovedì mattina, avrà tre mesi di tempo per effettuare tutte le verifiche. Il termine potrà essere prorogato per ulteriori tre mesi, nel caso in cui si ravvisasse la necessità di ulteriori approfondimenti, al termine dei quali, una volta rassegnate al prefetto le conclusioni, si deciderà sugli eventuali provvedimenti da adottare. 

“Ho sempre vissuto il mio impegno politico ispirandomi ai principi di legalità, trasparenza e rispetto delle regole”. Comincia così il messaggio con cui Graziamaria Starace ha annunciato la decisione di rimettere nelle mani del presidente della Regione le deleghe assessorili al Turismo. Una scelta che arriva dopo giorni di polemiche, ricostruzioni, retroscena e dibattiti politici che hanno accompagnato l’inchiesta della Procura di Foggia nella quale l’ormai ex assessora regionale risulta indagata insieme al presidente della Provincia Giuseppe Nobiletti e ad un dirigente comunale di Vieste. Ma il passaggio più significativo del lungo messaggio diffuso da Starace non riguarda la politica. Riguarda la famiglia. “Oggi sento il dovere di difendere il mio nome, la mia storia e la storia della mia famiglia”, scrive l’esponente di Prossima, spiegando di voler essere libera di raccontare la propria verità e soprattutto di proteggere i figli da quella che definisce una crescente esposizione mediatica. Parole che aiutano a comprendere meglio la natura di una vicenda che fin dall’inizio si è distinta da molte altre cronache giudiziarie. Perché dietro le contestazioni della Procura emergono rapporti personali, conflitti familiari e questioni private che inevitabilmente rendono più complesso ogni giudizio politico. Non a caso Antonio Decaro ha scelto una risposta dai toni misurati. “Comprendo il suo stato d’animo e la sua necessità di essere libera di fare chiarezza e nel contempo di proteggere la sua famiglia”, ha dichiarato il presidente della Regione. Parole alle quali segue un passaggio tutt’altro che secondario. “La ringrazio per il lavoro fatto e sono certo che potrà nelle sedi opportune far valere le sue ragioni e dimostrare la correttezza del suo operato”. Tradotto dal linguaggio istituzionale: Decaro prende atto della scelta dell’assessora, ma non prende le distanze politicamente da lei. Anzi. Nelle parole del governatore si legge una conferma della fiducia personale e politica nei confronti di Starace, pur nel rispetto dell’autonomia della magistratura. Eppure, osservando quanto accaduto negli ultimi dieci giorni, una domanda continua a circolare negli ambienti della politica regionale: siamo davvero davanti alla vicenda più grave che abbia interessato il centrosinistra pugliese negli ultimi anni? Per alcuni la risposta è no. E proprio qui si apre un capitolo tutto politico. L’impressione di molti osservatori è che il caso Starace abbia assunto proporzioni mediatiche superiori rispetto ad altre vicende che negli ultimi tempi hanno interessato esponenti ben più centrali degli equilibri regionali.

Dopo settimane di ricostruzioni, versioni contrapposte, denunce e repliche, la vicenda di Toufiq Namouuh continua ad arricchirsi di nuovi elementi. Il lavoratore marocchino sostiene di avere versato 8mila euro ad Abderrazak El Gabbas per ottenere un ingresso regolare in Italia attraverso il sistema dei flussi, un lavoro e una sistemazione abitativa. Una volta arrivato nel nostro Paese, secondo il suo racconto, il percorso si sarebbe però arenato tra attese, convocazioni in Prefettura e mesi trascorsi nello studio dell’avvocata Benedetta Belmonte a Torremaggiore. Una ricostruzione che negli ultimi mesi si è confrontata con quella dell’avvocata Belmonte, che ha sempre respinto ogni addebito, sostenendo di avere offerto ospitalità temporanea ai lavoratori e attribuendo il rallentamento della pratica a problemi burocratici. Nella stessa direzione si sono espresse la responsabile del patronato Paola Gervasoni e la società Soluzione Tecnica di Poggio Imperiale, indicata come datore di lavoro, attraverso il titolare Luigi Buccino, che hanno descritto una procedura formalmente corretta ma bloccata dall’attesa dell’ultimo parere necessario per la definizione dell’iter amministrativo. Sullo sfondo è rimasta la figura di Abderrazak El Gabbas, l’uomo che Toufiq indica come destinatario degli 8mila euro raccolti in Marocco tra prestiti di parenti e conoscenti e che lo stesso lavoratore accusa di avergli promesso una rapida regolarizzazione. Adesso emerge un nuovo tassello. L’Attacco ha avuto modo di ascoltare una conversazione telefonica tra Toufiq Namouuh e lo stesso Abderrazak El Gabbas. L’audio è in darija, il dialetto arabo marocchino, ed è stato successivamente tradotto in italiano. Si tratta di una discussione molto accesa, caratterizzata da urla, continue sovrapposizioni di voci e numerosi passaggi difficili da comprendere. Nonostante questo, il contenuto generale della conversazione appare sufficientemente chiaro e restituisce due versioni profondamente diverse della stessa vicenda. Da una parte c’è Toufiq, che continua a sostenere di avere consegnato circa 8mila euro ad Abderrazak affinché si occupasse di avviare e sistemare tutte le pratiche necessarie per consentirgli di lavorare e vivere regolarmente in Italia. Dall’altra c’è Abderrazak, che respinge questa ricostruzione, nega di avere ricevuto denaro e sostiene che, se qualcuno lo accusa di avere incassato quella somma, dovrà dimostrarlo con prove concrete, documenti o testimoni. La telefonata fotografa anche il momento di rottura definitiva del rapporto tra i due. Secondo quanto emerge dalla traduzione, la frattura si è consumata dopo che Toufiq ha deciso di rivolgersi all’avvocato Giovanni Marseglia e di presentare denuncia contro Abderrazak ed esposto contro l’avvocata Belmonte. È proprio questo il tema che sembra irritare maggiormente l’uomo. “C’è di mezzo l’avvocato. Non mi hai mai detto niente. Cosa pretendi? Adesso quell’uomo rivuole i suoi soldi, hai capito? E tu mi tiri fuori l’avvocato. E io adesso dovrei mettermi un avvocato?”. Per tutta la conversazione Abderrazak appare nervoso, spesso interrompe il suo interlocutore e in più occasioni gli intima di lasciar perdere. Il tono è quello di chi considera ormai concluso ogni rapporto personale.



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