Il riferimento alla Sacra Corona Unita di Cantone, circa la capacità (e la volontà) di un’organizzazione mafiosa di infiltrare la sanità pubblica, pone un quesito: qual è la situazione in Puglia e nello specifico a Foggia, in cui il dibattito sulla Quarta mafia (impropriamente così definita, proprio perché questo era il modo in cui veniva e viene ancora oggi identificata la Scu in passato) imperversa? Se da un lato non è in discussione (nemmeno da parte di questa testata, nonostante le illazioni di una certa stampa e di alcuni apparati dello Stato) che la provincia di Foggia sia pervasa da una criminalità violenta e pericolosa, dall’altro va forse meglio inquadrato il fenomeno prima di parlare di mafia, nel senso più moderno e tecnico, diffusamente condiviso da esperti in materia legale e sociale. Come detto, le organizzazioni criminali oggi sono connotate da uno spiccato interesse nei confronti degli affari (più o meno) leciti, che affiancano i traffici di armi e stupefacenti, le estorsioni e così via. La malavita locale come si muove in questo senso? l’Attacco ha provato a fare luce su questo tema, focalizzando in particolare l’attenzione sul ricco settore della sanità.
“Oggi in Puglia i maggiori rischi di infiltrazione criminale potrebbero riguardare il settore sanitario, nella produzione e distribuzione di dispositivi medici, nello smaltimento di rifiuti speciali o nella sanificazione ambientale”, si legge nella relazione della Dia del gennaio 2021. Ancora prima, nel 2019 la stessa Dia evidenziava che “la Sacra Corona Unita sta abbandonando gradualmente i connotati più ‘gangsteristici’, per acquisire caratteristiche sempre più imprenditoriali. Nel complesso, si tratta di una ‘mafia ben radicata nel substrato socioeconomico, ancora in grado di esercitare un controllo sul territorio, dove tuttavia preferisce concludere affari in modo silente, cercando punti d’incontro con la parte compiacente della politica locale per garantirsi il controllo dei settori più proficui dell’imprenditoria. Droga ed estorsioni sono la principale fonte di sostentamento dei clan ma prendono sempre più piede le infiltrazioni nel tessuto economico e amministrativo”.
La criminalità foggiana, almeno sino a questo momento, sembra però non essere interessata al business della sanità.
Eppure, complessivamente, tra Asl Foggia e Policlinico Riuniti, ballano una valanga di soldi: 1.265.557.040,02 euro l’anno nel bilancio della prima e quasi 400 milioni per il secondo.
A confermare questa ipotesi la testimonianza resa a l’Attacco da diversi addetti ai lavori, alcuni dei quali di livello amministrativo manageriale: le famiglie della criminalità foggiana non operano nella sanità. Non vi è ad esempio notizia di aziende vincitrici di appalti riconducibili alla malavita cittadina. Tanto meno ci sarebbero avvisaglie di pressioni perpetrate agli operatori delle tecnostrutture da parte dei criminali per ottenere favori di vario tipo. Non ci sarebbero nemmeno dipendenti collegati ai clan locali.
Alcuni lavoratori che in passato hanno avuto dei guai con la legge si trovano in Sanitaservice, la società in house della Asl Foggia. Un tema che su queste colonne aveva affrontato anche il direttore generale Antonio Nigri, il quale aveva parlato di una percentuale estremamente esigua di personale che ha già pagato il proprio debito con la giustizia, in arrivo dalle realtà private che prima dell’internalizzazione operavano con affidamenti esterni per fornire personale ausiliario.
“Questi dipendenti avevano tutto il diritto di essere assorbiti dalla Sanitaservice – hanno spiegato fonti sindacali -, l’onere della certificazione del casellario giudiziale, qualora presenti dei precedenti, non pregiudica l’assunzione; serve alla pubblica amministrazione per avere il quadro completo del proprio organico. Quanto alle possibili infiltrazioni criminali, proprio l’avventa della società in house ha ridotto drasticamente non solo il rischio di assumere personale equivoco ma anche di appaltare servizi ad aziende opache in tal senso”. Questo almeno a livello centrale, i piccoli appalti nelle aree più periferiche della provincia, al contrario potrebbero essere più permeabili.
Anche gli organi preposti al controllo rilevano la medesima tendenza, come conferma l’avvocato Antonio La Scala, coordinatore del Nucleo ispettivo regionale sulla sanità, interpellato da l’Attacco sull’argomento.
“Effettivamente – ha risposto La Scala a precisa domanda – nella mia esperienza quasi triennale di coordinatore del Nirs non ho, nemmeno una sola volta, incrociato fenomeni di criminalità organizzata all'interno di strutture sanitarie della provincia di Foggia, nonostante il Nucleo e io stesso abbiamo effettuato numerosissime ispezioni in tutte le strutture della Capitanata, spulciando appalti e piante organiche del personale. A differenza di quanto rilevato invece a Brindisi e Bari, ad esempio, dove ci sono effettivamente numerose famiglie di pregiudicati che lavorano nelle strutture sanitarie. A Foggia no”.
A ben guardare non risultano neppure inchieste giudiziarie in tal senso, tanto meno sono in corso processi che riguardano infiltrazioni mafiose nella sanità.
Scarsa anche l’attività prefettizia, al momento risultano solo due interdittive antimafia comminate negli ultimi anni di fervida azione dello Stato in questa direzione, ad aziende operanti nella sanità, la prima, alla società che gestiva la Rssa Santa Maria di Pulsano a Monte Sant’Angelo; la seconda alle Tre Fiammelle di Michele D’Alba, pur con tutti gli interrogativi e le perplessità messi in luce su queste colonne per ciò che riguarda quest’ultima e su cui ancora non sono arrivate risposte chiarificatrici.
Stessa assenza di indizi che possano far parlare di infiltrazioni mafiose anche nel settore della sanità privata della Capitanata, a differenza di quello che accade in altre regioni in cui ad esempio, l’accreditamento delle strutture, in particolare quelle private, è uno dei settori più interessati dai condizionamenti del crimine organizzato. In provincia di Foggia i pochi imprenditori che si sono cimentati in questo settore sono ben conosciuti e non sono note opacità che lascino pensare a contiguità con la criminalità del capoluogo.
Questo scenario tuttavia non può in nessun modo far ritenere che la sanità di Capitanata sia virtuosa e immacolata.
Diverse infatti sono state le inchieste giudiziarie, che in alcuni casi hanno portato al rinvio a giudizio i protagonisti, ancora oggi a processo.
I reati ipotizzati hanno per lo più a che fare con gare multimilionarie manipolate, volte a favorire questo o quell’imprenditore, con la complicità di amministratori pubblici e pezzi di politica locale.
In alcuni casi è emersa la presenza di una sorta di inner circle, in cui cerchie privilegiate di imprenditori riuscivano a spuntare commesse, in cambio di favori al dirigente di turno.
Anche nelle carte di quelle inchieste, tuttavia, va sottolineato che non ci sono intercettazioni, riscontri o documentazioni che rivelino ingerenze da parte dei clan o delle famiglie foggiane.
In conclusione, le caratteristiche che i maggiori esperti di mafia del Paese riconoscono nella moderna criminalità organizzata, per ciò che riguarda la sanità pubblica, a Foggia non si riscontrano.
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