“Ho svolto il percorso di transizione a Bari ma non si tratta di una vera scelta: sono sempre stata donna”

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Foggiana, classe ‘83, stilista e con tanti sogni ancora da realizzare nel cassetto. Lei è Francesca Parisi e, se qualcuno non lo ricorda, è stata anche alla guida dell’Arcigay Le Bigotte di Foggia. Francesca è stata tra le prime giovani del capoluogo daunio ad affrontare il processo di transizione che l’ha portata a diventare ciò che realmente è: una donna.

“I percorsi di transizione si portano avanti da tanti anni, purtroppo è Foggia che arriva sempre come fanalino di coda verso certe questioni – spiega a l’Attacco Parisi riferendosi all’apertura del Policlinico Riuniti verso certe questioni – oggi si è finalmente capita, anche grazie all’enorme richiesta e visibilità data da queste persone, l’importanza di godere nella propria sede di una struttura che possa dare sostegno sia alle persone che vivono la condizione ed anche e soprattutto alle famiglie che devono accompagnare i propri figli in un percorso che non è affatto facile”.

Compiere questa “scelta” non è semplice. Una cosa è certa: ci si arriva per soddisfare una necessità primordiale.

“Non si tratta di una vera e propria scelta – aggiunge – possiamo scegliere come colorarci i capelli, possiamo scegliere che lavoro fare. Non si può scegliere chi siamo. Abbiamo una nostra identità che se collima con una questione biologica diventa un problema. Già dall’età dell’asilo sapevo chi ero, mi lasciavo guidare dall’istinto di ciò che ero.  Non ho mai scelto: sono sempre stata Francesca.

È un percorso di vita che ha degli step che bisogna fare e che richiedono tempo. Nei casi di bambini biologicamente maschi e che sentono di appartenere al sesso opposto devono aspettare quanto meno l’adolescenza per poter incanalare un discorso più importante e riferito al cambio totale fisico e non mentale”. A 12 anni Francesca cominciò ad adeguarsi alle sue amiche di classe, iniziò anche a truccarsi con totale naturalezza.

“Negli anni ‘90 questa cosa veniva vista come estranea agli usi della società, ma era più forte di me. Gli amici? Hanno visto questa cosa con stupore e consapevolezza. Chi è cresciuto con me sa benissimo con chi aveva a che fare. Forse si pensava però che fosse una moda del momento, ma così non era. Pur facendo finta di non accorgersene anche la mia famiglia ha sempre visto la realtà dei fatti. Un genitore, un nonno o una zia tendono sempre a pensare che si tratti di una cosa passeggera. Poi arrivi a toccare una certa età ed anche il corpo inizia ad avere la sua evoluzione: così dissi loro che preferivo morire piuttosto che continuare a vivere così. Non ho mai nascosto la mia natura, il mio essere”. Francesca Parisi ha affrontato con piena consapevolezza il proprio percorso di transizione a Bari.

“Ho fatto oltre un’ora di viaggio quasi tutte le settimane per due anni e mezzo – racconta – non è stato semplice anche perché in Italia non c’è un percorso di autodeterminazione. Per prassi dobbiamo affrontare un percorso nel quale si viene scandagliati in ogni minimo dettaglio per arrivare ad ottenere una documentazione che evidenzi la disforia di genere, necessaria per poter arrivare ad interventi chirurgici e al cambio anagrafico”.

Un pool di esperti del Policlinico di Bari ha seguito Francesca durante il proprio percorso. Ma lei non era l’unica. “All’epoca ne eravamo circa 480 in tutta la Puglia – evidenzia – un numero importante di persone che facevano il cambio sesso da un senso e dall’altro”. I tempi sembrano essere cambiati, almeno sotto certi versi.

“C’è sicuramente meno ipocrisia degli anni ‘80. Ad oggi abbiamo uno spaccato di società totalmente aperto, pur non potendo capire la questione al 100% non vivendola magari direttamente. Si è oggi molto più empatici e si sono sdoganate cose che prima non si dicevano e non si facevano perché dovevano restare nascoste nel buio.  Dobbiamo imparare a vivere in una società vera e le nuove generazioni sono più erudite. Conoscono. Con i mezzi odierni hanno a disposizione svariati modi di conoscenza che li auto-formano. Non hanno bisogno di gente che spieghi loro queste cose, le conoscono già - conclude Parisi che ai ragazzi e alle ragazze che vorrebbero affrontare questo percorso ma non ne hanno magari il coraggio ha poi consigliato – fatelo nella consapevolezza che la transizione non finisce mai. Al di là dell’aspetto squisitamente fisico, ognuno di noi è in transizione verso qualcosa. È un percorso che presenta sì una fine, ma corporale, fisica. Non di certo mentale. Dobbiamo imparare a tirare fuori ciò che siamo. E le famiglie devono essere aiutate affinché possano accompagnare i propri figli in un mondo esterno ad oggi purtroppo ancora terribile”.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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