Rivincita Bottega degli Apocrifi, vero presidio di cultura

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Quando scelsero di tornare a Manfredonia e di investire coraggiosamente nella cultura, erano i soli a credere che avrebbero potuto davvero riuscirci. Lasciare il Nord del Paese e ritornare nella terra d’origine, nel Meridione che arranca nei bisogni e, tra questi, sfugge quello dell’offerta culturale.

Adesso, se si dice Bottega degli Apocrifi ognuno sa perfettamente che si tratta della compagnia che abita – come piace dire loro – la residenza del teatro comunale Lucio Dalla. Non lo abitano da soli, visto che nel frattempo la comunità che vive quegli spazi si è andata ingrossando numericamente in maniera sensibile. Cosimo Severo è il regista e direttore artistico, Stefania Marrone è drammaturga e direttrice organizzativa, Fabio Trimigno si prende cura della creazione e direzione musicale. Insieme a loro c’è un gruppo di giovani che lavorano con la cooperativa e uno ancora più largo di ragazzi che frequentano i laboratori organizzati al Dalla.

“La fortuna è che il teatro, per definizione, non lo si può fare da soli: chi sta sul palco”, dicono, “non ha ragion d’essere se non c’è almeno una persona in platea. È un atto creativo fondato sulla relazione. Questo abbiamo cercato di essere a Manfredonia: istigatori delle relazioni. Abbiamo deciso di stare”.

Ci stanno dal 2004 e, in tempi più recenti, sono diventati un nuovo esempio sul territorio regionale e nazionale. Oltre alle ormai riconosciute doti artistiche, apprezzate e pluripremiate, la Bottega degli Apocrifi è protagonista di un partenariato speciale tra pubblico e privato che ha saputo mettere insieme il Teatro Pubblico Pugliese e il Comune di Manfredonia in un PSPP della durata di 15 anni che prevede che il partner privato rediga un progetto culturale (prima ancora che economico) su un luogo.

Lo scopo era proprio quello di mettere insieme energie, idee e risorse economiche così da garantire una progettualità culturale teatrale - sullo spettacolo dal vivo - di qualità e in costante evoluzione. Il partner privato deve reggere, e sta reggendo, così come il Comune sta facendo il possibile. Dopo parecchi anni, infatti, il Comune di Manfredonia è tornato a inserire tra le voci in uscita dal proprio bilancio anche quella riferita alla Cultura. Sono soltanto 10mila euro ma sono comunque un segno che ha certamente incoraggiato lo sforzo che sta compiendo la Bottega degli Apocrifi.

Cosimo Severo è il regista della compagnia Bottega degli Apocrifi e, passato da poco il giro di boa della stagione di prosa 2022/23 della città di Manfredonia, ha accettato la richiesta de l’Attacco per tracciare un primo bilancio. E, soprattutto, per spingersi oltre le mura del teatro comunale e raccontare la città dal punto di vista di chi la vive nel suo più proficuo e vitale spazio culturale e aggregativo. Ecco l’intervista.

Come è nata questa stagione di prosa?

Non abbiamo impiegato molto tempo per immaginarla, nonostante il teatro avesse ripreso l’attività a singhiozzi fino ad aprile scorso. Nel senso che potevano esserci chiusure dovute al Covid. Ci chiedevamo se le persone sarebbero tornate a teatro e, al tempo stesso, se sarebbero venute persone nuove. Viviamo in una città che vede molta gente partire, mese dopo mese e non anno dopo anno. È il mio cruccio da quando sono arrivato qui. Facciamo anche fatica a trovare personale qualificato che abbia voglia di risiedere a Manfredonia. Come diceva Paolo Cascavilla in un convegno di alcuni anni fa, bisogna fare attenzione a quelli che dicono di amare tanto la città perché il troppo amore rende ciechi. Bisogna guardarla, osservarla e programmarla tutti assieme, continuamente.

Dodici titoli, da novembre scorso al 31 marzo prossimo. Eravate sicuri delle scelte?

Ci chiedevamo: ci sarà ancora chi ha voglia di entrare in teatro senza il timore di accedervi? Guardando le proposte di spettacoli per la stagione 2022/23, ho visto bei titoli e belle produzioni. Abbiamo così immaginato una stagione popolare, di qualità, con spinte in avanti sulla ricerca artistica e sul teatro contemporaneo. È venuta fuori questa stagione molto atipica rispetto a quelle pugliesi, anche se è fatta in collaborazione con il Teatro Pubblico Pugliese oltre che con il Comune di Manfredonia.

Perché atipica?

Le differenze sono sostanziali: spettacoli che non ci sono in altre città. Non sono spettacoli minori, sia chiaro, bensì di alta qualità ma che non trovano spazio nel circuito pugliese. Ci tengo molto a questa Stagione perché penso possa essere di grande stimolo per quelle provinciali e regionali. È stato un tentativo di sperimentare una programmazione diversa dal panorama pugliese e di provare a vedere cosa succedeva. E, al momento, sta andando bene.

A dicembre scorso, è andato in scena ‘Natale in casa Cupiello’, della compagnia Teatri Associati Napoli.

È la rilettura di un classicissimo del teatro napoletano di Eduardo De Filippo, in una chiave inaspettata. C’era un solo straordinario attore con pupi quasi a grandezza naturale in scena, che erano guidati da una serie di manovratori. È comunque difficile da raccontare a voce. Non nascondo che avevamo un po' timore. Il pubblico che vuole vedere questo genere di spettacolo è lontano dagli abbonati e dai frequentatori della prosa. Invece, a parte il sold out quasi scontato, quella sera riscosse un gradimento inaspettato.

Quale è stata la sua lettura?

Ha testimoniato che questa città è pronta a farsi coinvolgere in quello che il teatro è oggi. È il segno di tutta la stagione.

In che senso?

Siamo partiti con la paura che mancassero gli abbonati, invece abbiamo confermato quelli del 2019: 120. Manfredonia non ha mai avuto un numero altissimo di abbonamenti, quindi quelle erano le stagioni migliori. Non abbiamo mai avuto, quest’anno, un numero di presenze inferiori alle 220-230 su 350 posti complessivi. Sold out per ‘Natale in casa Cupiello’ e per ‘La Bohème’, realizzata con tutti e quattro i quadri ma senza orchestra e con un solo pianoforte, visto lo spazio di cui disponiamo. Quasi sold out per ‘Il tartufo’.

Giovedì sera è toccato a ‘Il mercante di Venezia’.

È una nostra produzione che ha debuttato a marzo scorso. Non ci aspettavamo tanto pubblico, tanto è vero che lo abbiamo messo fuori abbonamento. Abbiamo scelto la settimana dedicata alla memoria della Shoah perché è una storia che attraversa quello che è il pregiudizio. Ci siamo trovati con ben oltre 200 posti occupati in sala, nonostante sia la terza replica che facciamo.

C’erano ragazzi?

Solitamente, facciamo le matinée per loro. Pochi giorni fa c’erano più di 160 ragazzi dal Liceo di Monte Sant’Angelo. Questa volta abbiamo invitato le scuole a far venire i ragazzi più grandi di sera. Non vengono a teatro per risparmiarsi due ore di lezione a scuola, e lo dimostra il fatto che ne abbiamo più di trenta dal Polo liceale. Se le opere classiche non parlano all’oggi, non vogliono dire niente.

Classici e contemporaneità. Viene da pensare ‘Tutti i cinema minuto per minuto’ che avete fatto vivere agli spettatori camminando per la città e visitando i posti dove sorgevano le sale cinematografiche ormai scomparse. Cos’altro bisogna immaginarsi in città?

Questa città, se perde fisicamente i luoghi, perde i segni. E la topografia della città cambia. Quel viaggio sonoro era un mio grande desiderio, che avevo da molti anni. Mi ha sempre riempito d’orgoglio pensare al luogo in cui sono nato: un posto dove c’erano tantissimi cinema. Erano frequentati, ma soprattutto c’era un’imprenditoria, la famiglia Pesante, che aveva pensato che il cinema potesse essere un luogo. Da ragazzo, intervistai uno dei due fratelli. Ho riascoltato quell’audiocassetta poco tempo fa, consapevole di cosa significa fare cultura e imprenditoria nello spettacolo o nel cinema, ricavando la figura di un uomo che ha voluto e desiderato fare quello che ha saputo realizzare. L’ultimo cinema che aveva costruito, il Vittoria, non aveva ricevuto il permesso del Comune perché in una zona soggetta al rischio idrogeologico. Ostinatamente, rilevava che in quella stessa zona abitavano interi nuclei famigliari perciò erano ancora più a rischio, visto che il tempo che trascorrevano in casa era ben superiore a quello che avrebbero passato al cinema. La ebbe vinta. La sua ostinazione mi ha fatto ricordare che per ottenere qualcosa, in questo territorio, bisogna lottare.

A cosa ancora si potrà assistere con la stagione di prosa?

Ci sono due titoli, a cui tengo in particolare. Sono lontani dal popolare, piuttosto sono di teatro contemporaneo. ‘From Syria, is this a child?’ è uno spettacolo di teatro documentario che abbiamo coprodotto con il Teatro Menotti di Milano. Una compagnia composta da due giovani artisti molto bravi, Miriam Fieno e Nicola di Chio, che hanno uno sguardo sul mondo e ce lo riportano a teatro attraverso questa nuova formula di teatro documentario. La chiusura è invece affidata al Teatro Koreja con uno spettacolo su Alessandro Leogrande. Mi sembrava doveroso, in questa stagione, avere questo sguardo tra il mondo, l’Italia, la tradizione e la Puglia.

Da parecchi anni non c’è un assessore comunale che abbia un’espressa delega alla cultura. Quanto pesa?

Nel passato, facevano bene a mettere insieme Politiche sociali e culturali perché questi due ambiti si incrociano come anche per le Politiche giovanili. Un assessore preposto sarebbe una buona cosa perché avrebbe più tempo. Un Sindaco è impegnato su tanti fronti e per dedicare la giusta attenzione per sviluppare determinate politiche o delega ai propri uffici un maggior onere lavorativo oppure è destinato a passare il tempo. Sono convinto che ci sia necessità che la città si doti di una politica culturale molto più chiara e di lunga durata, magari chiamando a raccolta le tante anime che ci sono in città e anche oltre. Serve guardare alle politiche culturali mettendole in relazione con altri centri e con l’universo culturale regionale e italiano. Capisco che è un momento difficile dal punto di vista delle finanze, ma è proprio questo il momento per farsi venire idee. E non è sufficiente fare quello che è nel DNA della città, quelli sono eventi. La politica culturale è qualcosa che si fa tutti i giorni.

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