Nel suo lavoro, che è soprattutto passione, c’è il tema del ritorno a casa, dell’inventiva, della imprenditorialità femminile e della città difficile valutata come terreno fertile. Senza dimenticare la tradizione, la continuità di un’attività alla sua terza generazione, e il tema dei nomi antichi di famiglia, scelti tra gli altri per la loro capacità di portare fortuna e ricordare sempre chi siamo, da quale storia proveniamo e cosa, con speranza, forza e fantasia, vorremmo diventare.
Anche nel nome di chi ci ha preceduto. Lei si chiama Stefania Lo Muzio, una laurea allo Iulm e undici lunghi anni trascorsi a Milano, prima che qualcuno le ricordasse che la sua idea di impresa era realizzabile anche a Foggia. “Qui non temo la concorrenza”, racconta a l’Attacco. “Questo non significa che non ci siano difficoltà. Ma qui non ho competizione”.
La sua attività si chiama Serrese, da sei mesi si è trasferita in corso Garibaldi 40, e propone abiti da sposa fatti a mano. Le donne che si muovono nell’atelier, che a differenza di quanto accade nei negozi cittadini si trova in un appartamento al primo piano, sono sette. Due collaboratrici, tre sarte, una mamma che garantisce il sostegno e la sapienza di chi ha fatto questo lavoro per molti anni, e infine lei, Stefania, la titolare creativa che ha fatto del hand made il suo cavallo di battaglia. Insieme alla comunicazione (settore in cui si è laureata) su cui confessa di investire moltissimo.
Parlandole vengono a mente Le Spose di Giò, brand operante nel nord Italia dal 1975, che da piccolo negozio nel centro di Monza ha saputo trasformarsi in un marchio prestigioso i cui abiti vengono indossati anche dalle attrici in serie tv della Rai. E operare al nord può essere altra cosa rispetto ad investire nel sud. Un argomento arcinoto e di fatto complesso di cui non è semplice (come sembra) predire la fine.
“Tornare a Foggia non è stato facile”, racconta Lo Muzio.
“Il primo anno è stato difficile e non nego di aver vissuto la Puglia come una sorta di fallimento. In dodici mesi ho poi trovato la mia strada. Quello che faccio mi piace. Oggi avrei la possibilità di trasferirmi altrove, invece resto, perché quello che faccio io, qui a Foggia, non lo fa nessuno. È vero che ho aperto le porte ad un settore che non esisteva, ma è anche vero che non ho concorrenza. Inoltre oggi amo il Sud e il mio territorio. E spesso mi domando, se fossi rimasta a Milano avrei potuto realizzare una bella famiglia come quella che ho oggi? Non credo”.
Le scarpe dunque. Parliamo di quelle scarpe che hanno guidato i suoi passi (è proprio il caso di dirlo) e che l’hanno condotta a continuare un’attività alla sua terza generazione ripartendo da quel gesto che lei considera il più importante. “Se devo vestirmi comincio dalle calzature, che rappresentano la mia vera passione”, racconta. “Amandole tanto, mi sono accorta che quelle indossate dalle spose per il loro giorno più bello erano spesso banali, non sempre comode e non sempre consone ad un abbigliamento prezioso come l’abito. Così mi è venuta l’idea ed ho cominciato a disegnarle. In seguito ho disegnato anche gli abiti. Ed oggi nel mio atelier è possibile trovare il fatto a mano e i brand più importanti, irrinunciabili per una clientela che non cessa di manifestare la sua affezione”.
Il negozio di abiti da sposa della nonna, Dina Monterisi, dagli anni trenta era in via Repubblica 16, si chiamava Creazioni Diro ed è stato aperto per quasi 50 anni. Quello della mamma, Mariella Colangelo, si chiamava Emozioni, ed è stato aperto per quasi 50 anni in corso Cairoli 14. Da allora di tempo ne è passato. Ma la tradizione di vestire le donne in uno dei giorni più importanti della loro vita resta intatto. Cambiano gli stili, gli oggetti e i linguaggi di un settore che “resta comunque da svecchiare”.
“La moda è la mia passione insieme alla comunicazione, che ho studiato allo Iulm. Ho così cercato di portare una ventata di giovinezza nel mio ambito che di fatto rappresenta una nicchia. L’idea era quella di creare qualcosa di giovanile in un settore classico”, spiega Lo Muzio. “Dopo le scarpe, mi sono dedicata all’abito sartoriale, perché nella nostra città non mi sembra ci sia una grande offerta in questo senso, a differenza di luoghi come Putignano e il napoletano. Ho così inserito questa tipologia di servizio. Ogni anno creiamo una collezione che le nostre sarte realizzano. A malincuore abbiamo dovuto inserire alcuni brand perché da noi scarseggia la mano d’opera, proprio perché manca la cultura del sartoriale. Così si è aperto un altro capitolo, con nomi internazionali quotati nel mondo, per i quali ho partecipato a fiere internazionali. Non più di dieci o dodici negozi in Italia li hanno”.
Lo Muzio racconta di avere ripreso l’idea lavorativa di sua nonna, nel ritornare alle macchine da cucire. “Il sartoriale è un servizio impegnativo. Lo offri solo se ami davvero il mestiere, e presuppone una clientela raffinata che sa immaginare il prodotto e che crede in me”. Un me fatto da tante donne di famiglia e di esperienza comune, che in quel Serrese mutuato dal nonno del padre (un musicista che con quel cognome firmava i suoi spartiti) trovano uno spazio di aggregazione e commercio tutto al femminile.
How to resolve AdBlock issue?


(condividi) in basso allo schermo,
(Aggiungi alla schermata Home).