Una chat WhatsApp – lanciata dall’ex primo cittadino di Manfredonia Angelo Riccardi – con al momento oltre 100 sindaci italiani (ma il numero di adesioni aumenta di giorno in giorno) le cui amministrazioni sono state sciolte per mafia. E che è il preludio alla costituzione di un movimento formale che sente di aver subito dallo Stato ingiustizie in piena regola e che perciò chiederà al governo una profonda riforma dell’articolo 143 del Tuel, che disciplina, per l’appunto, l’istituto giuridico dello scioglimento per infiltrazioni mafiose dei consigli comunali. Istituto su cui piovono le critiche di molti ex amministratori che lo hanno subìto a causa, in primis, di una ritenuta fragilità probatoria su cui si fonda la sua applicazione.
In questa chat c’è anche il sindaco Massimo Lanzilotti, protagonista di un caso esemplare della fallacia che possono mostrare gli scioglimenti, perché dopo essere stato commissariato per mafia, insieme all’amministrazione di Carovigno di cui era alla guida, Lanzilotti è stato assolto con formula piena in un procedimento penale parallelo che lo ha scagionato da tutte le accuse addebitatigli in merito all’imputazione di “concorso esterno in associazione mafiosa”. Così quest’anno si è ricandidato e a maggio la sua comunità lo ha eletto nuovamente sindaco.
Lo stesso Lanzilotti che qualche giorno fa, proprio su queste colonne, aveva auspicato che l’Anci (l’Associazione nazionale dei Comuni italiani) possa mostrarsi sensibile alla battaglia che porterà avanti questa “carica dei 100”.
l’Attacco, allora, ha sentito il vicepresidente di Anci Puglia nonché sindaco di Casalnuovo Monterotaro, Noè Andreano. “L’attuale direttivo di Anci Puglia – precisa in prima battuta - non ha ancora affrontato il tema nello specifico. Al momento, perciò, non abbiamo avuto modo di confrontarci ufficialmente neanche con il nazionale di Anci. Tuttavia nelle scorse ore ho avviato interlocuzioni, anche alla luce del movimento che si sta proponendo all’attenzione pubblica. Chiaramente la posizione che esprimerò su queste colonne, in tale frangente, non può essere quella ufficiale dell’Anci Puglia. E’ evidente però che se da un lato la garanzia di legalità dell’azione di qualsiasi organo istituzionale rappresenta un punto fondamentale dal quale non si può prescindere, d’altro canto – sostiene Andreano – va detto che la legalità deve essere in qualche modo estesa anche in termini di garanzie per chi si trovi ad essere il soggetto istituzionale eletto dal popolo e deputato ad amministrare. E’ opportuno dunque che, nel caso in cui non vi siano evidentissimi e circostanziati elementi che ne rappresentino un soggetto che non sta svolgendo adeguatamente il proprio ruolo, è fondamentale garantire il principio di legalità anche per la tutela di chi è chiamato a svolgere quell’azione amministrativa, tra cui gli stessi sindaci. Perché – argomenta il vicepresidente Anci – altrimenti potrebbe diventar rischioso se a pagare il dazio della battaglia contro la mafia debba essere sempre chi è amministrativamente più esposto. In tal senso, condivido il pensiero del presidente Michele Emiliano, che in qualche modo lo ha detto: garantire la legalità significa anche che nel momento in cui si effettuano scioglimenti di consigli comunali per infiltrazioni mafiose si deve essere in presenza di evidenti elementi per applicare il provvedimento, prove schiaccianti sorrette anche da profili penali che possano confermarlo. Invece molte volte questo non accade: si scioglie un consiglio comunale, certo, ma spesso tali decisioni non sono sorrette da provvedimenti penali che dovrebbero invece sussistere, esserne la conseguenza, se realmente esistono interferenze di carattere mafioso nei Comuni”.
Per Noè Andreano sarebbe anche auspicabile che “nel momento in cui si accertino pressioni o interferenze pericolose, le stesse amministrazioni possano essere affiancate (in operazioni di pulizia, ndr) da soggetti istituzionali esterni, lasciando, quindi, al contempo, che resti tutelata la volontà popolare rispetto all’esigenza di avere un sindaco e un’amministrazione democraticamente eletti. Perché poi – prosegue - alcuni provvedimenti possono diventare lesivi, umanamente e socialmente, non solo per gli amministratori che ne sono oggetto ma per la comunità tutta. Nell’immaginario collettivo, infatti, può accadere che se un Comune è stato sciolto per mafia automaticamente tutto il territorio che ricade sotto l’amministrazione diventa mafioso. Così come è molto grave l’etichetta di mafioso che un sindaco è costretto a portarsi addosso, spesso a vita, senza che magari abbia reali responsabilità, ma solo per non aver saputo vigilare al meglio. Perché la legge – ricorda il sindaco di Casalnuovo - attribuisce ai funzionari e ai dirigenti della tecnostruttura il potere gestionale sugli atti amministrativi”.
Per tutte queste ragioni: “La mia opinione personale è che la questione potrà essere posta all’attenzione dell’Anci. Anche perché già nel passato l’Anci nazionale si è resa promotrice di una proposta di modifica dell’articolo 143 del Tuel. Poi ripresa anche da Anci Puglia sempre negli scorsi anni”.
Un interesse che allora potrebbe manifestarsi anche alla luce del fil rouge che ha sempre attraversato certune battaglie di Anci.In tal senso Andreano ricorda: “Anci si è resa già protagonista di iter di proposta e modifica di legge a tutela dei sindaci, come, per esempio l’iter di modifica della normativa sull’abuso d’ufficio, perché i sindaci sono persone che stanno in trincea, e per ciò che riguarda l’abuso d’ufficio abbiamo avuto ragione, forse oltre le nostre stesse aspettative. Ogni giorno – analizza - un sindaco è chiamato a scegliere se ratificare un atto oppure no e dunque a camminare in equilibrio sulla linea sottile che divide l’abuso d’ufficio dall’omissione d’atti d’ufficio. Per cui questa nuova legge, che tutela, come prima invece non avveniva, i sindaci rispetto alle ipotesi d’abuso d’ufficio, e che è stata approvata pochi mesi fa nonché promossa dal Governo e dal ministro Nordio, testimonia l’indirizzo di Anci da sempre volto a tutelare l’azione dei primi cittadini”.
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