Scioglimento Comuni per mafia, cresce il consenso intorno ai 100 sindaci che vogliono la riforma

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Continua il focus de l’Attacco sul movimento d’opinione che prende piede attorno alla carica degli oltre 100 ex sindaci di Comuni italiani sciolti per mafia che intendono portare nei prossimi mesi sul tavolo del Governo proposte per una profonda riforma dell’articolo 143 del Tuel (che disciplina l’istituto giuridico dello scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose). Un movimento che potrebbe trovare sponda anche in personalità e organi politico-amministrativi di rilievo sul territorio. Come il governatore pugliese Michele Emiliano, che non nascose riserve sulla normativa in occasione dello scioglimento del consiglio comunale di Ostuni nel 2021. Le aveva espresse nella città bianca ad oltre un anno dal commissariamento per mafia (con il provvedimento del Consiglio dei Ministri confermato anche dal Tar del Lazio).

“Ostuni ha rappresentato per me un dolore gravissimo, perché lo scioglimento per mafia di questo comune mi ha fatto uscire pazzo. Io ho sempre considerato questo scioglimento non corretto, non giusto e ve lo dico con tutto il cuore”, disse a proposito Emiliano, che proseguì: “Questa città non aveva compromissioni di questo genere. E’ un difetto della normativa in materia, che secondo me merita un approfondimento”, chiosò il governatore. Una richiesta di modifiche che era stata avanzata anche dal presidente dell’Anci Puglia Ettore Caroppo.

Quella stessa Anci che il sindaco di Carovigno Lanzilotti - appartenente alla collettiva chat WhatsApp riformatrice lanciata da Angelo Riccardi - auspica possa sostenere la battaglia da portare a Roma per la revisione dell’art. 143 del Tuel. Sul punto l’Attacco ha provato a contattare (ma senza alcuna risposta alle sollecitazioni proposte) Antonio Decaro e Noè Andreano, rispettivamente presidente nazionale e referente territoriale dell’Associazione dei Comuni italiani.

l’Attacco, in ordine alla vertenza riformatrice lanciata da Riccardi e dalla carica dei 100 sindaci, ha acquisito le riflessioni di altri ex amministratori comunali decaduti a seguito di scioglimento del consiglio per mafia. “Mi piacerebbe entrare a far parte di questa chat (per ora essenzialmente costituita da ex primi cittadini, ndr) – afferma Felice Scirpoli, attuale consigliere comunale d’opposizione a Monte Sant’Angelo e già vicesindaco dell’amministrazione di Iasio che fu la prima in Capitanata ad esser sciolta per infiltrazioni, nel 2015. In seguito i casi di Mattinata nel 2018, Manfredonia e Cerignola nel 2019, Foggia nel 2021 e Orta Nova pochi giorni fa -. Sono perfettamente d’accordo – prosegue - con l’idea che il legislatore debba finalmente aprire gli occhi sulla tematica. Potrei ricordare, per esempio, il caso dell’attuale sottosegretario Vittorio Sgarbi, anch’egli sciolto per mafia quando era alla guida di un Comune siciliano (Salemi, ndr). Un uomo di così grande cultura condizionato dalla mafia? Il sol pensiero mi fa ridere davvero. E con questa risata provocherei chi ha potuto anche solo pensare una cosa del genere. Su Sgarbi si potrebbe dire di tutto per i suoi modi, la sfacciataggine, l’arroganza, ma non certo che possa essere un soggetto, data la sua statura intellettuale e culturale, contiguo alla criminalità organizzata. Eppure anche lui ha dovuto subire quest’onta: ma in Italia ormai tutto è possibile. Tra l’altro – continua Scirpoli, riportando un altro esempio distonico, che riguarda proprio l’ex sindaco di Manfredonia - se il governatore Michele Emiliano, ex magistrato che ha combattuto la mafia pugliese, ha scelto già da qualche tempo tra i suoi consiglieri politici proprio Riccardi, un amministratore di caratura ma anche un ex sindaco sciolto per mafia, credo che qualcosa non quadri. O si vuol pensare che Emiliano occhieggi all’area grigia del territorio? Sarebbe assurdo”.

Tornando all’attualità dell’argomento, in ordine alle istanze riformatrici ora promosse con più forza dal costituendo movimento di sindaci, l’ex vice primo cittadino di Monte ricorda: “Già nei mesi scorsi, il ministro dell’Interno Piantedosi, in visita a Foggia, affermò che il legislatore stava pensando di rivedere l’istituto dello scioglimento. Ma, aggiungo io, è evidente che questo debba avvenire, perché l’anomalia di quel provvedimento sta nel fatto che, per esempio, sul caso Monte Sant’Angelo all’ex amministrazione di Iasio, sciolta per mafia il 17 marzo del 2015 alle ore 14.40 (Scirpoli ricorda tutto nel dettaglio perché, dice, ‘le ferite restano addosso e ogni anno che passa, in quel giorno e in quell’ora, per me è come fosse lutto nazionale’, ndr), non è stato contestato nulla se non il fatto che il sindaco non avesse controllato, che mio padre fu assassinato nel ’92 e che esistessero delibere e determine sospette ma assunte in anni precedenti”.

Scirpoli, proprio come altri ex amministratori decaduti per lo stesso motivo e ascoltati in precedenza da l’Attacco, sviluppa un racconto personale che, in qualche modo, sottende ad una certa natura “gattopardesca” degli scioglimenti (e dei commissariamenti). Come a dire, per citare Tomasi di Lampedusa, tutto cambia affinché nulla cambi. “Il punto - sostiene - è che la macchina amministrativa anche a Monte è sempre rimasta al proprio posto, durante e dopo il commissariamento. Anzi, con il tempo, alcuni responsabili di servizio sono stati pure promossi. Non voglio dire che bisogna salvare la politica a tutti i costi e punire qualcun altro, ma se in un’amministrazione il cancro risiede in singoli individui o settori che si potrebbero estirpare con azioni chirurgiche, perché vanno di certo estirpati quando ne si accerta la presenza, mi chiedo al contempo per quale motivo cacciar via intere amministrazioni democraticamente elette dai cittadini. In tantissimi casi poi – precisa il consigliere – nemmeno le Procure ritengono di aprire procedimenti penali a carico degli amministratori sciolti. Credo dunque che un passo indietro rispetto all’impostazione della normativa bisognerebbe farlo. Tra l’altro  – conclude Scirpoli - a Monte i commissari prefettizi chiamati a traghettare la città non annullarono un solo atto adottato dall’amministrazione di Antonio di Iasio, compresi gli appalti più corposi. Questo vorrà dire pur qualcosa?”.

Dicendosi moderato per natura, il forzista Scirpoli non può però fare a meno di porre la questione anche attraverso un taglio politico: “Al tempo dello scioglimento la nostra amministrazione dovette pure fare i conti con certi partiti che sobillavano contro di noi (il riferimento è essenzialmente al Pd, ndr). E appare, inoltre, molto singolare che in quegli anni il 99% delle amministrazioni italiane sciolte per mafia fosse a guida centrodestra”.

Tra le cose da rivedere nell’articolo 143 Tuel e nella sua applicazione per Scirpoli c’è certamente l’assenza di contraddittorio durante l’iter ispettivo: “Le commissioni d’accesso agli atti non danno la possibilità agli amministratori di replicare ai rilievi effettuati. In sostanza questi ultimi, come capitò anche a noi, si trovano indifesi davanti alla ‘potenza di fuoco’ dello Stato”.

Sul punto piena condivisione anche da parte di Carlo Dercole, ex assessore allo Sport di Cerignola, componente della giunta a guida Franco Metta (di cui è genero) che fu sciolta per infiltrazioni mafiose nell’ottobre del 2019, “con motivazioni ridicole” secondo Dercole, il quale porta esempi concreti. “Nella relazione di scioglimento stilata dalla commissione d’accesso, tra le altre cose, ci venne contestato che non avevamo sollecitato alcuna forma autorizzatoria per l’apertura di un bar il cui titolare era persona ritenuta in odor di mafia. Se però gli ispettori chiamati a svolgere la verifica amministrativa ci avessero chiesto delucidazioni in merito gli avremmo spiegato che quella pratica non competeva al Comune perché il suolo su cui esercitava il bar era condominiale e quel condominio aveva deliberato assenso all’apertura dell’esercizio. Con tutto il rispetto – continua Dercole – le commissioni di accesso agli atti sono composte da rappresentanti delle forze dell’ordine, che non sono esperti in materia amministrativa e dunque possono avere poca dimestichezza con l’analisi degli atti comunali. Penso che anche quest’aspetto, nell’applicazione dell’articolo 143 Tuel, andrebbe rivisto, nominando, per esempio, nelle commissioni ispettive tecnici e legali specializzati in prassi amministrative. L’istituto giuridico, tra l’altro, appartiene ad una normativa figlia di quell’emergenza rappresentata da Cosa Nostra e ‘ndrangheta negli ’80 e ’90. Quella stagione, fortunatamente, è superata e anche la normativa dovrebbe evolversi in tal senso. Ritengo inoltre che, attraverso lo schema secondo il quale agiscono le commissioni d’accesso, ovvero addebitando rilievi per lo scioglimento anche sui precedenti penali di parenti di dipendenti comunali o amministratori pubblici, ovunque si vada a scavare, a questo punto, si potrebbero sciogliere i Comuni, perché in tantissime amministrazioni italiane si possono trovare rappresentanti municipali o componenti della tecnostruttura i cui familiari siano gravati da precedenti penali”.

Anche Dercole, infine, getta l’ombra della sussistenza di una regia politica a monte dei decreti di scioglimento: “Se la commissione d’accesso agli atti giunge in Comune, il destino di quell’amministrazione è segnato: vuol dire che scioglieranno. Soltanto a Roma, per ovvi motivi, questo non è successo, in una città, tra l’altro, pesantemente sconvolta da Mafia Capitale. È chiaro che si tratta di una questione politica che va risolta anche perché tali provvedimenti giocano sulla pelle delle persone. Penso ci sia un disegno, non so quale ma evidentemente c’è. Per me è inconcepibile che adesso le amministrazioni di mezza Capitanata siano state tutte infiltrate dalla mafia”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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