Sono stati alcuni lettori de l’Attacco a evidenziare i parallelismi tra la vicenda che sta riguardando a Foggia Michele D’Alba con la coop Tre Fiammelle e l’incredibile storia che la parlamentare di Forza Italia Matilde Siracusano (oggi sottosegretaria ai rapporti col Parlamento) raccontò l’8 marzo 2021 durante la trasmissione di Rete 4 Quarta Repubblica, condotta dal giornalista Nicola Porro. Come è noto, la coop dell’imprenditore foggiano è stata colpita a inizio anno da interdittiva antimafia. L’atto della Prefettura si basa principalmente sulla cosiddetta prova regina del “patto di famiglia” di non parlare e quindi proteggere i malavitosi coinvolti nel giro di estorsioni in città. Venne registrata la conversazione tra D’Alba, suo figlio e suo cognato nella sala d’aspetto della questura. La trascrizione della polizia giudiziaria riporta un chiaro “no, non parlo” e “ci dobbiamo trovare con le stesse cose” (da dire agli inquirenti, ndr) mentre la perizia giurata depositata in tribunale dalla difesa dell’imprenditore, effettuata dopo l’ascolto dell’audio originale (disponibile, per chi volesse ascoltarla, sul sito www.lattacco.it) trascrive lo stesso parlato con “no, vado al bar” e “ci siamo trovati con le stesse cose […] perché abbiamo detto la verità”. Prendendo in considerazione la seconda trascrizione verrebbe meno il teorema del patto al silenzio. Il caso raccontato da Siracusano dimostrerebbe che le trascrizioni delle intercettazioni possono essere sbagliate, anzi “miraggi acustici” addirittura.
Era il 2005, la donna era appena 19enne. All’alba di un giorno di maggio fecero irruzione nella casa di famiglia a Messina gli agenti della Distrettuale antimafia che arrestarono suo padre Salvatore, noto imprenditore edile della città con trascorsi politici. “Era accusato di una serie innumerevole di reati tra cui concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione, riciclaggio, addirittura si diceva nell'ordinanza cautelare che avesse finanziato i terroristi di Al Qaeda”, le parole della parlamentare nell’intervista fattale da Porro.
Complessivamente l’inchiesta, denominata Gioco d’azzardo, coinvolse ben 64 persone, una ventina delle quali attinte da misure cautelari. Tra gli indagati anche l'onorevole Santino Pagano, già sottosegretario al tesoro, socio del padre della parlamentare, e poi altri giudici e avvocati.
Salvatore Siracusano finì in carcere per 4 mesi, un altro mese lo passò agli arresti domiciliari in ospedale per il peggiorare delle proprie condizioni di salute, avendo perso 40 kg in quelle poche settimane.
La prova regina che portò alla maxi inchiesta, anche in questo caso, fu una intercettazione ambientale. Fu registrata una conversazione della durata di 32 minuti tra l’imprenditore, un giudice e un avvocato in un bar di Messina. “La trascrizione riporta che mio padre avrebbe detto di conoscere i mandanti di un omicidio, di traffico di armi e droga e altro ancora”, ricordò in tv la politica siciliana.
Dopo 5 mesi Siracusano fu scarcerato dal Tribunale delle Libertà e dopo 5 anni l’inchiesta si chiuse con l’archiviazione. Per tutti e 64 gli indagati non fu esercitata l'azione penale: il nuovo Pm, subentrato al precedente, chiese di non rinviare a giudizio gli indagati.
Spuntò che la prova regina, ovvero l’intercettazione, non era poi così schiacciante.
“Un'inchiesta basata sul nulla, non c'era uno straccio di prova e in quella intercettazione non c'era assolutamente nulla, la trascrizione era assolutamente falsa”, evidenziò Siracusano a Quarta Repubblica.
A quel punto i Siracusano adirono le vie legali nei confronti degli inquirenti che avevano commesso l’errore che cambiò radicalmente la vita dell’imprenditore, come raccontato da sua figlia, ancora traumatizzata da quegli accadimenti, e di altre 63 persone, considerate alla fine innocenti.
I cinque inquirenti della Dia furono indagati e nel procedimento furono prodotte delle perizie, le quali dimostrarono che effettivamente gli audio erano incomprensibili e che quindi le parole trascritte non avevano rispondenza nei fatti.
“I cinque sono stati comunque prosciolti sulla base di una perizia disposta dal Gup che sosteneva che gli inquirenti erano stati vittime di un miraggio acustico”, ricordò Siracusano.
Le parole esatte della sentenza datata 5 marzo 2008 in trasmissione furono lette dal giornalista Porro: “Essendo così degradato il segnale acustico (…) molto spesso, quasi sempre, quando si fanno questo tipo di trascrizioni c'è il pericolo che quello che viene trascritto è semplicemente un miraggio acustico. Cioè io sento perché mi convinco di sentire così”.
La parola “miraggio” letteralmente significa apparizione di oggetti inesistenti, per un’illusione ottica dovuta o a particolari condizioni atmosferiche o a stati di allucinazione, di malessere fisico o turbamento psicologico: una invenzione della mente, in pratica.
In studio quella sera erano presenti, oltre al conduttore, i giornalisti Piero Sansonetti (allora direttore de Il Riformista e oggi de l’Unità) e Alessandro Sallusti (direttore de Il Giornale) e l’imprenditore Guido Crosetto (attuale ministro della difesa), considerato con Giorgia Meloni l’ideatore e fondatore di Fratelli d’Italia.
Tutti manifestarono un moto di sorpresa e non poche perplessità di fronte all’inedito concetto di miraggio acustico, inedito almeno per ciò che concerne procedimenti giudiziari e intercettazioni. E quindi la domanda: perché?
“Credo siano stati influenzati da qualcuno che voleva che scrivessero quelle cose – fu la risposta di Matilde Siracusano -, è notorio. Tutti dicono che questa inchiesta fu basata su una guerra tra magistrati. Volevano colpire altri magistrati. I guai di mio padre iniziarono quando vendette ad un giudice uno dei tantissimi appartamenti che aveva costruito, si sostenne che mio padre regalasse gli appartamenti ai giudici per farsi favorire nella sua attività mafiosa. Un’altra falsità”.
“Era tutta una bufala – incalzò la parlamentare -, io lo chiamo un crimine giudiziario. Questo sistema in Italia è allucinante, chissà quanti altri innocenti sono ancora in carcere ingiustamente e questo è inaccettabile, parliamo di vite rovinate, famiglie rovinate, così come è accaduto a me”.
Quanto agli accadimenti che si sono verificati a Foggia, invece, sono ancora tutti da chiarire. Le trascrizioni della captazione di D’Alba sono state effettuate da quattro agenti della Squadra Mobile di Foggia, nell’ambito della quale una delle figure di spicco è il potente funzionario Angelo Sanna. Il poliziotto dal 1 ottobre prossimo sarà ufficialmente collocato in pensione anche se già da qualche giorno non è più in servizio perché in ferie.
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