I pentiti foggiani fanno paura anche ai clan alleati garganici

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Le alleanze tra i clan di Capitanata, strumento per presidiare meglio il territorio contro i rivali, rischiano di trasformarsi adesso in un’arma a doppio taglio. Non è solo a Foggia che in tanti si stanno ora interrogando sulle possibili ripercussioni della scelta dei fratelli Ciro e Giuseppe Francavilla, esponenti di spicco dell'omonimo clan della Società foggiana, di collaborare con gli inquirenti. Anche nei clan federati c’è parecchia apprensione per quello che i due, cugini del boss Emiliano Francavilla, potrebbero rivelare ai magistrati. E’ quanto trapela da ambienti legati al clan dei Montanari, ovvero i Libergolis-Miucci di Monte Sant’Angelo. Non è un mistero, infatti, che la batteria dei Francavilla sia da tempo alleata del gruppo che oggi ha come reggente il boss Enzino Miucci, attualmente in carcere.

La scorsa settimana ha fatto clamore la notizia che anche Giuseppe Francavilla, 46enne fratello di Ciro (pentitosi per primo), ha deciso di diventare un collaboratore di giustizia e di parlare con la Direzione distrettuale antimafia di Bari. Giuseppe e Ciro Francavilla furono tra le trenta persone arrestate nell'ambito della maxi operazione Decima Azione, che svelò il sistema delle estorsioni nella città capoluogo. Secondo gli inquirenti Giuseppe Francavilla gestiva i proventi della cassa dell'attività estorsiva e li distribuiva tra i clan e i suoi affiliati. La condanna è stata per lui a 12 anni di carcere, per il fratello Ciro a quasi dieci anni. Mentre a luglio 2015 i due furono condannati a oltre 6 anni di reclusione per aver chiesto 50mila al titolare di un bar di nuova apertura a Foggia, da pagare in tre tranche, sotto la minaccia di ritorsioni qualora non avesse acconsentito alla richiesta. L’esercente aveva però denunciato la vicenda in Questura.

Grazie alle operazioni antimafia degli scorsi anni”, afferma a l’Attacco Pier Paolo Mascione, poliziotto e referente dell’associazione Invisibili, “oggi abbiamo una mappatura ben dettagliata dei clan di Foggia e di questa provincia. I due pentiti nuovi di Foggia possono di certo agevolare la scelta di altre persone di collaborare con gli inquirenti, attratte dallo sconto di pena. Le operazioni antimafia hanno inferto duri colpi alla criminalità organizzata, che ha iniziato a manifestare primi segni di sgretolamento. Ma adesso da parte dello stato la guardia deve essere più alta per evitare di commettere gli errori del passato. Non c'è dubbio che il carcere faccia paura a tutti perché la mancanza di libertà destabilizza. Il terrore della pena fa sì che ci siano persone pronte a collaborare. Mio padre diceva sempre che lo Stato può essere rispettato o attraverso l’amore o attraverso la paura, è chiaro che se queste persone decidono di parlare è per paura”, continua Mascione, figlio del carabiniere Tonino Mascione, che in prime nozze sposò la sanseverese Luisa Fantasia, vittima di mafia nel ‘75 a Milano.

“Rispetto agli scenari futuri questo territorio, lasciato libero da alcuni personaggi, può essere facilmente occupato da altri. E’ qui che deve incidere la squadra Stato, al fine di contrastare le nuove leve che fisiologicamente ci saranno. E’ nella natura delle cose che ci sia una sorta di avvicendamento. Detto questo, la criminalità foggiana non è solo racket”, sottolinea Mascione.

“E’ anche tanto altro. I soldi non stanno sulle estorsioni. Siamo una provincia satellite rispetto alla Campania. Perché non si parla di ecomafie? La gestione del traffico dei rifiuti, tramite l'inquinamento dei nostri territori, ha un impatto devastante e produce ancora più morti rispetto a quelle a quelli causati dagli omicidi di mafia”.

Per Mascione tantissimi interrogativi restano ad oggi senza risposta: “Chi gestisce il traffico di rifiuti nel nostro territorio? Mi aspetto nuove dichiarazioni da parte dei pentiti, in cui vengano tirati in ballo anche colletti bianchi, imprese e imprenditori. Da decenni si parla soltanto di controllo del pizzo e non si parla invece dei rifiuti tombati e di chi gestisce questi traffici dall’enorme valenza economica. Io mi chiedo se i collaboratori di giustizia oggi esistenti, quando parlano coi magistrati, raccontino solo storie legate ad estorsioni. Se fosse solo pizzo la nostra sarebbe una criminalità di serie B. Non abbiamo saputo mai nulla di tale filone legato alle ecomafie, secondo me ci stanno prendendo un po' in giro i vari collaboratori di giustizia. E’ come quando alla vista della polizia si butta a terra uno scooter per far passare indisturbato il carico di droga, c'è qualcosa che non mi quadra”, continua il poliziotto.

“A settembre scorso fui audito dalla Commissione parlamentare antimafia e parlai anche delle mafie stampella rispetto a quella foggiana, ovvero mafie di importazione, straniere e di altre regioni. Ci sono interi territori che non vengono battuti, a cominciare da Borgo Mezzanone e dalle campagne. Ci si concentra solo sul centro abitato. I reati di cui si parla solitamente rispetto alla Società foggiana provocano un allarme sociale elevato e un senso di insicurezza diffuso, ma è altrettanto evidente che ci sono attività diverse a cui i nostri gruppi criminali si dedicano. Sappiamo di ecomafie solo quando avvengono i ritrovamenti ma non conosciamo, per esempio, i nomi dei signorotti locali che consentono la ramificazione, nel nostro territorio, di questi traffici ingenti. Chi permette di scaricare le ecoballe in Capitanata? Perché queste notizie non arrivano? La zona del Casertano è ormai satura di rifiuti ed è troppo controllata perché i tombamenti possano continuare in quella zona. E’ normale, allora, che casalesi e campani debbano continuare a scaricare le ecoballe altrove. E quale posto migliore rispetto alla Puglia e, in particolar modo, alla provincia di Foggia?”, conclude Mascione con preoccupazione.

“Temo che siamo diventati, qui in Capitanata, la nuova Terra dei Fuochi. Non ho visto nessun arresto importante al riguardo e mi riferisco anche a imprenditori e politici. Del resto l’immondizia non è solo un affare di criminali, lo abbiamo visto nel Casertano. Lo Stato non ha ancora messo bene il naso in questi affari”.

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