“Ma realmente si crede che la professione infermieristica possa reggere ancora in Italia per altri vent'anni? Realmente si crede che l'assistenza sanitaria potrà essere sostenuta in maniera costante e con equo salario in rapporto al caro vita?”. E’ uno dei passaggi iniziali di un lungo documento a firma del Collettivo Infermieri Autonomo Ospedali Riuniti - Foggia che prendono ufficialmente posizione sulla questione dell'esodo degli infermieri fuori non solo dalle regioni del Sud, "martoriate dallo smantellamento dei servizi assistenziali ma anche da quelle più ricche del Nord".
“A parità di lavoro un medico stipula un contratto di lavoro che ogni 5 anni incrementa con scatto di anzianità pari a 500,00€, con un salario minimo mensile che da 2.700,00€ netti passerebbe a 3.200,00€ netti, fino ad aumentare nel corso degli anni a circa 4.000,00 € netti al mese. E invece non si capisce perché (ma lo si deduce) quando bisogna aumentare gli stipendi agli infermieri bisogna tenere conto del budget aziendale, dei fondi in percentuale e delle pagelline valutative imposte dal caro ex ministro Brunetta. Si è sbagliato tutto. I sindacati sono artefici di questa dismisura sia nelle contrattazioni sia nelle mancate concertazioni integrative compresi i miseri aumenti di stipendi (PEO) non affini con gli stipendi della UE da oltre 30 anni. Ora si coprono dietro il danno del caro contratto di locazione al Nord (che c'è sempre stato)” scrivono gli infermieri in servizio al Policlinico foggiano.
Il Collettivo Infermieri Autonomo ribadisce con toni perentori che “non bisogna sottovalutare l'esodo infermieristico. Indice di un malessere grave, importante, dalle conseguenze molto più che potenzialmente nefaste per il sistema del welfare del nostro Paese. La Sanità Pubblica va incentivata e non distrutta. Ritornare indietro nel passato e in ciò che è avvenuto tra il 2019-2022, alle emergenze affrontate, ai riconoscimenti svaniti, ci farebbe riflettere bene sui temi della salute in Italia con una popolazione vecchia e con crescita zero (calo demografico). Comprendere tutto ciò è il miglior investimento per incentivare l'assistenza infermieristica, da commisurare con risorse per alloggi gratuiti, buoni pasto gratuiti (e per chi non ne usufruisce rimborsabili), stabilizzazioni lavorative, turnover, concorsi, riconoscimento del lavoro usurante con riduzione degli anni di pensionamento, aumenti stipendiali con contratti di lavoro integrativi attraverso incentivi regionali, risorse di carriera con maggiorazioni stipendiali, borse di studio per tutti i tirocinanti infermieri, proposte di assunzione post laurea per infermieri neo laureati. Tutte queste mirate condizioni non bloccherebbero l'esodo infermieristico ma lo ridurrebbero e spronerebbero i giovani a scegliere con sicurezza e senza dubbi il corso universitario finalizzato alla professione infermieristica. E sarebbe un passo decisivo anche per aprire una riflessione a 360° sui divari nei servizi e nell’assistenza sanitaria tra Nord e Sud del Paese: divari di servizi che sono, soprattutto, divari di diritti. Divari cui è ora, da Sud, di dire, una buona e definitiva volta: basta!”, concludono.
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