“Aggressioni ai medici, viviamo costantemente sotto tiro e non basta un manifesto per tutelarci”

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L’episodio di violenza che mercoledì scorso ha visto come vittima, a San Giovanni Rotondo, una oculista di Manfredonia è solo l’ultimo di una lunga serie finito agli onori della cronaca. Ma di certo non l’unico. Proprio in questi giorni momenti di paura e apprensione si sono vissuti presso gli ambulatori di cardiologia di Cerignola. Destinataria dell’ira di un utente è stata la cardiologa Daniela Casella. “Si è presentato un uomo che voleva che effettuassi un’ecocardio alla madre – racconta la specialista convenzionata a l’Attacco –, anche se aveva saltato la sua prenotazione e aveva un Tsa con visita (che avrebbe dovuto fare come conclusione) a Manfredonia. Non aveva riprenotato l’eco per i lunghi tempi ma pretendeva comunque che io effettuassi la prestazione. Nel frattempo io avevo altri pazienti da visitare, che avevano regolare prenotazione, ho chiesto quanto meno di aspettare che completassi gli appuntamenti, anche perché non era un bello spettacolo quello che stavamo dando ma l’uomo non ha voluto sentire ragioni. Io mi sono chiusa dentro la stanza delle visite con due pazienti e lui per tutto il tempo ha sbattuto i pugni contro la porta pretendendo che mi fermassi a parlargli e gridando. Ho provato a chiamare la vigilanza (che non c’era in quel momento), i coordinatori, infine il personale del servizio civile che invece di aiutarmi, ha peggiorato la situazione perché ‘tanto che ci perdi a farlo?’ mi è stato detto. Ma non è così che funziona, accontento un utente solo perché si è arrabbiato? Si è evitato il peggio solo perché si sono frapposti tra me e l’uomo esagitato i due che erano dentro in visita che lo hanno ricondotto ad una parziale ragione, spiegandogli come effettivamente poteva ottenere la visita per la madre”.

Ma è una costante dover affrontare situazioni critiche come queste, fa notare la dottoressa. “Qualcosa di simile è accaduto il 24 agosto scorso, giorno in cui sono rientrata dalle ferie, il problema è che mi sono ritrovata con tutti i pazienti a cui era stato fissato un appuntamento nei giorni in cui ero assente durante i quali non era stato individuato un sostituto e ai quali, non è chiaro chi, qualcuno aveva detto di tornare al mio rientro. Molti erano arrabbiati. Ma io quel giorno avevo l’agenda piena di persone che giustamente si aspettavano di essere visitate ma di fatto sono stata bloccata da altri non prenotati, uno di loro mi ha minacciata e mi ha detto ‘io da qui non me ne vado, tanto non ho niente da perdere fino a che non mi visiti’. Una frase che, visti i precedenti, mi ha preoccupata non poco, infatti ho chiamato i carabinieri. Ho cercato di tamponare come potevo, dovendo peraltro rispettare i tempi di lavoro che non potevo sforare. Di lì a poco ho sporto anche denuncia per interruzione di pubblico servizio”.

Ma le intimidazioni non sono solo fisiche e verbali, alcuni pazienti usano impropriamente strumenti di tutela come “armi” di ritorsione, come ad esempio il ricorso al Nirs, nucleo ispettivo regionale sulla sanità. “Sono stata costretta a difendermi dalle accuse di un paziente in arrivo da Bari che si è rivolto al Nirs dicendo che io non mi fossi fatta trovare in ambulatorio nell’orario fissato per la visita. Per fortuna ho avuto la possibilità di dimostrare che il paziente era in ritardo, che io ero in servizio negli orari disposti per me e che ero a fare la domiciliare quando lui è arrivato. Ma anche questi sono sistemi per ricattarci in qualche modo. Abbiamo il fiato sul collo su diversi fronti e non si può lavorare tranquillamente così”.

Senza contare il fatto, rileva la dottoressa, che non aiuta l’amministrazione della Asl. “Se ci chiedono di recuperare le liste d’attesa senza aumentare il monte ore, se ci fissano appuntamenti ogni 5 minuti e visitiamo un paziente che magari aspetta quella visita da 18 mesi in maniera sbrigativa, se non gli forniamo tutta l’assistenza e la formazione su patologie e cure che occorrono, è chiaro che finiamo per inasprire gli animi e facilitare scatti d’ira. Se al Cup o al front office non spiegano che non deve essere il medico a dare indicazioni ma loro e dicono agli utenti che io posso visitare se volessi anche senza prenotazione, se nella ‘filiera’ delle prenotazioni e delle visite ciascuno non fa la propria parte, se non si comprende che certe operazioni richiedono tempo, se per la mancanza di elasticità dobbiamo rimbalzare i pazienti da un capo all’altro della città per un’autorizzazione, altrimenti rischiamo il collegio di disciplina, se quando sono indisponibile io l’Azienda non chiama un sostituto e posticipa le prenotazioni (a mia insaputa), è ovvio che la gente poi se la prende con il medico che ai suoi occhi è il cattivo che non lo vuole visitare. Ma la gente non sa che siamo sottoposti a tutta una serie di obblighi e cavilli che non possiamo disattendere. Il risultato è che viviamo costantemente nell’ansia perché o ci aggrediscono o finiamo davanti al collegio di disciplina, siamo schiacciati tra due fuochi mentre ogni giorno siamo praticamente in trincea”.

Insomma, non basta che la direzione affigga il manifesto che riporta la frase “Se mi aggredisci (medico, ndr), chi ti cura?”. “Francamente non credo che chi aggredisce possa essere sensibile a quel messaggio. Sembra che non importi niente a nessuno di questa situazione e il risultato è quello che i medici scappano dalla sanità pubblica per il privato dove ci stendono ponti d’oro davanti e non nascondo che ci sto pensando anche io. Non può stupire poi la carenza di medici nel pubblico, viste le condizioni di lavoro in cui viviamo. Non nego che ci sono strutture in cui io ho paura ad andare e che cerco di evitare ma alla fine devo purtroppo ammettere che ormai ovunque corriamo dei rischi”.

E poi una considerazione in occasione dell’8 marzo. “Forse non è un caso che questi fenomeni riguardino sempre più spesso medici donna e nella settimana della festa della donna ci si aspetta qualcosa di più fattivo di un messaggio di auguri. Probabilmente con un uomo tanti atteggiamenti nemmeno ci si prende la libertà di pensarli. Ci si riempie la bocca di nobili pensieri ma quando si tratta di metterci sullo stesso piano per davvero, fanno sempre orecchie da mercanti: dirigenza e utenza”, l’amara conclusione di Casella.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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