C’era una volta il calcio a Foggia: storia di un amore tradito

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A Foggia si vive ancora di pane e pallone?  Chissà cosa ne penserebbe il compianto Luca Cicolella, decano dei giornalisti foggiani, che negli anni ‘60 coniò la frase, poi divenuta celebre, per esaltare il legame stretto che legava il calcio al capoluogo in quel favoloso periodo.

Legame che, tutto sommato, continua a far presa su uno zoccolo duro che, a prescindere dalla categoria, resta fedele alle vicende della propria squadra del cuore. Nel nome di un senso di appartenenza ad una maglia che non si perde nel tempo, e che viene tramandato di generazione in generazione. E’ però ormai da circa 30 anni che il pallone da queste parti si va sgonfiando e va prendendo sempre più strane traiettorie.

C’era una volta il calcio a Foggia, verrebbe quasi da dire. Già, perché questa è sempre più la storia di un amore tradito che da troppo tempo è lontano dalle luci della ribalta. E che in tutti questi anni seguiti ai fasti di Zemanlandia, ha registrato un progressivo imbarbarimento (che ha seguito pedissequamente le alterne vicende della città) di una sorta di dottrina che aveva portato Foggia a diventare un modello. Una grande passione popolare che ora purtroppo non è più accompagnata da un’educazione sportiva adeguata. E con essa è venuta meno anche la cultura calcistica che per decenni ha “marchiato” la tifoseria rossonera. Rendendola unica nel suo genere.

Quando Arrigo Sacchi alla vigilia della prima volta della nazionale italiana allo Zaccheria nel dicembre del ‘91 si lasciava andare ad una considerazione del tipo: “Andiamo a giocare all’Università del calcio”, non solo rendeva merito alle straordinarie imprese di una squadra che incantava l’Italia pallonara, ma metteva al centro del villaggio anche una città (e la sua tifoseria) che strappavano applausi a scena aperta per quello che rappresentavano nel panorama nazionale. Un unicum. Che non c’è più, e del quale restano purtroppo solo sbiaditi ricordi.

Se dal ‘95 (ultima apparizione in A con Enrico Catuzzi in panchina) ad oggi il Foggia ha collezionato appena 5 apparizioni in B, e per il resto solo e soltanto C e D (16 stagioni in C1, 5 di C2 e 2 addirittura di IV Serie), e se in questo lasso di tempo si sono succeduti anche tre fallimenti, qualcosa vorrà pur dire. Dopo la parentesi d’oro dei fratelli Casillo, sono iniziati i tempi grami per il calcio nostrano, che in sole 4 stagioni è sprofondato dalla massima serie alla C2: da quel momento è stato un susseguirsi di tentativi approssimativi di rilancio quasi sempre falliti.

All’orizzonte si sono succeduti molti avventurieri e pochi imprenditori illuminati, soprattutto scarsa è stata l’adesione del territorio, salve rare eccezioni. Ne sono derivate risorse sempre più risicate, investimenti ridotti all’osso, e quindi anche qualità degli attori della pedata assai limitata: dai calciatori ai tecnici, per finire alla classe dirigente. Con conseguente impoverimento del seguito in termini di partecipazione attiva alle vicende della squadra. Progressiva anche la fuga dallo Zaccheria, con decrescita delle presenze domenicali allo stadio che è arrivata a toccare minimi storici.

In questo contesto fanno eccezione, ovviamente, la stagione di C2 ’02-03 targata Pasquale Marino (coincisa con il salto in C1) che fece registrare oltre 23mila paganti in occasione della sfida con la Nocerina e, prima dell’effimero biennio di B targato Sannella-Stroppa (2017-19), il breve ma proficuo interregno di Roberto De Zerbi (2014-16). Il solo in grado di riunire tutti sotto un’unica bandiera e di riavvicinare il pubblico allo stadio con la sua idea coinvolgente di calcio ed il suo stile inconfondibile. Avrebbe potuto aprire un ciclo l’attuale tecnico del Brighton se solo fosse stato meno impulsivo e non si fosse fatto troppi nemici. E invece lo costrinsero a scappare via. Come un ladro. Dirigenza e parte della tifoseria, che probabilmente non gli hanno mai perdonato la sconfitta nella finale play-off con il Pisa.

E’ vero anche, però, che il calcio nell’ultimo trentennio è cambiato. E tanto. E a cambiare sono state anche le abitudini del tifoso. Che ha cominciato a frequentare sempre meno lo stadio e a restare sempre più spesso in poltrona. Proprio nel mentre attorno al Foggia si spegnevano le luci della ribalta. Il tutto è avvenuto quando all’orizzonte hanno cominciato a profilarsi default economici in serie, che spesso (nel caso del Foggia) hanno fatto rima o con corse sfrenate all’ultimo giorno per garantirsi l’iscrizione al campionato (e quindi la sopravvivenza) o, nella peggiore delle ipotesi, dolorosi fallimenti che hanno anche segnato un punto di non ritorno.

E così il bello del calcio (e del Foggia) è andato via via smarrendosi, e a galla troppo spesso sono emerse tensioni, diatribe, dolori ed umiliazioni. Che hanno avuto inevitabili riflessi anche su un presente che, al di là delle apparenze, lascia con il fiato sospeso.

L’avvento di Canonico a Foggia e al timone del club, in un momento storico particolare per la vita della città e per la sua squadra di calcio, è un ulteriore e significativo passo indietro. In altri tempi non sarebbe accaduto. Non l’avrebbero permesso.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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