Chiesti altri sei mesi per chiudere le indagini preliminari sul caso dei presunti maltrattamenti al Don Uva

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E’ ancora in attesa di risposta la richiesta che il Pm ha inoltrato al giudice delle indagini preliminari per ottenere una seconda proroga del termine delle indagini preliminari che sono in corso per accertare le ipotesi di reato di maltrattamento, sequestro di persona e violenza sessuale a danno delle 19 pazienti dell’ex istituto ortofrenico del Don Uva di Foggia.

La vicenda è ormai nota: a gennaio di quest’anno la notizia delle misure cautelari emesse dal Tribunale di Foggia su richiesta della Procura ebbe una risonanza mediatica nazionale, non solo per la particolare fragilità delle ricoverate ma anche per il gran numero di indagati, 30 in origine. 49 secondo un atto ufficiale della Regione Puglia anche se al momento non sono noti i dettagli di un eventuale allargamento delle indagini, se non per ciò che riguarda i tre responsabili, medico, infermieristico e Oss, del reparto.

Furono arrestati in carcere alcuni, ai domiciliari altri e sottoposti alla misura del divieto di dimora infermieri, Oss, educatori e altre figure dipendenti della struttura. A seguito delle misure disposte dall’autorità giudiziaria, la proprietà, la società Universo Salute, ha formalizzato il licenziamento delle persone coinvolte.

L’attività di indagine è stata condotta dai Carabinieri ed è partita ad agosto 2022, ufficialmente a seguito di una intercettazione di una conversazione telefonica tra due sanitari, sotto indagine per un’altra ipotesi di reato, che facevano riferimento ad abusi a danno di alcune pazienti ortofreniche. Gli inquirenti hanno quindi piazzato videocamere e cimici nel reparto per accertare i fatti. Di lì a qualche mese è esploso lo scandalo, che ha seguito quello di Stella Maris, la Rssa di Manfredonia in cui si sarebbero, secondo gli inquirenti, consumati reati simili.

Nelle settimane e nei mesi successivi alle misure cautelari si sono tenuti anche gli interrogatori di garanzia, durante i quali alcuni degli indagati hanno respinto le accuse e hanno fornito ai giudici ulteriori elementi di valutazione per meglio comprendere il quadro della situazione. Alcuni hanno deciso di rendere pubblica la propria posizione anche attraverso queste colonne: “E’ stato fatto a tutti un processo mediatico non facile da affrontare – avevano spiegato -, tutti indistintamente siamo stati descritti come dei mostri, ci siamo visti piombare in casa le forze dell’ordine, hanno perquisito tutto alla ricerca di chissà cosa, manco fossimo narcotrafficanti ma la verità è che non siamo tutti uguali e soprattutto alcuni di noi non hanno commesso quelle violenze. E’ importante che chi ha commesso un reato paghi, non si possono trovare giustificazioni; ma, d’altro canto è giusto dire che alcuni di noi avevano a cuore i pazienti”.

I canonici sei mesi di tempo entro cui concludere le indagini erano scaduti già a marzo scorso e già allora il Pm aveva chiesto, a fine febbraio, ed ottenuto una proroga di altri sei mesi; ma solo per 18 dei 30 originari indagati.

Questo ulteriore termine è scaduto il 1 ottobre e il 18 ottobre è stata depositata in cancelleria la richiesta del Pm per un ulteriore proroga di 6 mesi, rilevato che entro il precedente termine “non possono concludersi le indagini preliminari in quanto l’esigenza di svolgere ulteriori attività di ricerca degli elementi di prova in grado di comprovare la fondatezza delle ipotesi di reato finora formulate rende indispensabile la prosecuzione delle indagini le quali, dunque, non potranno essere ultimate entro il loro termine ordinario di durata; pur essendo state compiute rilevanti attività investigative la complessità delle indagini ancora necessarie unita a considerevoli - se pur comprensibili - ritardi della polizia giudiziaria nel compimento delle indagini delegate volte alla ricerca e al vaglio del materiale probatorio rende indispensabile la prosecuzione delle indagini le quali, dunque, non potranno essere ultimate entro il loro termine ordinario di durata”, si legge nella richiesta che questa volta riguarda 31 indagati (uno in più rispetto agli originari e non più 18 come per la prima proroga).

In particolare si evidenzia che “non sono ancora pervenuti a questo ufficio gli esiti degli accertamenti tempestivamente delegati alla Pg dei quali dovranno poi essere debitamente riscontrati”.

La Pg in questione potrebbe essere rappresentata dagli operatori del Racis – Ris dei Carabinieri di Roma, sede presso cui sono stati inviati i cellulari che risultano sequestrati da dicembre agli indagati per effettuare “estrazione di copia forense delle memorie dei dispositivi e delle schede Sim indicati e sottoposti a sequestro nell'ambito dei procedimenti suindicati, con l'adozione di misure tecniche dirette ad assicurare la conservazione dei dati originali e ad impedirne l'alterazione oltre che a ricostruire, per quanto possibile, i dati cancellati”.

Gli accertamenti erano in programma il 14 settembre scorso nei laboratori di Roma. Trapela che alcuni degli indagati scalpitano per riavere il proprio dispositivo in particolare perché ritengono in tal modo di poter recuperare materiale che a loro dire può rappresentare prove in loro favore, come ad esempio foto, video e anche chat in cui ci sono conversazioni a loro dire inequivocabili per poter chiarire la propria posizione.

Non solo, sembra che gli stessi abbiano sollevato alcuni dubbi a proposito della richiesta di seconda proroga, non solo perché ritenuta tardiva ma anche perché dilata ancora i tempi utili ad arrivare ad un punto fermo. La recente riforma Cartabia del 2022 è intervenuta proprio per precisare i termini massimi di durata della fase delle indagini preliminari, comprensivi di proroga; l’art. 406 cpp stabilisce che, salvo quanto previsto dal comma 4 dell’art. 393 del cpp (per cui pubblico ministero e indagato possono chiedere la proroga del termine delle indagini per permettere lo svolgimento dell’incidente probatorio), il termine massimo delle indagini preliminari se si procede per un delitto, è di diciotto mesi; se si procede per una contravvenzione, il termine massimo è di un anno.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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