Prima sono partiti i pazienti e ora rischiano di saltare anche quelli che per anni se ne sono presi cura. Alla Fondazione Filippo Turati di Vieste il trasferimento al Don Uva di Foggia di diciotto persone con disabilità grave ha lasciato un vuoto che comincia a pesare sui lavoratori. Undici tra operatori sociosanitari ed educatori potrebbero essere interessati dalla cassa integrazione straordinaria, per un periodo che può arrivare fino a ventiquattro mesi. È lo scenario che già si temeva quando l’ASL aveva disposto il ricollocamento degli ospiti e che oggi, con l’avvio della procedura sindacale, assume contorni assai più tangibili. Non ci sono ancora provvedimenti definitivi di sospensione dal lavoro. La Fondazione ha aperto il confronto con le organizzazioni sindacali, chiamate a esaminare le ragioni della riorganizzazione e il piano attraverso il quale l’ente vorrebbe recuperare le attività perdute. Ciò nonostante, per chi lavora nella struttura da anni, abituato a seguire quotidianamente persone fragili, l’incertezza è già entrata nella vita di tutti i giorni: “Non si respira un’aria proprio gioiosa”, ammette la direttrice operativa Angela Casamassima. Gli operatori, racconta a l’Attacco, sono preoccupati, inevitabilmente più chiusi, mentre attendono di sapere che cosa accadrà. La vicenda apre una questione che supera la sorte dei singoli dipendenti, in quanto il centro sociosanitario della Turati, che dà lavoro complessivamente a 61 persone, rappresenta da tempo uno dei riferimenti assistenziali del territorio. La perdita dei diciotto ospiti, oltre a ridurne la portata, ha rimesso in discussione gli equilibri economici di una struttura che già denunciava difficoltà nei rapporti con la Regione. Per questo il sindaco Giuseppe Nobiletti ha chiesto alla Regione Puglia di convocare con urgenza un tavolo con la Fondazione, l’ASL Foggia, i sindacati e il Comune. E proprio mentre si cerca una soluzione per evitare la cassa integrazione, riaffiora un’ipotesi che fino a pochi mesi fa sembrava relegata nel territorio delle indiscrezioni: la cessione della Turati, o quantomeno l’ingresso di nuovi soggetti nella gestione dei servizi.
"Non siamo ancora alla cassa integrazione. Abbiamo avviato un confronto sindacale, perché i passaggi da compiere sono precisi”. Maurizio De Scalzi, direttore generale della Fondazione Filippo Turati, chiarisce subito a l’Attacco che la procedura annunciata non equivale a un provvedimento già eseguito. Prima sarà necessario incontrare le organizzazioni sindacali, illustrare la situazione economica e presentare un piano di riorganizzazione che consenta, almeno nelle intenzioni, di recuperare l’occupazione.
L’incontro ci sarà mercoledì 4 novembre: “I sindacati devono prendere atto dello stato di difficoltà della Fondazione e valutare il nostro piano industriale”, spiega. “Se ci sarà condivisione, potremo procedere con la richiesta di cassa integrazione. Ma il nostro obiettivo è ricollocare queste persone”. Con il trasferimento dei diciotto ospiti, infatti, il personale che li assisteva non ha più le attività alle quali era destinato. “Non possiamo continuare a mantenere una dotazione di personale senza nessuno da assistere”, osserva De Scalzi. “Quella parte della struttura si è svuotata e purtroppo non siamo riusciti a riempirla con un’altra tipologia di utenti”. Qualche tentativo, specifica, è stato compiuto. L’ASL, attraverso il dipartimento competente, ha proposto l’invio di altri pazienti, ma secondo la Fondazione si tratterebbe di situazioni cliniche eccessivamente complesse rispetto alle caratteristiche del centro. “Noi siamo una struttura di riabilitazione, non un ospedale, per cui non possiamo assumere rischi che richiederebbero la vicinanza di un pronto soccorso o di una struttura ospedaliera attrezzata”, sottolinea il direttore. Alle attività perdute potrebbero tuttavia sostituirsi altri servizi, un Centro Diurno per Disabili da quindici posti, già realizzato circa otto anni fa e mai effettivamente entrato in funzione, e una Residenza Sanitaria per Disabili da venti posti letto, per la quale la struttura dispone, secondo la direzione, di spazi utilizzabili.
Angela Casamassima, direttrice operativa del centro viestano, conferma entrambe le prospettive: “Il Centro Diurno è stato costruito diversi anni fa, sulla base delle prime intese del 2017-2018, ma non è mai stato accreditato. Vorremmo riprendere quel percorso e creare nuovi servizi, proprio per evitare la cassa integrazione degli operatori”. Per Casamassima, che quotidianamente vive la struttura insieme ai dipendenti, il rischio occupazionale assume un volto umano. “La Fondazione ha cercato fino alla fine di mantenere gli standard organizzativi”, afferma. “Ora ci troviamo nella condizione di dover valutare questa possibilità. Mi dispiace per gli operatori, che lavorano qui da tanti anni. È normale che abbiano paura”. In questo panorama di inquietudini il sindaco Giuseppe Nobiletti decide di intervenire per la seconda volta: “Il Centro Sociosanitario della Fondazione Turati è un pezzo importante della nostra comunità”, dichiara. “Da anni accoglie persone fragili, dà lavoro a 61 famiglie del territorio ed è un presidio di assistenza su cui il Gargano fa affidamento ogni giorno”.
È su questa difficoltà di interlocuzione, denunciata da tempo dalla Fondazione, che si innesta la questione della possibile cessione della struttura. “Non l’abbiamo mai esclusa”, ribadisce De Scalzi. “Non siamo nelle condizioni di sostenere all’infinito una struttura che perde continuamente. Ma se si ritrovasse un dialogo normale con Regione e ASL, non avremmo alcun motivo particolare per voler chiudere Vieste o venderla. Vogliamo che continui a fornire un servizio e a dare lavoro”. Interesse rispetto al futuro della Turati era stato recentemente espresso da Algesiro Cariglia, imprenditore viestano attivo nell’acquacoltura e protagonista dell’operazione di rilancio dell’ex Nicotel Gargano di Manfredonia. Dopo una prima manifestazione pubblica di disponibilità, Cariglia ha incontrato direttamente i vertici della Fondazione.
“Mi sono visto con l’amministratore delegato. La questione è complessa, perché ci sono vincoli giuridici che devono essere chiariti”, racconta a l’Attacco. Secondo quanto gli sarebbe stato rappresentato, la natura della Fondazione e alcuni impegni preesistenti limiterebbero, almeno nell’immediato, la possibilità di procedere a una vendita. Una ricostruzione che richiede approfondimenti documentali e che ha già orientato il confronto verso un’altra ipotesi. “Nelle condizioni attuali non vedo la possibilità di acquistare la struttura. Si potrebbe invece avviare un rapporto di collaborazione per la gestione della parte sanitaria”. L’imprenditore riferisce inoltre di aver avviato contatti con ambienti di Confindustria, prospettando una possibile iniziativa condivisa.
Tra gli interlocutori compare Potito Salatto, presidente di Confindustria Foggia e imprenditore della sanità privata. Quest’ultimo, raggiunto da l’Attacco, conferma un contatto telefonico e un appuntamento con la Fondazione, ma esclude che esista già un’intesa. “Siamo molto, molto perplessi”, afferma. “Chi opera sul Gargano sa che cosa significa. È difficile rendere sostenibile una struttura sanitaria in un territorio così distante”. Quanto alla Turati, non nasconde la propria cautela: “Sarei felice di salvare un’altra clinica e soprattutto i dipendenti, però bisogna capire come sta messa”. Dunque le proposte sul tavolo sono diverse.
Se non si muoverà nulla, però, nella conclusione amara di De Scalzi: “saremo costretti a procedere con i licenziamenti”.
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