Alcune persone, quando parlano di cultura, sembra stiano parlando parlando della propria vita. Salvatore Villani è una di queste: etnomusicologo, musicista, ricercatore, organizzatore culturale, presidente del Centro Studi Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata, dice di aver cominciato nel 1983, quando era ancora uno studente universitario. Da allora, racconta a l’Attacco, ha organizzato festival, pubblicato libri, promosso ricerche, recuperato musiche dimenticate, portato il Gargano e la sua tradizione ben oltre i confini della provincia. Eppure, guardando alle polemiche e alle inchieste che in questi giorni stanno investendo il sistema dei finanziamenti alla cultura in Puglia, la sensazione che gli resta addosso è amara. A domanda, la sua risposta è lapidaria: “La prima cosa che ho pensato? Che è sempre la stessa politica”. Parla con la rassegnazione di chi ritiene di aver già visto tutto e argomenta: “Gli amici degli amici vengono finanziati, mentre chi è fuori dalla politica e dai circuiti di potere fa molta più fatica. Noi lavoriamo da oltre quarant’anni, abbiamo rapporti con università straniere, con studiosi del Messico, degli Stati Uniti, della Spagna. Però se non hai un protettore politico, difficilmente vai avanti”. A onor del vero qualcosa, nel corso degli anni, è arrivato ma si parla di piccoli finanziamenti comunali e qualche progetto sostenuto dalla Regione. Villani ricorda ad esempio il progetto dedicato a Domenico Corigliano, compositore nato a Rignano Garganico e figura importante della storia musicale meridionale. Un’iniziativa che prevedeva pubblicazioni, concerti, attività di ricerca. La Regione finanziò una parte delle spese, ma il resto rimase sulle spalle dell’associazione: “Su un progetto da circa ventitremila euro abbiamo dovuto metterci di tasca nostra diecimila euro. Per noi erano tanti soldi”. Ecco, quel “di tasca nostra” torna più volte durante la conversazione. “I musicisti spesso vengono gratuitamente, io gli pago almeno la benzina. Io insegno, faccio anche l’artista. Invece di farmi le vacanze investo nelle attività culturali. È così che andiamo avanti". Il concetto su cui insiste è che mentre una parte consistente delle risorse finirebbe per concentrarsi sui grandi eventi e sulle manifestazioni capaci di generare numeri, visibilità e consenso, tutto un mondo fatto di associazioni, ricerca, formazione e recupero della memoria collettiva resterebbe ai margini.