Giovedì scorso è arrivata una prima risposta all’inchiesta sui Servizi Sociali condotta da l’Attacco. Nella deliberazione del Comune di San Severo per l’approvazione del regolamento comunale relativo all’utilizzo delle Officine di Quartiere, firmata dal commissario straordinario Francesco Cappetta, dal segretario generale e dirigente ad interim dell’Area II, Giuseppe Longo, e dal dirigente dell’Area V, Fabio Mucilli, si legge chiaramente che i locali e le attrezzature erano stati concessi in comodato gratuito per consentire l’avvio delle attività. Ma il documento contiene anche un passaggio tutt’altro che secondario: “Entro il termine stabilito – il 28 febbraio 2026 – non si è provveduto all’approvazione del citato Regolamento, né ad ulteriore differimento della scadenza dei contratti di concessione di comodato”.

L’inchiesta de l’Attacco sulle imprese del sindaco di Apricena Antonio Potenza ha condotto ieri ad un primo approfondimento sulla società agricola Arbe srl, una delle quattro imprese controllate da Power Holding srl, la holding con sede dichiarata a Milano, in piazza del Duomo, riconducibile al primo cittadino e a sua moglie Grazia Rita Fasanella. Arbe fu costituita il 12 marzo 2025 con un capitale di 10mila euro; ha la sede legale presso lo studio di un professionista a San Severo e nel registro delle imprese non ha alcuna unità locale. Dal 1° aprile 2025 risulta attiva nella coltivazione di cereali, legumi e semi oleosi e, in via secondaria, di olive. L’8 aprile fu iscritta nella sezione speciale delle imprese agricole. Per tutto il 2025 la società appartenne interamente alla moglie del sindaco, che ne era anche amministratrice unica. Solo il 3 marzo 2026, dopo le sue dimissioni, l’incarico passò a Maria Luigia Santoro, madre di Potenza. Alla fine di aprile Fasanella conferì l’intera partecipazione a Power Holding con un “conferimento a realizzo controllato”: è il regime previsto dall’articolo 177 del Testo unico delle imposte sui redditi, che consente di trasferire quote a una holding senza far emergere plusvalenze tassabili. Nell’odierno approfondimento l’Attacco esamina il bilancio 2025 di Arbe srl, approvato il 30 aprile 2026 e depositato in Camera di commercio. Un bilancio che racconta però una srl molto diversa da quella che compare nel registro delle imprese. Nel primo anno di vita il valore della produzione di Arbe è stato di un euro. I costi per servizi sono indicati in 97 euro e quelli per il godimento di beni di terzi in un euro: segno che l’impresa non aveva in affitto alcun terreno. A pesare sono stati gli ammortamenti delle spese di costituzione e qualche onere di gestione, e l’esercizio si è chiuso con una perdita di 1.035 euro. È la stessa nota al bilancio a spiegarlo senza giri di parole. Nel 2025, si legge, sono stati avviati “solamente i lavori preparatori” e compiute “solamente formalità amministrative”. La perdita è “dovuta all’inoperatività” della società e l’avvio dell’attività fu previsto “probabilmente nel 2026”. Il registro delle imprese indica Arbe come impresa agricola attiva dall’aprile 2025. Per sua stessa ammissione, però, la srl nel 2025 non coltivò nulla. Lo stato patrimoniale al 31 dicembre 2025 è coerente con questo quadro. Il totale dell’attivo è di 11.090 euro. Le disponibilità liquide sono 8.428 euro e i crediti 413 euro. Le immobilizzazioni consistono soltanto in 2.235 euro di spese di avviamento non ancora ammortizzate. Il patrimonio netto ammonta a 10.065 euro: il capitale versato, più 1.100 euro di versamenti dei soci, meno la perdita. I debiti si fermano a mille euro. Non c’è un macchinario, non c’è un ettaro di terra, non c’è un fido bancario. La nota precisa anche che “non risultano impegni, garanzie e passività potenziali”. 

L’11 aprile 2022 il Dipartimento della Protezione civile pubblicò l’avviso nazionale per individuare gli enti chiamati a realizzare l’accoglienza diffusa degli sfollati ucraini. L’avviso prevedeva una capacità minima di 300 posti per ciascun soggetto proponente e richiedeva la presentazione della manifestazione d’interesse attraverso una piattaforma telematica. La domanda era strutturata in tre sezioni: dati del soggetto proponente, requisiti e dichiarazioni; elenco degli associati e dei partner; quadro dell’offerta dei posti, suddivisi per Comune, provincia e Regione e per tipologia di sistemazione. L’avviso nazionale stabiliva cinque grandi aree di spesa: vitto; alloggio e/o contributo alla famiglia ospitante; beni e servizi di prima necessità, compreso un pocket money di 2,50 euro al giorno per persona; servizi di presa in carico e integrazione; gestione amministrativa, monitoraggio e rendicontazione. Tra i servizi richiesti figuravano espressamente mediazione linguistica, orientamento ai servizi, assistenza legale e psico-socio-sanitaria, alfabetizzazione, inserimento scolastico, attività di inclusione sociale e accompagnamento al lavoro e alla formazione. Il tetto di spesa era di 33 euro pro capite al giorno, omnicomprensivi. Una ricerca dell’Osservatorio Migranti dell’Università di Bari - elaborando i dati forniti dalla Protezione civile - individua ANOLF Puglia con 310 posti nella provincia di Foggia nell’ambito del sistema di accoglienza diffusa per l’Ucraina. Il sistema pugliese, complessivamente, ne prevedeva 699 con 332 in Capitanata. Va da sé che ANOLF, quindi, gestiva la parte largamente maggioritaria perché principale soggetto della provincia di Foggia e uno dei principali dell’intera Puglia. Più precisamente, ANOLF guidata da Mohammed Elmajdi rappresentava circa il 93,4% di tutti i posti di accoglienza diffusa censiti nella provincia di Foggia e circa il 44,3% dell’intera capacità pugliese. Il Dipartimento di Protezione civile documenta una “Convenzione sottoscritta in data 27 settembre 2022 – Ucraina – Accoglienza diffusa – Anolf Puglia APS”. Il 22 marzo 2024 risulta un decreto di pagamento ad ANOLF Puglia per 163.913,11 euro relativo a quella convenzione. Non finisce lì, visto che l’11 agosto 2023 il Dipartimento registrava un “Decreto approvazione impegno atto aggiuntivo alla Convenzione del 27.09.2022 per accoglienza diffusa Ucraina” - beneficiaria ANOLF Puglia - per ulteriori 420.381 euro. E il 2 maggio 2024 compare ancora un atto ufficiale, denominato “Decreto di approvazione e di impegno 2° Atto Aggiuntivo ANOLF Puglia”, con un importo di 625.950 euro.

Più tempo passa e più si ha contezza che è sbagliato pensare che per capire il sistema dell’accoglienza in provincia di Foggia sia sufficiente andare nei ghetti. Sono soltanto la parte visibile del problema, quella più brutale e dunque più facilmente fotografabile. In quei luoghi senza tempo le contraddizioni dello Stato non hanno bisogno di essere spiegate perché si vedono a occhio nudo: baracche, sporcizia, assenza di servizi. Uomini e donne che lavorano, dormono, mangiano in condizioni che in un Paese civile dovrebbero appartenere alla memoria e non alla cronaca. Il ghetto, però, è soltanto il fondo della fotografia. Sopra - molto più in alto – c’è un altro paesaggio che merita di essere osservato con attenzione. È dove si prendono le decisioni e si spostano milioni di euro. Si scelgono le strutture, si individuano i gestori e si firmano i contratti. È nei palazzi governativi che si stabilisce cosa debba significare concretamente la parola “accoglienza”. Il sistema dell’accoglienza in Capitanata - in alcuni suoi punti - appare fragile, ripetitivo e talvolta perfino autoreferenziale. Un sistema nel quale l’emergenza sembra essere diventata una condizione permanente e nel quale la straordinarietà - da eccezione amministrativa – si è trasformata in metodo. Da una parte, quindi, abbiamo i ghetti di Capitanata, che sono il prodotto più evidente del fallimento di una politica di inclusione e di governo del territorio. Dall’altra, gli uffici che dovrebbero impedire che quei ghetti esistano, organizzando l’accoglienza per garantire dignità, controllando i gestori e verificando le strutture. La domanda che a questo punto diventa inevitabile è una sola: che cosa succede quando anche il sistema che dovrebbe correggere il fallimento comincia, a sua volta, a mostrare segni di cedimento? Basta guardare i numeri. Al 30 settembre 2026 gli arrivi via mare registrati dall’Italia dall’inizio dell’anno erano 22.786, il 54,9 per cento in meno rispetto ai 50.548 dello stesso periodo del 2025. Eppure, nello stesso momento, nelle strutture di accoglienza italiane erano presenti 126.163 persone. È una cifra enorme, soprattutto se messa accanto a quella degli sbarchi dell’anno in corso, e dimostra una cosa che il dibattito politico tende spesso a dimenticare: gli arrivi sono un flusso, però l’accoglienza è uno stock. Nel senso che le persone entrate nel sistema non scompaiono con il rallentamento degli sbarchi, piuttosto attraversano le procedure, attendono le decisioni sulle loro domande e vengono anche trasferite. Alla stessa data di settembre scorso - secondo il Ministero dell’Interno - il 68,2 per cento delle presenze era nei centri di accoglienza, il 31,4 per cento nel SAI e una quota marginale negli hotspot. Se gli sbarchi diminuiscono di oltre la metà e il sistema continua comunque a dover gestire oltre 126 mila persone, evidentemente non siamo più davanti soltanto a un problema di arrivi ma di fronte ad una gigantesca infrastruttura amministrativa permanente. 

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