Piano del verde, Vincenzo Rizzi: “Foggia deve ripensare il verde urbano con un piano di lungo periodo”

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Dott. Rizzi, perché chiedere al Comune di Foggia un Piano del verde e della biodiversità?

Perché la gestione del verde pubblico non può dipendere da interventi episodici, annunci o singoli finanziamenti. Piantare alberi, riqualificare un parco o sistemare un'aiuola può essere utile, ma senza una strategia complessiva si rischia di spendere risorse senza ottenere risultati duraturi. Foggia ha bisogno di uno strumento capace di programmare gli interventi nel medio e lungo periodo, mettendo in relazione il patrimonio arboreo, il suolo, le acque, la fauna, gli habitat urbani e le connessioni con le aree naturali periurbane. Il Piano dovrebbe avere due obiettivi fondamentali: mitigare gli effetti della crisi climatica e adattare la città ai cambiamenti ormai in corso.

Non sarebbe sufficiente aggiornare il censimento degli alberi?

No. Il censimento è necessario e pare sia stato fatto, ma rappresenta soltanto il punto di partenza. Un autentico Piano del verde e della biodiversità non può limitarsi a contare gli alberi o a registrarne le condizioni fitosanitarie. Deve analizzare il funzionamento ecologico dell'intera città. Questo significa conoscere la qualità e la permeabilità dei suoli, individuare le isole di calore, valutare la capacità degli spazi verdi di assorbire le acque meteoriche, ricostruire le connessioni ecologiche e verificare quali quartieri abbiano meno accesso al verde. Bisogna inoltre considerare la biodiversità animale e vegetale, gli spazi incolti di valore ecologico, le aree agricole periurbane e il sistema delle acque. Il verde non è un semplice elemento ornamentale: è un'infrastruttura urbana essenziale, al pari delle strade, delle reti idriche e dei servizi pubblici.

Quali indicazioni possono arrivare dall'esperienza di Brescia, Padova?

L'esperienza maturata a Brescia, Padova e in altre città è interessante perché adotta una visione integrata del verde e della biodiversità. Uno degli aspetti più innovativi è la valutazione quantitativa, e dove possibile anche economico, dei servizi ecosistemici forniti dagli spazi verdi urbani. In altre parole, non ci si limita a dire genericamente che un parco o un albero “fanno bene”, ma si prova a misurare il loro contributo alla regolazione della temperatura, all'assorbimento degli inquinanti, alla gestione delle acque piovane, alla protezione del suolo, allo stoccaggio del carbonio e al benessere psicofisico dei cittadini.  Attribuire un valore a questi benefici non significa mercificare la natura. Significa, al contrario, rendere visibile ciò che normalmente non si confronta nei bilanci pubblici. Un albero sano non rappresenta soltanto un costo di manutenzione: produce benefici ambientali, sanitari, sociali ed economici per molti anni.

Questo approccio potrebbe essere applicato anche a Foggia?

Certamente, adattandolo alle caratteristiche climatiche, urbanistiche e sociali della nostra città. Il Piano dovrebbe partire da un quadro conoscitivo dettagliato e georeferenziato: distribuzione del verde, patrimonio arboreo, qualità dei suoli, aree impermeabilizzate, temperatura superficiali, rischio idraulico, habitat presenti e accessibilità degli spazi pubblici. Su questa base sarebbe possibile valutare i servizi ecosistemici garantiti dall'area urbana di Foggia e individuare le zone più vulnerabili. Penso ai quartieri con minore copertura arborea, alle aree maggiormente esposte alle temperature estreme e agli spazi nei quali l'impermeabilizzazione del suolo rende più difficile la gestione delle piogge intense. Il risultato dovrebbe essere una mappa delle priorità, non un elenco generico di buone intenzioni.

Europa Verde e le associazioni ambientaliste chiedono da sempre “soluzioni basate sulla natura”. Di che cosa si tratta?

Sono soluzioni che utilizzano o assecondano i processi naturali per affrontare problemi urbani concreti. Possono comprendere la realizzazione di boschi urbani e fasce alberate, il recupero di suoli permeabili, la creazione di giardini della pioggia, aree di laminazione naturale, filari ombreggianti, tetti verdi e sistemi vegetati capaci di trattenere temporaneamente l'acqua. Non si tratta di inserire un po' di verde a scopo decorativo, ma di progettare spazi che svolgano più funzioni contemporaneamente. Un'area verde ben progettata può ridurre le temperature, assorbire l'acqua piovana, favorire la biodiversità, migliorare la qualità dell'aria e offrire uno spazio di socialità. Seguendo l'impostazione adottata in altre realtà, anche il Piano di Foggia dovrebbe sviluppare diversi scenari di intervento, confrontandone costi, benefici e risultati attesi. In questo modo le decisioni future potrebbero fondarsi su dati verificabili.

Quali sono le principali emergenze ambientali di Foggia?

Foggia è una città particolarmente esposta alle onde di calore, alla siccità, all'impermeabilizzazione del suolo e agli effetti delle precipitazioni sempre più irregolari e intense, inquinamento del suolo. A ciò si aggiungono la frammentazione degli spazi verdi, la discontinuità delle alberature stradali e la debole connessione tra il centro urbano e il territorio circostante. Il Piano dovrebbe individuare una vera rete ecologica urbana e periurbana, collegando parchi, giardini, viali alberati, aree agricole, spazi residui e corsi d'acqua. In questa prospettiva anche il Celone e il Cervaro devono essere considerati elementi strategici di un sistema più ampio di infrastrutture verdi e blu. Non parliamo quindi soltanto di manutenzione del verde esistente, ma della capacità della città di prepararsi a condizioni climatiche più difficili.

Piantare più alberi sarebbe comunque una risposta importante?

Sì, ma non basta contare quanti alberi vengono messi a dimora. Bisogna valutare dove vengono piantati, quali specie vengono scelte, quale spazio viene lasciato alle radici, quanta acqua sarà necessaria e chi garantirà la manutenzione nei primi anni. Un albero piantato, nel posto sbagliato o senza cura adeguata rischiando di morire rapidamente e di trasformarsi in uno spreco di denaro pubblico, come dovrebbe ben sapere l’amministrazione visti i continui fallimenti nella gestione delle nuove piantumazioni. Servono criteri scientifici che tengano conto del clima locale, della disponibilità idrica, delle caratteristiche del suolo, della presenza di sottoservizi e della capacità delle diverse specie di resistere alle condizioni urbane. È inoltre importante diversificare le specie. Una città con un patrimonio arboreo troppo uniforme è più vulnerabile a parassiti, malattie e fenomeni climatici estremi.

Il Piano dovrebbe occuparsi anche della gestione ordinaria e delle potature?

Assolutamente sì. Una buona pianificazione deve stabilire criteri chiari per la cura degli alberi, le potature, gli abbattimenti, le sostituzioni e le nuove piantumazioni. Troppe volte si interviene in emergenza oppure sulla base di esigenze contingenti, senza una visione complessiva. Gli abbattimenti eventualmente necessari devono essere motivati da valutazioni tecniche trasparenti. Allo stesso modo, le potature rispettare la biologia degli alberi e non devono essere considerate operazioni automatiche o puramente estetiche. Il piano dovrebbe prevedere protocolli gestionali, un sistema di monitoraggio e indicatori pubblici attraverso i quali verificare periodicamente i risultati raggiunti.

Chi dovrebbe elaborare questo strumento?

Servire un gruppo di lavoro realmente multidisciplinare. Dovrebbero essere coinvolti botanici, naturalisti, agronomi, forestali, paesaggisti, urbanisti, geologi, esperti di gestione delle acque, climatologi, sociologi ed economisti ambientali. La complessità della città non può essere affrontata da una sola competenza. Un albero non è soltanto un elemento botanico: interagisce con il suolo, l'acqua, il clima, la mobilità, la salute e la qualità dello spazio pubblico. Accanto alle competenze tecniche deve esserci un confronto costante con associazioni, ordini professionali, università, scuole, comitati di quartiere e cittadini. La partecipazione non può ridursi alla presentazione di un progetto già definito: deve accompagnare la costruzione del Piano fin dalle sue prime fasi.

Perché insiste tanto sulla partecipazione?

Perché il verde è anche una questione di equità sociale. Non tutti i quartieri hanno la stessa quantità di alberi, la stessa qualità degli spazi pubblici o la stessa possibilità di raggiungere un'area verde. Le zone più calde e meno alberate spesso coincidono con quelle nelle quali vivono le fasce sociali più vulnerabili. Coinvolgere i cittadini significa raccogliere conoscenze e bisogni che non sempre emergono dalle sole analisi tecniche. Significa anche costruire un'assunzione collettiva di responsabilità nei confronti degli spazi pubblici. Naturalmente la partecipazione non sostituisce le competenze scientifiche, ma le integra. Le decisioni devono essere condivise, motivate e verificabili.

Lei da sempre critica l'autoreferenzialità dell'Amministrazione. Che cosa chiede concretamente?

Chiedo maggiore umiltà istituzionale e disponibilità al confronto. Dopo i numerosi errori commessi nel tempo nella gestione del patrimonio arboreo e del verde cittadino, sarebbe sbagliato continuare con decisioni frammentarie o affidate esclusivamente alla contingenza. Non contestiamo gli investimenti in quanto tali. Diciamo che anche risorse economiche consistenti rischiano di produrre risultati modesti o persino dannosi se non sono inseriti in una programmazione organica. Ogni intervento dovrebbe rispondere ad alcune domande: quale problema affronta? In quale strategia si inserisce? Quali benefici produrrà? Come saranno misurati? Chi garantirà la manutenzione? Senza risposte chiare, si rischia di procedere soltanto per annunci.

Ritiene necessaria anche una verifica relativa alla Valutazione ambientale strategica. Perché?

Perché un Piano di questa importanza deve essere accompagnato da un percorso amministrativo e ambientale rigoroso. Chiediamo che venga avviata la procedura di verifica di assoggettabilità a valutazione ambientale strategica, secondo quanto previsto dalla normativa. La VAS non deve essere considerata un ostacolo burocratico. È uno strumento utile per valutare preventivamente gli effetti delle scelte confrontare, possibili alternative e coinvolgere gli enti competenti, le associazioni e gli altri portatori di interesse. Un Piano credibile deve essere scientificamente fondato, amministrativamente trasparente e aperto alla partecipazione.

Quale dovrebbe essere, in sintesi, il risultato finale?

Il risultato dovrebbe essere un documento operativo, corredato da cartografie, priorità, tempi, risorse, responsabilità e indicatori di monitoraggio. Non un libro dei sogni destinato a rimanere in un cassetto, ma uno strumento capace di orientare il bilancio comunale, i lavori pubblici, la pianificazione urbanistica e la manutenzione ordinaria. Seguendo gli elementi più interessanti dell'esperienze maturate in altre città, il Piano dovrebbe contenere almeno: un quadro conoscitivo del patrimonio verde e della biodiversità; una mappatura delle infrastrutture verdi e blu; la valutazione quantitativa ed economica dei servizi ecosistemici; l'individuazione delle aree climaticamente e socialmente più vulnerabili; scenario di intervento basato su soluzioni naturali; criteri scientifici per la scelta e la gestione delle specie; misure per la tutela del suolo e delle acque; obiettivi misurabili e indicatori per verificarne l'attuazione; un programma pluriennale degli interventi; un percorso stabile di informazione e partecipazione pubblica.

Qual è, dunque, il messaggio che rivolgete al Comune?

Chiediamo di passare dalla manutenzione occasionale alla pianificazione, dall'ornamento all'infrastruttura ecologica, dagli annunci alla verifica dei risultati. La crisi climatica non è una prospettiva lontana: è già visibile nelle onde di calore, nella siccità e nella maggiore intensità degli eventi meteorologici. Per questo il verde urbano non può essere trattato come un elemento accessorio. Foggia ha bisogno di una visione ambientale di lungo periodo. Un autentico Piano del verde e della biodiversità può migliorare la qualità della vita, proteggere la salute, ridurre la vulnerabilità climatica e rendere più equa la distribuzione degli spazi pubblici. Ma deve essere costruito con competenza, trasparenza e partecipazione. Senza un Piano, anche i migliori investimenti rischiano di restare interventi isolati. Con un Piano, invece, ogni albero, parco o area rinaturalizzata può diventare parte di un progetto comune per il futuro della città.

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