Mobilitazioni studenti, Cavicchia: “Giovani soli ma organizzati, sinistra non valorizza loro tensione ideale”




Mobilitazioni studenti, Cavicchia: “Giovani soli ma organizzati, sinistra non valorizza loro tensione ideale”

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“Essere giovani e non essere rivoluzionari è una contraddizione, persino biologica". La celebre frase di Salvador Allende, pronunciata nel 1972, attraversa il tempo e le generazioni e torna d'attualità davanti alle mobilitazioni studentesche di questi giorni. Proprio oggi, in Capitanata, gli studenti si riuniscono in un'assemblea pubblica in vista dello sciopero internazionale del 20 novembre. Una spinta al cambiamento che la politica fatica a raccogliere, come osserva Silvio Cavicchia, sociologo di Manfredonia, animatore del Sessantotto e protagonista attivo dei movimenti della sinistra del Novecento. Alla manifestazione studentesca sipontina, a cui ha partecipato, lo hanno colpito soprattutto due slogan, uno tradizionale, "Se niente cambierà, lotta dura sarà", l'altro più inedito, "Siamo giovani, siamo il futuro, teneteci al sicuro", racconta a l’Attacco. "Ho colto in questo slogan e nell'intera protesta un senso di solitudine. I ragazzi erano soli. Eppure sono riusciti a organizzare una manifestazione, un corteo e un confronto pubblico. Non c'era nessun adulto, nessuna figura istituzionale o sindacale. E pensare che nei giorni precedenti molti studenti avevano manifestato solidarietà ad agricoltori, pescatori e autotrasportatori. In questa occasione, invece, nessuno ha ricambiato quella vicinanza. Oltre alla solitudine, ho avvertito un grido di aiuto. Il riferimento immediato erano le scuole fatiscenti e il diritto allo studio, ma in quella piazza ho visto anche una grande tensione verso il cambiamento e una forte coscienza collettiva. Ragazzi tra i quindici e i vent'anni capaci di organizzarsi autonomamente e dare voce alle proprie istanze". Per Cavicchia, il protagonismo giovanile non è un fenomeno isolato. Lo dimostrano le mobilitazioni per la Palestina, le manifestazioni contro il riarmo e il ruolo delle nuove generazioni nella recente consultazione referendaria sulla giustizia. "I giovani rappresentano da sempre la spinta innovativa. È una condizione fisiologica dell'adolescenza e della giovinezza, ma anche una questione storica, sociale, culturale e antropologica. Nel referendum di marzo sono stati tra i maggiori protagonisti, richiamando il valore della Costituzione che noi adulti abbiamo in parte dimenticato. Anche nelle mobilitazioni contro il genocidio a Gaza, prima in America nel 2024 e poi in Europa nel 2025, la spinta maggiore è arrivata dalla popolazione giovanile". Il sociologo richiama anche la propria esperienza politica. "Ricordo che le prime manifestazioni del Sessantotto furono negli Stati Uniti contro la guerra in Vietnam. Successivamente ci mobilitammo contro l'invasione sovietica della Cecoslovacchia. A Manfredonia organizzammo diverse iniziative a sostegno della Primavera di Praga, nonostante le contraddizioni che attraversavano allora la sinistra italiana. Ho vissuto personalmente quella stagione, nella mia militanza politica e sindacale".

Il confronto tra ieri e oggi porta Cavicchia a individuare quella che considera la contraddizione più evidente del presente. "Di fronte a questa grande mobilitazione giovanile non c'è ascolto. Non soltanto da parte del Governo di destra, ma anche del centrosinistra. A sinistra non vedo la capacità di raccogliere queste spinte e trasformarle in un programma di governo. Abbiamo giovani che chiedono rinnovamento e cambiamento e soggetti politici che dovrebbero accompagnarli, ma che spesso resistono a queste istanze oppure le strumentalizzano. Si parla molto dei giovani, ma non si offre loro una reale rappresentanza istituzionale".

È in questo vuoto che si inserisce la novità dell'attuale stagione di protesta. "Sono soli, ma si organizzano autonomamente, pur con tutti i limiti del caso. Durante il Sessantotto la prima battaglia fu contro la selezione di classe nelle università. La liberalizzazione degli accessi agli studi universitari rappresentò una conquista fondamentale. Oggi quella selezione sta tornando, in forme molto evidenti. I costi dell'università sono diventati enormi e non ne parlo in astratto, perché ho un nipote che studia al Nord. È tornata una modalità di selezione classista". La differenza sostanziale, secondo il sociologo, riguarda il ruolo delle organizzazioni di massa. "Allora c'erano il Pci, una parte della Dc e i sindacati, capaci di raccogliere e indirizzare la spinta giovanile. Erano organizzazioni contestate dagli stessi movimenti, ma svolgevano comunque una funzione. Avevano anche servizi d'ordine in grado di gestire le manifestazioni e arginare la violenza. Quello che è accaduto negli anni Settanta, poi, è un altro discorso".

Da qui anche la critica alla rappresentazione pubblica delle proteste contemporanee. "Quando si accusano i giovani manifestanti di violenza, spesso lo si fa in modo strumentale. La forza dei movimenti collettivi sta nella quantità e nella qualità della partecipazione. Concentrarsi sui pochi episodi di violenza nelle grandi città serve a distogliere l'attenzione dalla grande mobilitazione pacifica. Bisogna distinguere le metropoli dalle realtà più piccole, dove fortunatamente non si registrano gli stessi fenomeni e dove esiste un autocontrollo sociale che supplisce all'assenza dei servizi d'ordine. Nelle grandi città, invece, mancano organizzazioni politiche e sindacali capaci di dare struttura alle mobilitazioni e le situazioni possono sfuggire di mano. La politica dovrebbe smettere di concentrarsi su questi episodi marginali e cominciare a raccogliere e valorizzare la grande spinta giovanile". 

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testatina dillo al direttore WEB

 

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