Don Antonio Spalatro, il prete che cambiò profondamente Vieste: “Per me è santo da quando è morto”



Don Antonio Spalatro, il prete che cambiò profondamente Vieste: “Per me è santo da quando è morto”

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Ad alcuni uomini il tempo concede appena una manciata d’anni, tuttavia essi riescono a lasciare nella memoria di un paese un’impronta ben più profonda di quella impressa da intere generazioni. Don Antonio Spalatro appartiene a questa rara schiera. Morì a ventotto anni, nel lontano agosto del 1954, dopo appena cinque anni di sacerdozio, eppure a Vieste il suo nome continua a circolare. Lo custodiscono le fotografie ingiallite, le pagine del suo diario spirituale, una scuola che porta il suo nome e i ricordi di chi lo vide attraversare le strade di una città che cercava faticosamente di risollevarsi dalle privazioni del dopoguerra.
Era una Vieste di case affollate, di famiglie numerose e di povertà spesso taciute per pudore, ma che don Antonio aveva imparato a riconoscere, persino a cercare, interrogando con discrezione chi conosceva meglio le condizioni del vicinato. Entrava nelle abitazioni con un pretesto, ascoltava, poi lasciava qualche soldo su un mobile e, quando qualcuno tentava di restituirglielo, rispondeva che apparteneva già a quella famiglia. Altre volte si rimboccava la lunga tonaca nera per aiutare i muratori nei lavori della sua chiesa. Gesti che, a distanza di oltre settant’anni, i fratelli Antonia e Michele Vescera raccontano ancora con una precisione commovente: lei, allora giovane parrocchiana; lui, chierichetto, al fianco di quel sacerdote che aveva fatto della parrocchia del Santissimo Sacramento una seconda casa per tanti ragazzi.
Nel centenario della nascita, celebrato quest’anno, quelle memorie acquisiscono una valenza particolare: la causa di beatificazione, avviata nel 2005 e approdata da tempo alla fase romana, potrebbe conoscere nel 2027 una svolta decisiva, con il riconoscimento delle virtù eroiche e la conseguente dichiarazione di venerabilità. 
Intanto Vieste accoglie in questi giorni la reliquia ex sanguinis di Giovanni Paolo II. Il Pontefice polacco, che durante un viaggio sul Gargano non riuscì a raggiungere la città malgrado le richieste dei viestani, vi ritorna simbolicamente attraverso una testimonianza materiale della sua sofferenza. Due storie lontane per statura e vicende, accomunate dalla capacità di abitare ancora la coscienza dei fedeli.

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