È da poco terminato in Prefettura a Bari il Comitato interprovinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica presieduto dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, convocato alla luce dei recenti episodi criminali che hanno colpito il territorio pugliese, dai delitti di mafia tra Bari e Bisceglie fino agli omicidi avvenuti nel Foggiano e alle sparatorie registrate nelle ultime settimane nel centro storico del capoluogo. Nel corso dell’incontro, al quale hanno preso parte il procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo Giovanni Melillo, i prefetti, i vertici delle Procure, delle forze di polizia e dei Vigili del Fuoco delle province coinvolte, il ministro ha confermato un rafforzamento degli organici delle forze dell’ordine, soprattutto in vista dell’imminente stagione estiva.

Non è il costo di un regalo a fare rumore. E forse non è nemmeno il numero degli invitati. In politica, certe storie esplodono quando cominciano a raccontare qualcosa di più profondo del fatto in sé. Ed è esattamente ciò che sta accadendo attorno al compleanno dell’assessore regionale Raffaele Piemontese: una vicenda che, partita come cronaca mondana di una festa esclusiva nella masseria Casa Freda, si sta lentamente trasformando in uno specchio scomodo per il centrosinistra pugliese. Perché più passano le ore, più il caso smette di parlare soltanto di Rolex,  gioielli, liste regalo o ricevimenti con trecento invitati. 
Comincia invece a parlare del rapporto tra potere e rappresentazione del potere. Tra etica pubblica e relazioni private. Tra ciò che formalmente è consentito e ciò che, per chi governa, rischia comunque di apparire inopportuno agli occhi dei cittadini. Da giorni, negli ambienti di partito, il tema viene affrontato con un misto di imbarazzo e prudenza. C’è chi minimizza. Chi liquida tutto come una polemica costruita sul nulla. Chi invece teme che il “caso Piemontese” possa logorare lentamente quella narrazione di sobrietà e rigore etico che il centrosinistra pugliese ha provato a costruire negli ultimi anni attorno alla figura di Antonio Decaro e all’esperienza amministrativa regionale. Perché il vero cortocircuito sta tutto lì: appena pochi mesi fa, la Regione Puglia aveva scelto di aderire ufficialmente alla Carta di Avviso Pubblico, il codice etico antimafia e anticorruzione che richiama amministratori e politici a criteri di trasparenza, prudenza istituzionale e responsabilità verso i cittadini. Una firma presentata non come semplice formalità burocratica, ma come un impegno pubblico e identitario. Ed è proprio per questo che l’Attacco ha deciso di chiedere chiarimenti direttamente ad Avviso Pubblico nazionale, dopo che il coordinamento regionale pugliese - guidato dal sindaco di Monte Sant’Angelo Pierpaolo D’Arienzo - ha scelto di non intervenire pubblicamente sulla vicenda. Una posizione che, inevitabilmente, viene letta anche alla luce del rapporto di amicizia e vicinanza politica che lega D’Arienzo all’assessore Piemontese.  Le parole arrivate da Avviso Pubblico all’Attacco hanno avuto l’effetto di riaccendere ulteriormente il confronto. L’associazione chiarisce di non essere “un tribunale”, ma ricorda che il senso della Carta è proprio quello di stimolare un dibattito pubblico sui comportamenti degli amministratori e sulla loro compatibilità con i principi della buona politica. Ed è esattamente questo il punto che oggi agita il centrosinistra pugliese: fino a dove può spingersi la dimensione privata di un uomo delle istituzioni senza entrare in collisione con l’immagine pubblica che quelle stesse istituzioni chiedono di rappresentare?

C'è una scena classica della commedia italiana che torna in mente pensando alla vicenda della festa di compleanno dell'assessore regionale pugliese Raffaele Piemontese: il protagonista, sorpreso in flagrante, alza le mani e dice “non sono io, non c'ero, e comunque non l'ho fatto”. La diffida notificata al quotidiano l'Attacco dalla difesa legale dell'assessore ha il pregio della completezza tecnica e il limite dell'evidenza politica. Smonta le cifre. Non smonta la festa. E nel diritto come nell'etica pubblica, come si sa, spesso è la festa il problema, non il conto. Ricapitoliamo i fatti nella loro essenziale semplicità.

Ora un nome c’è. E insieme al nome, anche un documento e delle foto. Toufiq Namouuh ha consegnato a l’Attacco una fotografia della carta d’identità dell’uomo che, secondo la sua denuncia, avrebbe gestito il contatto tra il Marocco e l’Italia, promettendogli ingresso regolare, lavoro e sistemazione attraverso il sistema dei flussi. Si chiama Abderrazak El Gabbas. Nato il 3 maggio 1990 a Oulad Bouali Nouaja, in Marocco, cittadino marocchino. Il documento mostrato dal lavoratore risulta emesso dal Comune di Carpino il 13 ottobre 2021, con scadenza fissata al 3 maggio 2032. Sulla carta compare anche la dicitura “non valida per l’espatrio”. È il primo elemento concreto che consente di dare un’identità precisa alla figura rimasta finora sullo sfondo di tutta la vicenda. Un nome che attraversa il racconto di Toufiq fin dall’inizio. È a lui, sostiene il lavoratore marocchino, che sarebbero stati consegnati gli 8mila euro raccolti tra prestiti di familiari e conoscenti per arrivare in Italia con la promessa di un impiego regolare. Venerdì scorso l’Attacco ha deciso di andare di persona sui luoghi di questa storia insieme allo stesso Toufiq. Un percorso che attraversa Torremaggiore e Poggio Imperiale, i due punti attorno ai quali si è sviluppata una vicenda sospesa tra pratiche amministrative bloccate, ospitalità contestate, accuse reciproche e il ruolo mai chiarito di una rete informale di intermediazione. La prima tappa è stata Torremaggiore. Una strada tranquilla, poche persone in giro, le serrande abbassate e l’afa piovosa del primo pomeriggio. Toufiq si ferma davanti a una piccola porta a piano terra. Sopra c’è la targa dello studio dell’avvocata Benedetta Belmonte. Lo studio è chiuso. Il ragazzo indica l’ingresso e inizia a raccontare. “Ho vissuto qui dentro per sette mesi insieme ad altri ragazzi marocchini. L’avvocata Belmonte continuava a dirci di aspettare, che serviva tempo per sistemare i documenti e chiudere tutte le pratiche. Ogni volta ci dicevano che mancava poco, ma passavano le settimane e non cambiava mai nulla”. Toufiq ricostruisce la quotidianità trascorsa dentro quello studio trasformato, secondo il suo racconto, in alloggio improvvisato. “Dormivamo lì, mangiavamo lì, aspettavamo lì. A fine mese andavamo a piedi fino a casa dell’avvocata per pagare l’affitto e le utenze. Io ho sempre pagato perché avevo paura di perdere tutto quello che avevo speso per venire in Italia”. Poi indica la strada percorsa ogni mese insieme agli altri ragazzi per raggiungere l’abitazione della professionista. Un tragitto piuttosto lungo, ripetuto varie volte, diventato parte di una routine fatta soprattutto di attesa. La versione di Toufiq resta molto distante da quella fornita dall’avvocata Belmonte nelle settimane scorse. La professionista aveva spiegato a l’Attacco di avere ospitato temporaneamente i lavoratori per aiutarli in una fase di difficoltà, sostenendo che lo studio fosse stato messo a disposizione solo per pochi giorni e negando qualsiasi comportamento scorretto nella gestione della pratica. Aveva inoltre attribuito il blocco del percorso a rallentamenti burocratici interni alla Prefettura. Belmonte aveva anche annunciato l’intenzione di incontrare la redazione per chiarire ulteriormente la propria posizione. Da allora, però, non ci sono stati nuovi contatti diretti. Nel frattempo l’Attacco ha appreso che l’avvocata avrebbe deciso di procedere legalmente sia contro Toufiq sia contro l’avvocato Giovanni Marseglia, che assiste il lavoratore marocchino. Non è chiaro, al momento, se l’iniziativa riguardi anche la testata. Da Torremaggiore il viaggio prosegue verso Poggio Imperiale.

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